Il numero medio di figli per donna sceso dall’1,42 all’1,18 in dodici anni. Calo della mortalità neonatale. Aumento dell’età delle partorienti: in crescita il numero del primo parto dopo i 30 anni
Se escludiamo quelli che sono strettamente addetti ai lavori sono convinto che praticamente nessun altro conosce una rilevazione di dati sanitari che si chiama CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto), rilevazione che pone la sua attenzione sull’evento nascita e che rappresenta la più ampia raccolta di dati per fornire informazioni sanitarie, epidemiologiche e socio-demografiche relative ai parti che vengono effettuati nel nostro paese. La recente pubblicazione a cura del Ministero della Salute del rapporto sui CeDAP registrati nell’anno 2024 offre l’opportunità di gettare uno sguardo sufficientemente approfondito su questo fenomeno, andando oltre la semplice conta dei nuovi nati che ISTAT periodicamente mette a disposizione.
Istituita nel 2001 la rilevazione si può ritenere sostanzialmente completa dal 2008 (cioè con la partecipazione di tutte le regioni e province autonome), ha raggiunto il suo picco nel 2009-2010 (circa 550.000 schede raccolte) e da lì ha cominciato sistematicamente a decrescere (non per incompletezza ma per mancanza del materiale primario: i nuovi nati) raggiungendo il suo minimo nel 2024 con 365.238 schede rilevate per un totale di 370.577 soggetti nati in 349 punti nascita. Dal punto di vista geografico si va dai 604 certificati della Valle d’Aosta ai 63.922 della Lombardia.
NATALITÀ, FERTILITÀ, MORTALITÀ
La Tabella 1 riporta il tasso di natalità, il tasso di fecondità, ed il tasso di mortalità infantile (decessi entro 1 anno di vita) nelle regioni italiane.
Il tasso di natalità è molto variabile tra le regioni: si va dai 4,5 nati ogni mille donne in età fertile (15-49 anni) registrati in Sardegna agli 8,4 nati della provincia di Bolzano, con una media nazionale del 6,3 per mille. In generale sono le regioni del centro Italia che presentano i valori inferiori alla media nazionale.
Il numero medio di figli per donna (fecondità) nel 2024 è risultato di 1,18 (anch’esso in calo: era 1,42 nel 2012), con valori più elevati nelle province di Trento e Bolzano e minimi in Sardegna e Molise. Si tratta di valori molto bassi se si pensa che per il solo ricambio generazionale occorrono almeno due figli per donna.

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Per la mortalità infantile (decessi nel primo anno di vita) l’ultimo dato disponibile (2022) dice che sono deceduti 2,5 bambini ogni mille nati vivi, tasso che da dieci anni è in continua diminuzione su tutto il territorio nazionale anche se si registrano importanti differenze territoriali.
Il 75% dei decessi infantili avviene entro il primo mese di vita (mortalità neonatale) ed è dovuto, dice il Rapporto, “principalmente a cause cosiddette endogene, legate alle condizioni della gravidanza e del parto o a malformazioni congenite del bambino”.
Tabella 1. Alcuni indicatori demografici. Fonte: Ministero della Salute, Rapporto CeDAP 2024.

DOVE SI PARTORISCE
La grande maggioranza dei parti (90,7%) è avvenuta negli ospedali pubblici o equiparati, il 9,1% nelle case di cura ed un rimanente 0,12% a domicilio o in altra struttura. Gli eventi di nascita sono stati registrati per il 60,5% in strutture che fanno più di 1.000 parti ogni anno (125 punti nascita nel 2024) e solo il 8,6% dei CeDAP si riferisce a strutture con meno di 500 parti-anno. Dal punto di vista della dimensione del punto nascita al Nord è maggiore la frequenza di strutture che fanno più di 1.000 parti ogni anno.
La frequenza di parti pre-termine è un indicatore utilizzato per il monitoraggio della salute perinatale: nei punti nascita privi di unità operativa di neonatologia e/o di terapia intensiva neonatale che hanno effettuato meno di 500 parti nel 2024 la frequenza dei parti pre-termine è risultata del 1,79%, quella dei parti molto pre-termine del 1,70% e quella dei parti estremamente pre-termine dello 0,94%.
Circa il 80% dei parti ha riguardato donne italiane mentre le nascite da cittadine straniere sono risultate particolarmente frequenti in Emilia Romagna, Liguria e Marche dove hanno raggiunto il 31% dei parti (rispetto alla media nazionale del 20%). Le cittadine straniere che hanno partorito nel 2024 provengono per il 30,9% dall’Africa, per il 21,7% dall’Asia, per il 21,7% dall’Unione Europea e per il 8,2% dal Sud America.
MADRI SEMPRE MENO GIOVANI
La Tabella 2 mostra come sta cambiando nel tempo l’età delle donne che partoriscono: è in netta diminuzione la frequenza di donne con meno di 30 anni ed in deciso aumento quella della donne con età superiore.
Tabella 2. Distribuzione dei parti secondo l’età della madre. Fonte: Ministero della Salute, Rapporto CeDAP 2024.

Nel 2024 l’età media al parto delle madri italiane è risultata di 33,3 anni, due anni in più delle madri straniere (31,3), con una età media al primo figlio delle donne italiane che in tutte le regioni (seppure con importante variabilità) supera 31 anni.
Nel 41,5% dei casi le madri italiane hanno una scolarità medio-alta ed il 36,6% si è laureata: solo il 21,9% presenta una bassa scolarità, che ha invece caratterizzato il 40,9% delle madri straniere. Le madri che hanno una occupazione sono risultate il 62,4% di quelle che hanno partorito, con un 26,3% di casalinghe ed un 15,4% che hanno dichiarato di essere disoccupate o in cerca di occupazione. Questi valori cambiano tra italiane e straniere: le prime hanno una occupazione lavorativa nel 69,8% dei casi mentre le seconde nel 50,5% sono casalinghe.
Il 50,7% delle partorienti italiane ha dichiarato di essere coniugata ed il 47,6% nubile: le corrispondenti frequenze per le straniere sono del 72,3% e del 26,3%.
Nel 79% dei casi le donne che hanno partorito nel 2024 non hanno mai avuto aborti spontanei in precedenza, il 18,9% ne aveva avuto 1 o 2 e il 1,5% più di due. La Valle d’Aosta è la regione dove è più elevata la frequenza di donne che avevano avuto aborti in precedenza (26,5%) mentre nel Molise si ha la situazione opposta (13,8%)

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VISITE, ECOGRAFIE E PARTI CESAREI
La grande maggioranza delle partorienti (93,7%) ha effettuato quattro o più visite ostetriche durante la gravidanza ed il 77,1% ha effettuato più di tre ecografie. La quasi totalità delle donne italiane (98,3%) ha effettuato la prima visita entro il primo trimestre di gravidanza: non è così per le mamme straniere dove quasi il 10% la effettua oltre il primo trimestre. Inoltre la prima visita è più tardiva per le mamme con scolarità medio bassa. Anche le mamme di età più bassa (sotto i 20 anni) tendono a fare meno controlli o a farli tardivamente (12,3% di prime visite oltre l’undicesima settimana).
Secondo il Rapporto “il decorso della gravidanza non influenza la numerosità delle visite” ed anche “il numero di ecografie effettuate non appare correlato al decorso della gravidanza”. Per ogni parto sono state effettuate mediamente 5,8 ecografie, con un minimo di 4 in provincia di Trento ed un massimo di 8 in Sardegna. In generale, sempre secondo il Rapporto, “i dati rilevati evidenziano ancora il fenomeno della eccessiva medicalizzazione e del sovrautilizzo di prestazioni diagnostiche in gravidanza.
Nel 94,7% dei parti non cesarei la partoriente aveva accanto a sé il padre del nascituro.
Il ricorso al parto cesareo si conferma molto elevato: il 29,8% delle nascite avviene per via chirurgica, un dato che indica che questa pratica è in diminuzione ma è ancora troppo frequente e presenta notevoli differenze regionali. Inoltre vi è una maggiore propensione al parto chirurgico nelle case di cura accreditate (44,9%) rispetto agli ospedali pubblici (28,3%). Le mamme italiane fanno ricorso al cesareo con frequenza leggermente più elevata (30,4%) rispetto alle straniere (27,2%).
5.273 sono risultati i parti plurimi (1,4%), con la frequenza massima osservata in Puglia (1,8%) e quella minima in Molise e Basilicata (0,9%). Questi parti, dopo un periodo (2013-2017) dove si erano attestati attorno al 1,7%, adesso appaiono in continua diminuzione.
913 sono i soggetti nati morti, per un tasso di natimortalità di 2,46 casi ogni mille nati, con valori minimi in Campania (0,77) e Molise (0,88) e valori massimi in Umbria (3,67) e Calabria (4,90), e sono stati diagnosticati alla nascita 4.103 casi di malformazioni (11,1 x 1.000). In 4 gravidanze ogni 100 si è ricorsi a qualche tecnica di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita), con preferenza rivolta alla tecnica FiVET (Fecondazione in Vitro con successivo Trasferimento di Embrioni nell’utero).
CONCLUSIONI
Come risulta dai dati presentati, e segnalando che il CeDAP contiene anche altre (o più dettagliate) informazioni che per ragioni di spazio qui non sono state citate, il flusso dei certificati di assistenza al parto è uno strumento molto ricco per descrivere tante caratteristiche epidemiologiche, sanitarie e socio-demografiche dell’evento nascita. La speranza (e l’augurio) di chi scrive è che tali informazioni non si limitino a partecipare al grande patrimonio delle fredde (o calde) statistiche sanitarie ma che si trasformino in elementi essenziali per la programmazione nell’area materno-infantile, sia a livello nazionale che regionale o locale. Colpisce, in particolare, che nonostante per il settore delle nascite siano disponibili precise e consolidate linee guida capaci di indirizzare gli orientamenti delle partorienti e di chi si fa carico di loro (ginecologi, ostetrici, …) ci sia da tempo una cattiva adesione a tali indicazioni soprattutto per quanto riguarda il ricorso al parto cesareo (sebbene tale pratica risulti in leggera diminuzione) e la elevata frequenza con cui ci si sottopone sia alle visite che alle ecografie in gravidanza. Per contro, c’è ancora una larga fetta di future mamme che si sottopone tardivamente ai controlli durante la gravidanza, una cattiva pratica che caratterizza maggiormente le donne straniere e quelle di età inferiore a 20 anni.