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Analisi sulla base dei dati Eurostat 2014-2019

Abitudini di vita non salutari:
c’è ancora molto da migliorare

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Si fuma meno, ma metà degli europei sono sovrappeso. Paesi dell’Est i meno virtuosi, ma non solo loro. Spagna: alcol quotidiano, attività fisica poco o niente. Italia meglio della media Ue

È noto che molte malattie riconoscono come fattori di rischio (cioè potenziali cause), tra altri, anche diversi atteggiamenti e comportamenti che attengono alle abitudini di vita delle singole persone. Per queste malattie è stato coniato il concetto di mortalità e patologie “evitabili” (o meglio: prevenibili, ritardabili, …), cioè patologie il cui insorgere può essere evitato o ritardato se si adottano comportamenti e atteggiamenti considerati salutari (e definiti in generale con il termine di “prevenzione primaria”).

FATTORI DI RISCHIO

Le abitudini alimentari e la dieta, il consumo di frutta e verdura, l’attività fisica, l’abitudine tabagica e il consumo di prodotti contenenti alcol sono i fattori individuali di rischio più frequentemente chiamati in causa, anche se non sono i soli che possono dare luogo a comportamenti ed atteggiamenti non salutari e che favoriscono l’insorgere di diverse importanti patologie, spesso mortali: occorre aggiungere almeno anche gli hobbies, le condizioni di lavoro, l’ambiente di vita (indoor e outdoor), l’istruzione e la condizione socio-economica, e così via. Essendo modificabile l’esposizione delle persone a tutti questi fattori di rischio con interventi individuali e/o collettivi è sicuramente utile conoscere dal punto di vista numerico quanto sia frequente l’esposizione a questi fattori, quali sono i territori dove essi si riscontrano maggiormente, quali sono le caratteristiche demografiche (età, sesso, …) dei soggetti più vulnerabili, e via di questo passo, così da fornire elementi informativi per indirizzare le attività di prevenzione.

EUROPA 2014-2019

Nel contributo che segue si prova ad analizzare alcune delle caratteristiche di queste abitudini di vita, a volte salutari ed a volte non salutari, attraverso due chiavi di lettura di tipo generale: da una parte il contesto geografico europeo (e quindi come si distribuiscono questi fattori di rischio nelle diverse nazioni del nostro continente), dall’altra le variazioni temporali che si stanno delineando ed in particolare cosa è cambiato tra il 2014 ed il 2019 (ultimo anno pre-pandemico per il quale sono disponibili le informazioni).

“Noi Italia”: meno alcol e fumo ma ci sono sempre più obesi

Raccogliere notizie su questi fattori di rischio non è facile di per sé, inoltre occorre che per la validità dei confronti tra nazioni i dati siano acquisiti con opportuni criteri che garantiscano una sufficiente omogeneità informativa. Per aderire al meglio a questi requisiti si utilizzano solitamente due precauzioni: da una parte ci si rivolge alle banche dati più affidabili (ed in questo contesto la scelta cade necessariamente sul pacchetto di informazioni messo a disposizione da Eurostat), dall’altra si cerca di esercitare prudenza nella lettura ed interpretazione dei risultati cercando di catturare i messaggi più importanti e rinunciando, se del caso, ai dettagli.

 SOVRAPPESO E OBESI

La tabella 1 riporta la percentuale di soggetti che nelle nazioni europee sono risultati in sovrappeso o addirittura obesi. Complessivamente nel nostro continente secondo le rilevazioni più recenti non disturbate dagli effetti del virus Sars-CoV-2 il 35,3% della popolazione mostra di essere in sovrappeso ed un altro 16% è obeso: queste quote erano leggermente inferiori nel 2014 (34,8% di obesi e 15,4% in sovrappeso). Più del 50% della popolazione europea quindi presenta problemi di peso, percentuale che sale al 55,8% in Croazia ed al 59,6% a Malta.

Tabella 1. Percentuale di soggetti sovrappeso e obesi nelle nazioni europee. Anni 2014 e 2019. In rosso le due nazioni con i valori più elevati, in verde le due nazioni con i valori più bassi. Fonte: Eurostat.

Romania (46%) e Croazia (41,2%) sono le nazioni con la percentuale più alta di sovrappeso mentre Malta (28,1%) e Ungheria (23,9%) hanno la percentuale più elevata di obesità. Sul versante opposto, in Francia e in Lussemburgo si trovano le percentuali più basse di sovrappeso (31%), ed in Romania (10,5%) ed Italia (11,4%) quelle di obesità. Le cose vanno quindi abbastanza bene per il nostro paese soprattutto per la bassa frequenza (rispetto alle altre nazioni) di soggetti obesi, ma anche per il sovrappeso il nostro valore percentuale (33,3%) è inferiore alla media europea.

Sanità: paesi europei a confronto L'Italia mostra luci e ombre 

Si è già detto che la quota sia di soggetti sovrappeso che di soggetti obesi in Europa è leggermente aumentata tra il 2014 ed il 2019: la figura 1 riporta i valori delle variazioni percentuali in ogni nazione per l’insieme dei soggetti che hanno problemi di peso. E’ in Croazia dove è avvenuto l’incremento maggiore (+8%), seguita da Slovacchia e Islanda (+4,8%), ma in tutte le nazioni del continente ad esclusione della Francia è stato osservato un aumento di sovrappeso e di obesità (+1,1%). Anche l’Italia registra un aumento (+0,9%), seppure ridotto rispetto alle altre nazioni, e questo aumento che ha riguardato interamente i soggetti obesi non è un buon segnale e dice che occorre lavorare sul tema.

Figura 1. Variazione percentuale tra il 2014 ed il 2019 dei soggetti sovrappeso e obesi nelle nazioni europee. Fonte: Eurostat.

 

C’è forse correlazione tra la percentuale di soggetti sovrappeso e la percentuale di soggetti obesi? La figura 2 riporta le informazioni riferite all’anno 2019 e dice che le due variabili risultano indipendenti: la quota di soggetti obesi non è correlata alla quota di soggetti sovrappeso.

Figura 2. Relazione tra la percentuale di soggetti sovrappeso e la percentuale di soggetti obesi nelle nazioni europee. Anno 2019. Fonte: Eurostat.

 

 ATTIVITÀ FISICA

Un secondo fattore di rischio riconducibile ai comportamenti individuali è l’attività fisica. Come per il peso, anche in questo caso si riporta la quota di soggetti che non svolgono attività fisica o la svolgono in maniera leggera, cioè ciò che corrisponde ad un atteggiamento considerato non salutare (figura 3).

Figura 3. Percentuale di soggetti che non svolgono attività fisica o la svolgono in maniera leggera nelle nazioni europee. Anno 2019. Fonte: Eurostat.

 

Sono gli spagnoli la popolazione con la più alta percentuale di soggetti che non fanno attività fisica o ne fanno poca (81,7%), seguiti dai maltesi (68,1%), mentre i meno inattivi si trovano in Lituania (40,1%) e Croazia (39,5%). A livello europeo siamo al 55,9% e l’Italia, con il suo 50%, si trova nel mezzo della distribuzione dei valori delle nazioni ed è comunque inferiore alla media europea.

Tra il 2014 ed il 2019 è maggiore il numero di nazioni dove è aumentata la percentuale di soggetti che non fanno attività fisica o ne fanno poca rispetto al numero di nazioni dove è diminuita: tra le nazioni si distingue l’Italia che è il paese dove è maggiormente diminuita la percentuale di soggetti poco attivi o inattivi per quanto riguarda l’attività fisica (-15,1%).

  FRUTTA E VERDURA

Sempre mettendo l’accento sui comportamenti considerati non salutari il prossimo fattore di rischio è il consumo di frutta e verdura e vengono presentati i dati relativi alla percentuale di soggetti non consumatori. La media europea del 2019 è del 32,9%, con l’Italia che va meglio (23,8%). Tra le nazioni di tutto il continente che vanno peggio ci sono la Romania (73,6%) e la Lettonia (53,9%), mentre le migliori sono il Belgio (17,4%) e l’Irlanda (19%).

Dal punto di vista delle variazioni temporali la figura 4 presenta per ogni nazione di quanto è cambiata tra il 2014 ed il 2019 la percentuale di soggetti che non consuma frutta e verdura. La parte sinistra della figura (valori positivi) indica le nazioni dove la quota di soggetti non consumatori è aumentata mentre la parte destra segnala le nazioni dove è diminuita: l’Italia si trova al centro della distribuzione con una percentuale di non consumatori in leggero aumento.

Figura 4. Variazione percentuale tra il 2014 ed il 2019 dei soggetti che non consumano frutta e verdura nelle nazioni europee. Fonte: Eurostat.

Le performance peggiori, in termini di variazione temporale, hanno interessato Lussemburgo e Romania, mentre le migliori sono risultate Irlanda e Germania.

 FUMO

E veniamo all’abitudine tabagica. La tabella 2 presenta la percentuale di soggetti che nel 2019 sono risultati non fumatori, fumatori occasionali, oppure fumatori giornalieri nelle nazioni europee. Il 75,8% degli europei dichiara di essere non fumatore, con i valori più bassi in Bulgaria (63,8%) e Serbia (68,1%) e quelli più alti in Islanda (86,3%) e Svezia (87,4%). L’Italia con il suo 77,6% è leggermente migliore della media europea.

Tabella 2. Percentuale di soggetti non fumatori, fumatori occasionali, fumatori giornalieri nelle nazioni europee. Anno 2019. In rosso le due nazioni con i valori più elevati, in verde le due nazioni con i valori più bassi. Fonte: Eurostat.

Le nazioni dove è più elevata la percentuale di fumatori giornalieri sono la Bulgaria (29,1%) e la Turchia (28%) mentre le percentuali più basse si trovano in Svezia (7,4%) e Islanda (8,4%).

La figura 5 mostra la distribuzione geografica della percentuale di soggetti non fumatori nelle diverse nazioni, ed indica come questa distribuzione si è modificata tra il 2014 ed il 2019. Sono le regioni dell’estremo nord a presentare le frequenze più elevate (colori più scuri nelle mappe) di soggetti che non fumano mentre le frequenze più basse si trovano prevalentemente ad est. Inoltre, il quinquennio 2014-2019 segna un significativo cambio di colore (più scuro) di molte regioni della mappa, segnale positivo che è in aumento il comportamento salutare.

Figura 5. Distribuzione percentuale dei soggetti non fumatori nelle nazioni europee. Anni 2014 e 2019. Fonte: Eurostat.

Il dettaglio dei cambiamenti che sono avvenuti in cinque anni si trova rappresentato in figura 6, dove sono riportate per ogni nazione le variazioni della percentuale di soggetti non fumatori che hanno interessato il periodo. Nella grande maggioranza dei paesi i soggetti non fumatori sono aumentati, particolarmente in Islanda (+5,1%), Francia (+4,3%), Olanda e Svezia (+4,1%), mentre molto piccola è la variazione, seppure positiva (+0,3%), che ha interessato il nostro paese. In decisa controtendenza è il valore della Germania (-5,8%), valore sicuramente da verificare negli anni successivi, e negativi sono anche Malta, Bulgaria e Romania.

Figura 6. Variazione percentuale tra il 2014 ed il 2019 dei soggetti non fumatori nelle nazioni europee. Fonte: Eurostat.

ALCOL

Da ultimo qualche informazione è disponibile anche relativamente alla frequenza con cui si consumano bevande contenenti alcol. La tabella 3 riporta la quota di persone che beve ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, non tutti i mesi, mai o non nell’ultimo anno. I soggetti che nel 2019 praticamente non hanno consumato alcol (la categoria “non tutti i mesi” o meno ancora) sono stati il 40,1% della popolazione europea, con punte (oltre al 91%, ovvio, della Turchia) del 55,8% in Lituania e del 55,3% in Lettonia ed Ungheria; al contrario i meno virtuosi sono stati i danesi (22,1%) ed i lussemburghesi (26,8%). Con 42,6 punti percentuali l’Italia si situa appena al di sopra della media europea.

Il Portogallo (20,7%) e la Spagna (13%) sono le nazioni dove è più elevata la quota di soggetti che beve alcol giornalmente, ma l’Italia viene subito dopo con un valore (12,1%) decisamente superiore alla media europea (8,4%). Le frequenze più basse di bevitori giornalieri sono state riscontrate, Turchia a parte (0,5%), in Lituania (0,8%) ed Islanda (1%).

Tabella 3. Percentuale di soggetti in base alla frequenza con cui consumano alcol. Anno 2019. In rosso le due nazioni con i valori più elevati, in verde le due nazioni con i valori più bassi. Fonte: Eurostat.

 

Infine, la figura 7 presenta come è cambiata tra il 2014 ed il 2019 la percentuale dei soggetti che non bevono o bevono poco nelle nazioni europee. Nella parte di sinistra della tabella sono riportate le nazioni dove la percentuale dei comportamenti virtuosi (non bere o bere raramente) è aumentata mentre nella parte destra vi sono le nazioni dove i comportamenti virtuosi sono diminuiti: i due gruppi sono composti da un numero circa uguale di nazioni.

A livello europeo in cinque anni circa lo 0,9% della popolazione è passata nel gruppo di chi non beve o beve raramente: anche l’Italia fa parte di queste nazioni con un valore (+1,1%) molto simile alla media europea. A lasciarsi influenzare maggiormente dai comportamenti virtuosi sono state la Norvegia (+13,5%) e la Germania (+8,4%), mentre sul versante opposto troviamo la Croazia (-5,3%) e Cipro (-6,7).

Figura 7. Variazione percentuale tra il 2014 ed il 2019 dei soggetti che non bevono o bevono poco nelle nazioni europee. Fonte: Eurostat.

CONCLUSIONI

Volendo fare una sintesi delle evidenze emerse colpisce innanzitutto l’estrema eterogeneità che caratterizza gli atteggiamenti ed i comportamenti individuali, le abitudini di vita, delle popolazioni che abitano il nostro continente di fronte a noti fattori di rischio che partecipano in maniera rilevante a condizionare lo stato di salute nelle diverse nazioni. Se, da una parte, è vero che i comportamenti meno virtuosi si riscontrano con maggiore frequenza nelle nazioni dell’est europeo, dall’altra è altrettanto vero che molti comportamenti non virtuosi si osservano anche in altre nazioni, soprattutto quando si considerano i singoli fattori di rischio.

Questo significa che c’è molto lavoro da fare a livello dell’Unione Europea, sia per aumentare in genere la percentuale dei comportamenti virtuosi (nell’ipotesi quindi di evitare o ritardare l’insorgenza di molte malattie associate a tali comportamenti) sia, soprattutto, per ridurre le eterogeneità che caratterizzano le abitudini di vita dei cittadini delle singole nazioni. Si tratta di predisporre programmi di prevenzione, sia a livello individuale che a livello di gruppo, in tutte le nazioni, privilegiando però l’impegno e gli interventi in quei paesi dove i comportamenti virtuosi sono meno frequenti, evitando gli approcci “a pioggia” che non aiutano a ridurre le disuguaglianze. Inoltre, proprio per ottimizzare gli investimenti indirizzati a ridurre le differenze tra nazioni, sarebbe preferibile ipotizzare interventi diversi nei differenti paesi in funzione del fattore di rischio (o dei fattori) che presentano le criticità maggiori.

Se si esclude il caso della abitudine al fumo, dove nel quinquennio 2014-2109 praticamente in tutte le nazioni si è osservato un aumento della percentuale dei soggetti non fumatori, preoccupa che in troppe nazioni l’andamento dei comportamenti non virtuosi (aumento di peso, poca attività fisica, scarso consumo di frutta e verdura, consumo frequente di alcol) sia in aumento, a volte di poco ma spesso di valori significativi.

Il primo compito spetta quindi inequivocabilmente all’Unione Europea sia con l’obiettivo di aumentare in media i comportamenti virtuosi dell’insieme delle nazioni sia con quello, soprattutto, di ridurre le eterogeneità territoriali oggi molto forti, con nazioni che si muovono in avanti (comportamenti più virtuosi) con velocità molto diverse ed altre che addirittura arretrano (minori comportamenti virtuosi), ma sarebbe un errore pensare che tocchi solo a lei. Se guardiamo infatti, ad esempio, al nostro paese, vediamo da una parte il comparire di segnali positivi, vuoi perché posizionati meglio non solo rispetto alla media dell’Europa ma anche a diverse altre nazioni, vuoi perché gli andamenti temporali dell’ultimo quinquennio ci danno in miglioramento su alcuni indicatori; ma, d’altra parte, ci sono anche segnali negativi, vuoi perché per qualche indicatore sono in aumento i comportamenti non virtuosi (esempio: maggiore obesità, minore consumo di frutta e verdura), vuoi perché l’aumento dei comportamenti virtuosi procede con velocità decisamente inferiore rispetto ad altre nazioni (esempio: abitudine tabagica, alcol), o vuoi anche perchè il comportamento a rischio (esempio: consumo giornaliero di alcol) è più frequente che in altre nazioni.

Non basta quindi parlare in generale di prevenzione ma, al fine di ottimizzare gli interventi e l’uso delle risorse nell’ottica di ottenere la massima efficacia dell’azione preventiva, occorrerebbe concentrare gli sforzi, sia a livello europeo che di singola nazione (l’Italia, ad esempio), o dove il problema è più critico ovvero dove la probabilità di successo è maggiore. Con questa impostazione i dati non rimangono solo freddi numeri utili a chi scrive articoli scientifici o divulgativi ma forniscono chiare indicazioni per le attività di programmazione sanitaria.

 

 

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