Trimestrale di cultura civile

La vicenda storica dello sviluppo sostenibile: un faticoso cammino

  • DIC 2022
  • Luca Farè

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Dalla tappa iniziale datata 1972, con la prima Conferenza sull’ambiente umano promossa dall’ONU nella sede di Stoccolma, all’ultima edizione dell’event globale di Economy of Francesco in quel di Assisi, il tema della sostenibilità è venuto a essere sempre più centrale e sistematico. Tuttavia, permane nel mondo, pur tenuto doverosamente in conto di non pochi e significativi risultati raggiunti, una profonda crisi ambientale, economica e sociale. E, non secondaria, una crisi di natura antropologica. Una condizione di precarietà certo aggravata dagli inevitabili e inesorabili cambiamenti geopolitici che produrrà la guerra in atto nel cuore dell’Europa. In considerazione di tale complesso scenario è lecito domandarsi quali modelli di sviluppo andranno a configurarsi.

Gli inizi

La vicenda storica dello sviluppo sostenibile nella sua concezione moderna inizia nel 1972, quando a Stoccolma si svolge la prima Conferenza sull’ambiente umano promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). È in questa sede che s’incomincia a riflettere in modo sistematico sul tema dell’esaurimento delle risorse naturali e a studiare soluzioni per tutelarle. Per la prima volta, la protezione e il miglioramento dell’ambiente umano sono riconosciuti come elementi essenziali per il benessere delle persone e per lo sviluppo economico globale.

Alla Conferenza di Stoccolma fa eco uno studio pubblicato da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) dal titolo The Limit to Growth (1972). Le risorse naturali – questo è il messaggio principale – non potranno reggere gli attuali tassi di crescita economica e demografica oltre il 2100, neanche con lo sviluppo di tecnologie avanzate.

Una seconda tappa importante è la pubblicazione del primo Rapporto sullo Sviluppo Umano (1990), sempre da parte dell’ONU. “Le persone – recita il documento – sono la vera ricchezza di una nazione e devono essere al centro di ogni sviluppo”. Al già ben conosciuto concetto di “sviluppo economico” si aggiunge quello di “sviluppo umano”, definito come “un processo che espande le possibilità di scelta delle persone”. Si riconosce che lo sviluppo economico, se pur essenziale, non si traduce automaticamente in sviluppo umano e non sempre garantisce il benessere sociale. Oltre alla ricchezza e al reddito, vengono riconosciute e affermate altre dimensioni di sviluppo: una sana alimentazione e servizi sanitari adeguati, l’accesso alla conoscenza, un sostentamento sicuro, condizioni lavorative dignitose, sicurezza da crimini e violenze, un adeguato tempo libero e un’attiva partecipazione alla vita sociale, culturale e comunitaria. Viene dunque sviluppato per la prima volta uno specifico indicatore statistico per misurare lo sviluppo umano, alternativo al PIL (Prodotto Interno Lordo, principale indicatore di sviluppo economico), che tenga conto di tutte le dimensioni di sviluppo sopra citate.

I Millenium Development Goals

Nel settembre del 2000, la Dichiarazione del Millennio segna un passaggio cruciale della vicenda dello sviluppo sostenibile. All’alba del nuovo millennio, l’ONU conferma e rafforza il suo impegno a favore dell’affermazione della dignità umana e dell’equità globale. Sono gli anni della globalizzazione, in cui fenomeni sociali, economici e culturali abbandonano i confini nazionali e assumono dimensioni mondiali. L’intento dell’ONU è garantire che la globalizzazione produca uno sviluppo inclusivo ed equo, soprattutto per i Paesi più poveri. Vengono così definiti i Millenium Development Goals (MDGs), otto obiettivi da perseguire entro il 2015: sradicare la povertà estrema e la fame; rendere universale l’istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; combattere l’Hiv/Aids, la malaria e le altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; dar vita a un partenariato globale per lo sviluppo. L’agenda 2000-2015 dei MDGs si ispira fortemente all’approccio solidaristico suggerito dal rapporto di Willy Brand Nord-Sud (1980), pubblicato vent’anni prima della Dichiarazione del Millennio. Questo rilevante documento richiamava all’importanza di un’assunzione di responsabilità da parte dei Paesi sviluppati, per promuovere lo sviluppo anche in quelli più poveri. Esso sottolineava la necessità di una collaborazione inter-nazionale, anche in termini di condivisione di risorse economiche (il cosiddetto budget support), per favorire l’uscita dalla povertà.
Sulla stessa scia Jeffrey Sachs, uno dei principali artefici della strategia dei MDGs, sosterrà nel suo libro The End of Poverty (2005) che l’allineamento degli aiuti e il mantenimento degli impegni assunti dai governi dei Paesi OCSE sarebbero stati essenziali per la concreta realizzazione di un mondo privo di povertà estrema.

La novità introdotta dalla Dichiarazione del Millennio e dalla definizione dei MDGs è proprio la consapevolezza che non si può raggiungere uno sviluppo globalmente equo e sostenibile senza una collaborazione inter-nazionale. Riguardo agli otto obiettivi sono stati raggiunti risultati apprezzabili. Nel 2010, con ben cinque anni di anticipo, la percentuale di persone che viveva sotto la soglia di povertà assoluta (1,25 dollari al giorno) è stata dimezzata; nel 1990 la povertà mondiale riguardava ormai metà della popolazione mondiale, mentre nel 2015 si era ridotta al 14%. Il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni (1990 - 2015) è diminuito del 50%; dal 2000 al 2013 le nuove infezioni di Hiv sono calate del 40%; dal 2000 al 2014 l’aiuto pubblico allo sviluppo è cresciuto del 66%.

I Sustainable Development Goals e la Conferenza di Parigi

Nel 2015, al termine del percorso dei MDGs, i 193 Paesi membri dell’ONU hanno rilanciato una nuova agenda per lo sviluppo sostenibile, elaborando 17 Obiettivi e 169 Target da raggiungere entro il 2030. I cosiddetti Sustainable Development Goals (SDGs). Si tratta di un piano di azione globale con lo scopo di preservare il benessere delle persone e del pianeta. L’Agenda 2030 porta con sé una grande novità. Come il nome degli obiettivi suggerisce, alla parola “sostenibilità” è dato un ruolo ancora più centrale nel dibattito pubblico. Sostenibilità non solo nel contesto ambientale ma anche economico e sociale. L’estensione da 8 a 17 Obiettivi mostra che il concetto di sviluppo sostenibile ha assunto una dimensione più ampia.

I SDGs toccano diversi temi, da quelli sociali (povertà, sicurezza alimentare, salute, istruzione, uguaglianza di genere, disponibilità di acqua, piena occupazione, lavoro dignitoso, sicurezza), ambientali (cambiamento climatico, energia pulita e accessibile, protezione degli ecosistemi), economici (industria sostenibile, sviluppo delle tecnologie, modelli di consumo) a quelli politico-istituzionali (inclusione, pace, giustizia, collaborazione)1. Ciascun Paese firmatario è valutato periodicamente dall’ONU rispetto al raggiungimento di tali Obiettivi.

Sulla scia dello studio The Limit to Growth (1972), l’Agenda 2030 denuncia ancora una volta l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e richiama in maniera ancor più decisa quanto riconosciuto nella Dichiarazione del Millennio. Occorre creare un sistema di governance multilaterale per costruire un sentiero di sviluppo sostenibile2.

In continuità con l’approvazione dell’Agenda 2030, nel dicembre 2015 si svolge la Conferenza sul clima di Parigi. In questa sede, 195 Paesi firmano il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale, i cosiddetti “Accordi di Parigi”. Si concorda un piano d’azione globale per contrastare l’avvento di cambiamenti climatici indesiderati. Tale accordo impegna i governi a raggiungere i seguenti obiettivi: mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al disotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali; limitare l’aumento a 1,5°C (risultato che ridurrebbe in misura importante i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici); raggiungere prima possibile il picco di emissioni globali (pur riconoscendo che per i Paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo), per procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili.

L’enciclica Laudato si’

Quasi in concomitanza con l’approvazione dell’Agenda 2030 e con gli Accordi di Parigi, viene pubblicata la lettera enciclica Laudato si’ (2015). Con essa Papa Francesco, e con lui la Chiesa cattolica, offre un contributo essenziale al percorso verso lo sviluppo sostenibile. Il Pontefice indica un sentiero di sviluppo umano, integrale e inclusivo, con lo scopo di affrontare con una visione unitaria e interconnessa le principali dimensioni della convivenza sociale. Lo sviluppo, per essere tale, deve essere integrale. Deve cioè coinvolgere tutte le dimensioni della vita umana. Da qui nasce la formula “ecologia integrale” più volte ripresa nell’enciclica stessa. Il richiamo alla consapevolezza che tutto è connesso e in relazione è uno dei contributi più importanti del documento: “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. […] Il degrado ambientale, umano ed etico sono intimamente connessi.”

L’enciclica sottolinea anche “la necessità impellente dell’umanesimo”: non può esserci un’ecologia integrale capace di conciliare temi come la povertà, la sostenibilità, lo sviluppo tecnologico, l’inclusione sociale e la sicurezza alimentare, senza una visione umanistica, senza cioè una presa di consapevolezza del valore dell’uomo in relazione con l’ambiente che lo circonda.

Si ribadisce l’urgenza di riconsiderare i fondamenti dei modelli di economia di mercato. Non si tratta di un’avversione ideologica all’economia di mercato, ma di un pensiero ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa, da sempre attenta, fin dall’enciclica Rerum Novarum (1891), alla difesa di principi come la dignità della persona e la biodiversità economica. Seguendo il principio della sussidiarietà, occorre lasciare spazio a quei soggetti che producono valore ancorando il proprio comportamento a principi di mutualità e di solidarietà intergenerazionale. Impedire questo significherebbe precludersi la possibilità di raggiungere uno sviluppo umano integrale.

La Laudato si’ segna un punto di non ritorno del percorso verso lo sviluppo sostenibile. Essa ha contribuito notevolmente a far crescere la sensibilità e ad approfondire la consapevolezza riguardo a questo tema, non solo all’interno della Chiesa cattolica.

L’ultimo quinquennio

Negli anni più recenti, l’Unione Europea si sta affermando come il soggetto istituzionale più attento e attivo rispetto al tema dello sviluppo sostenibile. Lo confermano le numerose iniziative e leggi da essa definite recentemente. In sintonia con il percorso delineato dall’ONU con l’Agenda 2030 e dalla COP21, nel 2019 l’Unione Europea ha ideato il Green New Deal, un importante pacchetto di politiche orientate alla sostenibilità. “Il Green New Deal – ha affermato la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen – prevede di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 […] [e] fare così dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero. […]”

È un obiettivo ambizioso, che mira a costruire un’economia moderna ad alta efficienza nell’uso delle risorse, dove non vi siano emissioni nette di gas a effetto serra e dove la crescita economica non sia separata dalla salvaguardia delle risorse naturali. L’obiettivo è anche quello di proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell’Unione Europea, salvaguardando così la salute e il benessere dei cittadini.

Come passo intermedio verso la neutralità climatica, l’UE ha approvato nel 2021 il piano Fit for 55. Come il nome suggerisce, si tratta di un insieme di misure atte a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% e a portare l’utilizzo di energie rinnovabili ad almeno il 40% entro il 2030. Il target di energie rinnovabili è stato recentemente aumentato al 45% nel piano REPowerEU, disegnato per rispondere alle perturbazioni del mercato energetico globale causate dalla guerra in Ucraina e per accelerare ulteriormente la transizione energetica.

La spinta verso lo sviluppo sostenibile è stata ulteriormente rafforzata dal Next Generation EU, un pacchetto da oltre 800 miliardi di euro disegnato per favorire la ripresa post-pandemia e per creare un’Europa più verde, digitale e resiliente3.

La Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico tenutasi a Glasgow nel 2021 è stata un ennesimo grande evento internazionale. Oltre 200 Paesi si sono riuniti in questa sede per trovare ulteriori soluzioni alla sempre più pressante emergenza climatica e ambientale. Oltre a confermare gli accordi di Parigi, il Glasgow Climate Pact invita tutti i Paesi a elaborare piani d’azione nazionali più forti. Il documento parla di “decennio critico”, in cui le emissioni di anidride carbonica dovranno essere ridotte del 45% per essere azzerate entro la metà del secolo. Nella decisione forse più contestata di Glasgow, i Paesi hanno concordato una disposizione riguardante l’eliminazione graduale dell’energia a carbone e dei sussidi ai combustibili fossili, due questioni chiave che non erano mai state menzionate esplicitamente nelle precedenti decisioni delle Nazioni Unite. Il Patto di Glasgow prevede anche il raddoppio dei finanziamenti per sostenere i Paesi in via di sviluppo nell’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici e nel costruire la resilienza. A questo riguardo, i Paesi sviluppati hanno confermato la disponibilità a fornire 100 miliardi di dollari all’anno ai Paesi in via di sviluppo. La necessità di aumentare i finanziamenti ai Paesi più poveri indica che la convergenza tra Paesi e lo sviluppo equo auspicati sin dalla Dichiarazione del Millennio non si sono ancora realizzati.

Ulteriori contributi allo sviluppo sostenibile

Elinor Ostrom e il governo dei beni comuni
Nel percorso verso lo sviluppo sostenibile può essere inserito il prezioso contributo del Premio Nobel per l’Economia (2009) Elinor Ostrom e degli studiosi che hanno sviluppato il suo pensiero4. Il suo è un contributo incentrato sull’importanza e sul governo dei beni comuni (commons) a livello locale e globale. Risorse naturali come le foreste, gli oceani, l’acqua e il cielo rischiano la spoliazione in assenza di un adeguato intervento amministrale. Nel tempo, la riflessione si sta sempre più ampliando dalle risorse naturali a nuovi commons quali la tecnologia, i beni culturali, la conoscenza, gli spazi urbani, ecc.

Ostrom ha ipotizzato una terza via tra Stato e mercato per la gestione dei beni comuni. A certe condizioni, una gestione collettiva – lasciata cioè alla capacità di autoregolazione della comunità che ne usufruisce – può essere più efficace della gestione individuale privata o statale. La sua è una teoria che identifica le condizioni che devono verificarsi affinché una gestione comunitaria possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Tale difesa della gestione comune e non statale delle risorse richiama al primato della società rispetto allo Stato. Alla società è riconosciuta la capacità di rispondere a certe esigenze dei cittadini in modo più efficace, insieme a una capacità di autogoverno che può essere perseguita con strumenti di democrazia diretta e di partecipazione politica.

L’economia civile

Un altro contributo prezioso è quello offerto dalla scuola economica conosciuta come “economia civile”. Questo termine viene introdotto nel lessico politico-economico nel 1753. In quell’anno, l’Università di Napoli istituisce la prima cattedra di economia al mondo e la affida ad Antonio Genovesi (1713-1769), la cui opera fondamentale è intitolata Delle lezioni di commercio o sia di economia civile (1765). Genovesi è convinto che la persona sia l’equilibrio di due forze, quelle dell’interesse proprio e quelle della solidarietà sociale. Il soggetto è realtà relazionale fatta per la reciprocità. Di qui la sua concezione di mercato come “mutua assistenza”. Il pensiero di Genovesi è influenzato dalla concezione tomista del bene comune e dell’etica delle virtù. Teorizzando per la prima volta una concezione cooperativa del mercato concorrenziale, egli rovescia il concetto di homo homini lupus nel suo esatto contrario: homo homini natura amicus.

Legato a questa scuola è anche Giuseppe Toniolo (1845-1918). Tra i numerosi contributi che l’economista veneto ha offerto alla teoria economico-sociale, particolarmente prezioso, ai fini dello sviluppo sostenibile, è quello di aggiungere la terra e le risorse naturali ai tradizionali fattori di produzione dell’economia classica (capitale e lavoro). In quanto risorsa e fonte di valore, la terra e la natura vanno preservate e curate. Non solo, Toniolo è convinto che terra e lavoro umano siano preminenti rispetto al capitale, profetizzando il principio della priorità del lavoro nei confronti del capitale insegnato dalla Chiesa, in particolare nella Laborem excercens: “Il capitale in funzione del lavoro e non il lavoro in funzione del capitale”. Il modello capitalista ha invertito questa gerarchia e dimenticato il valore della terra e della natura, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

L’economia civile rappresenta un modello di sviluppo inclusivo, partecipato, sostenibile. È anche per questo motivo che intorno a essa si è risvegliato un certo interesse, proprio ora che il mondo globalizzato è attraversato da una profonda crisi dell’economia neoliberista di mercato. Stefano Zamagni, Leonardo Becchetti e Luigino Bruni sono oggi gli economisti più impegnati a riaggiornare la lezione di Genovesi e a promuovere l’attualità dell’economia civile. Essi non propongono soluzioni al di fuori dell’economia di mercato, ma evocano un mercato diverso, civile appunto, nel quale le parole felicità, onore, virtù, bene comune, possano essere riscoperte anche in chiave economica. È senza dubbio un valido contributo alla costruzione di una convivenza civile e di uno sviluppo umano che superino lo stretto orizzonte individualista.

Sostenibilità: una parola a più dimensioni

In occasione dell’evento globale di Economy of Francesco (Assisi, 24 settembre 2022), Papa Francesco ha ulteriormente allargato l’orizzonte dello sviluppo sostenibile indicando tre principali dimensioni della sostenibilità. Oltre a quella ambientale, il Papa menziona la dimensione sociale, relazionale e spirituale. La dimensione sociale “incomincia lentamente a essere riconosciuta: ci stiamo rendendo conto che il grido dei poveri e il grido della Terra sono lo stesso grido. Mentre cerchiamo di salvare il pianeta, non possiamo trascurare l’uomo e la donna che soffrono”. C’è anche una “insostenibilità delle relazioni”, per cui “le comunità diventano sempre più fragili e frammentate. […] Le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo e si genera una carestia di felicità”. Infine, c’è una insostenibilità spirituale. “L’essere umano, prima di essere un cercatore di beni, è un cercatore di senso. Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà ragioni per alzarci ogni giorno al mattino e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia. La tecnica può fare molto; ci insegna il cosa e il come fare: ma non ci dice il perché”.

Come si evince da questo percorso, di certo non esaustivo, quella dello sviluppo sostenibile è una vicenda poliedrica e ricca di sfumature. I numerosi contributi culturali e tecnici testimoniano il crescente interesse, in ambito istituzionale e civile, verso questo fenomeno. Una vicenda sempre in divenire e urgente, ancor di più dopo i recenti eventi globali che chiedono un ripensamento e un perseguimento di un nuovo modello di sviluppo umano e integrale.

Riferimenti bibliografici

Franciscus, Lettera enciclica Laudato si’ del santo padre Francesco sulla cura della casa comune, 24 maggio 2015, https://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

W. Brandt, Rapporto Brandt. Nord-sud: un programma per la sopravvivenza, Mondadori,
Milano 1980.

A. Genovesi, Delle lezioni di commercio o sia di economia civile, Raccolta di lezioni universitarie, Napoli 1765.

D.H. Meadows et al., I limiti dello sviluppo: rapporto del System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (MIT) per il progetto Club di Roma sui dilemmi dell’umanità, Biblioteca della EST (Edizioni Scientifiche e tecniche Mondadori), 1972.

E. Ostrom, Governing the Commons, Cambridge University Press, Cambridge 1990.

J. Sachs, The end of Poverty: Economic Possibilities for Our Time, Penguin Books,
New York 2005.

United Nations (UN), Report of the United Nations on the Human Environment, Stockholm,
5-16 June , UN, New York 1972.

United Nations (UN), Human Development Report 1990, UNDP, New York 1990.

United Nations (UN), United Nations Millennium Declaration, New York 2000.

United Nations (UN), Millenium Development Goals Report, UN, New York 2015.

United Nations (UN), Paris Agreement, UN, Paris 2015.

United Nations (UN), Glasgow Climate Pact, UN, Glasgow 2021.

United Nations (UN), Sustainable Development Goals Report, UN, New York 2022.

Ioannes Paulus Pp. II, Lettera enciclica Laborem Exercens del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ai Venerati Fratelli nell’episcopato ai Sacerdoti alle Famiglie Religiose ai Figli e Figlie della Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà sul lavoro umano nel 90° anniversario della Rerum Novarum, 14 settembre 1981.

Luca Farè è laureato in Economia presso l’Università Cattolica di Milano, sta svolgendo un dottorato di ricerca in Scienze economiche all’università di Namur (Belgio), dove svolge anche attività di teaching assistant. È membro scientifico del centro di ricerca CERPE (Centre de Recherches en Économie Régionale et Politique Économique).

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