Trimestrale di cultura civile

La dignità dell’uomo ovvero sulla sostenibilità del bene

  • DIC 2022
  • Silvano Petrosino

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La visione antropocentrica non sfugge oggi a una massiva critica da parte della cultura contemporanea. Si tratta di un puntare l’indice piuttosto diffuso, che interessa anche un certo filone religioso. Secondo tale propensione, il ruolo dell’uomo verso la salvaguardia del pianeta deve essere radicalmente ripensato. Urge, cioè, l’abbandono di ogni pretesa antropocentrica. E le parole sostenibilità e resilienza rappresentano la sintesi della critica pugnace all’antropocentrismo. Ma questo approccio, così condiviso, può rappresentare una trappola. La trappola dell’ovvietà, che è l’esito di una malintesa concezione dell’uomo. In discussione è il “come” si esprime il suo essere nel mondo. Che, come giustamente fa notare Heidegger, non è solamente un esistere, ma un abitare. Soggetto, perciò, chiamato a coltivare e costruire l’abitare. Tutte e due le attività insieme, però. All’interno di un già accaduto. E quindi nel riconoscimento che egli non è tutto. Il che lo motiva, non senza difficoltà e fragilità, a praticare la via della pietà e del perdono. Percorso umano dignitoso e sostenibile.

La critica al cosiddetto “antropocentrismo” costituisce una sorta di ovvietà all’interno della sensibilità e della cultura contemporanee. È interessante notare come una simile critica provenga – da una parte – da un certo mondo religioso, se così posso esprimermi, che vede in questa centralità dell’uomo una presuntuosa offesa nei confronti dei “diritti di Dio”; e – dall’altra parte, al tempo stesso – anche da un certo mondo a-religioso, se sempre così (in verità un po’ genericamente) mi posso esprimere, che vede in questa centralità una presuntuosa offesa nei confronti dei “diritti della Natura”. All’interno di entrambe queste posizioni l’uomo emerge inevitabilmente come violento e prevaricatore (nei confronti di Dio e della Natura), di conseguenza – si continua a ripetere – l’apertura al futuro e la salvaguardia del nostro pianeta costringono a ripensare radicalmente il ruolo dell’uomo a partire, per l’appunto, dal deciso abbandono di ogni “pretesa antropocentrica”.

Coltivare e custodire

All’interno dell’attuale sensibilità nei confronti dell’ambiente, la critica all’antropocentrismo si fa strada avanzando sotto le parole d’ordine della “sostenibilità” e della “resilienza”. A tale riguardo siamo tutti d’accordo, e questa non è proprio una bella notizia, visto che spesso accordi così generalizzati e diffusi si alimentano di quei luoghi comuni nei confronti dei quali conviene sempre nutrire qualche sospetto. Proprio per non cadere nella trappola dell’ovvietà proverò ora ad accostarmi a questo tema, quello della sostenibilità, percorrendo una strada il più delle volte disertata.

Ripeterò in parte, in questa sede, ciò che ho cercato di articolare più ampiamente in altre occasioni. A me sembra che all’origine della giusta insistenza sulla sostenibilità si debba porre quel richiamo a “coltivare e custodire” che in Genesi 2,15 definisce il compito a cui il Creatore chiama l’uomo dopo averlo posto “al centro” del giardino dell’Eden.

L’uomo, come giustamente ha sottolineato Heidegger, non semplicemente “esiste” e neppure semplicemente “vive” ma più correttamente “abita”, e “abitare” – è questa la proposta che avanzo – significa “coltivare-e-custodire”. Approfondiamo brevemente questa definizione. Il coltivare esprime il tratto più esplicitamente attivo/proiettivo della condizione umana: l’uomo, che come ogni altro vivente viene gettato nell’esistenza e nella vita senza poterlo decidere, tuttavia non subisce semplicemente l’esistenza e la vita, ma anche decide e interviene su di esse, le trasforma, prende l’iniziativa nei loro confronti modificandole secondo la misura (ratio) di quei segni/sogni che costituiscono la trama stessa della sua sensibilità e della sua intelligenza, cioè di quella che si potrebbe definire la sua stessa umanità. Di conseguenza, l’abitare implica un costruire che non si limita mai a un meccanico assemblare materiali e forme già dati, poiché esso, oltre a inventare nuovi materiali, genera la forma stessa del luogo in cui si trova a vivere: vivendo secondo il proprio modo d’essere, l’uomo in-forma lo spazio dando vita a un luogo che non è mai una mera attualizzazione di potenzialità, formali e materiali, già presenti nella natura. In altre parole, un luogo (laddove l’uomo abita in quanto uomo) si impone sempre, rispetto allo spazio ch’esso informa, come un evento (un’opera) che quest’ultimo, lo spazio, non solo non contiene, ma neppure è mai in grado di pre-vedere. In effetti lo stesso “coltivare” non si risolve nel mero “lasciar crescere” poiché esso si esplica attraverso quel dissodare il campo, quel proteggere la vigna, quel riparare l’orto dai possibili parassiti e dai fenomeni meteorologici avversi, tutti “gesti” che non sono semplici “atti”, visto che implicano necessariamente un qualche costruire.
Per coltivare, dunque, bisogna anche costruire e produrre protezioni, bisogna mettere in atto le condizioni migliori per una crescita in grado di dare frutti: l’uomo, infatti, non si è limitato a essere un raccoglitore ma è diventato un coltivatore.

Tuttavia, il costruire relativo all’abitare, il costruire proprio dell’abitare, è – o dovrebbe essere – almeno secondo l’ipotesi biblica, anche un custodire. È questo il tratto più esplicitamente passivo/ospitale, se così posso esprimermi, della condizione umana. Passivo/ospitale nei confronti di che cosa e/o di chi? A questa domanda bisogna rispondere: nei confronti della vita, più precisamente dell’eccedenza/alterità della vita come ciò che l’uomo non può in alcun modo costruire. Si custodisce ciò che non si costruisce, ciò di cui non si è stati e non si potrà mai essere l’autore. Che il costruire relativo all’abitare umano debba essere inteso anche come un custodire, significa pertanto che non c’è azione umana, per quanto creativa e inventiva, che possa concepirsi come pura e semplice creazione, ossia che possa pretendere di essere “origine”: c’è altro, c’è sempre dell’altro, e quest’ultimo è precisamente ciò che non si costruisce, non si “inventa”, per riprendere una felice espressione di Derrida , e neppure si “immagina”, per riprendere quanto afferma Lacan a proposito del “reale” (da distinguere dalla “realtà”) come ciò che si sottrae a ogni possibile processo di simbolizzazione. Di conseguenza, ogni singola iniziativa umana, ogni possibile edificazione/costruzione umana, non può che accadere all’interno di un già accaduto, di una scena ch’essa, proprio perché “inizio” e non “origine”, è sollecitata senz’altro a innovare (coltivare) ma al tempo stesso anche ad accogliere e a custodire. A questo livello ogni uomo è posto con forza di fronte al suo essere mortale e storico: egli non è origine di se stesso, egli ha ricevuto ciò di cui non è mai stato l’autore, e questa esperienza dell’eccedenza/alterità è esattamente quella che fa emergere l’evidenza di un limite che non solo sarebbe irragionevole misconoscere o censurare ma, anzi, che si deve accogliere come il segreto più profondo e fecondo dello stesso essere umano.

L’uomo, il “non tutto”

All’interno di questa prospettiva, l’appello biblico a custodire deve essere inteso come una sorta di sollecitazione rivolta a ogni singolo uomo affinché egli riconosca ch’egli è un “non tutto”, che non tutto si può coltivare/costruire, e neppure immaginare, inventare e che, dunque, ancora una volta c’è altro, c’è dell’altro, un’eccedenza che resiste a ogni conto e sfugge a ogni contabilità (presente e futura), un resto che si sottrae alla pur grandiosa capacità umana di immaginare/inventare. Il custodire, che è proprio dell’abitare umano come il costruire, è dunque sempre relativo all’incostruibile. All’interno del logos biblico questo significa che ciò che l’uomo è chiamato a coltivare-e-custodire, cioè ad abitare, è ultimamente il suo stesso essere creatura.

Il principale merito dell’ipotesi biblica è quello di far emergere con chiarezza il dramma che accompagna come un’ombra l’abitare umano. In effetti, in ogni epoca e in ogni luogo, l’uomo ha sempre fatto fatica a rispondere in modo adeguato alla doppia sollecitazione che proviene dal coltivare-e-custodire biblico dando così vita a un costruire nel quale l’urgenza del “custodire” trascura l’invito a “coltivare”, oppure nel quale lo slancio del “coltivare” finisce per perdere di vista l’esigenza del “custodire”. In entrambi i casi ci si lascia sfuggire l’irriducibile tensione che qualifica, per riprendere una felice espressione di Heidegger, il “modo in cui i mortali sono sulla Terra”. Infatti, un abitare che risolvesse il senso del proprio agire nel solo custodire – è la trappola in cui a mio avviso cade un certo ecologismo estremo che interpreta ogni azione umana come irrimediabilmente violenta nei confronti della natura, arrivando persino a credere che per il bene della vita sarebbe stato meglio se l’uomo non fosse mai apparso – darebbe senz’altro prova di vivere l’urgenza della cura (salvaguardare e proteggere), ma ingenuamente dimostrerebbe di non comprendere come il modo più autentico, ma anche più efficace, di rispondere a un simile compito implichi sempre l’impegno, l’iniziativa, la creatività e la decisione che osano anche coltivare.In altre parole, un tale abitare, all’interno del quale la sostenibilità sembra implicare necessariamente una rinuncia all’azione, dimostrerebbe di essere cieco di fronte all’evidenza che mostra come il modo più efficace per custodire è, in verità, quello che accetta la sfida di coltivare.

Parimenti – e questo a me sembra essere oggi, in quel luogo dominato dalla tecnica che è il nostro mondo, il rischio maggiore – un costruire che si concentrasse solo sul coltivare non potrebbe che trasformarsi, quasi per necessità interna, in un distruggere. Lasciandosi prendere dall’entusiasmo per le possibilità che la scienza e la tecnologia mettono oggi a disposizione, un simile abitare finisce infatti per distrarsi dalla trama della storia umana per concentrarsi esclusivamente sul futuro e sul risultato atteso e in fondo preteso. Il progettare, momento essenziale di ogni coltivare e di conseguenza di ogni abitare, si trasforma così in una vera e propria hybris, in una mera attività macchinale (Nietzsche) all’interno della quale si smette di praticare il custodire (ri-flettere: guardare, ascoltare, pensare) per concentrarsi solo sull’edificare.

Distruggere costruendo

Ma perché bisognerebbe dar credito all’ipotesi biblica sull’abitare in quanto coltivare-e-custodire? Rispondere che questo è il volere di Dio, e che a Dio conviene obbedire senza perdere tempo in inutili riflessioni, sarebbe offensivo nei confronti dei credenti e anche di Dio. Quest’ultimo, infatti, non è un despota che si realizza nell’imporre il proprio volere, così come i credenti non sono dei sudditi costretti a una cieca obbedienza. In verità, il logos biblico, evitando queste umilianti semplificazioni tanto care al “partito di Dio”, attraverso le storie che narra, dà voce a un “ragionamento”, se così posso esprimermi, che a partire dall’ipotesi in questione arriva a una conclusione che la storia umana ha spesso incontrato sulla propria storia; in estrema sintesi: un abitare che nel coltivare dimentica di custodire e nel custodire dimentica di coltivare, finisce per mettere in scena, il più delle volte inconsapevolmente, un costruire che in verità si rivela essere un distruggere. Un esito così sorprendente e terribile proviene solo dall’uomo: solo l’uomo, infatti, è capace di distruggere e, più precisamente, solo l’uomo è capace di distruggere costruendo.

Esistere e vivere il centro

Un’ultima parola sull’antropocentrismo da cui sono partito. In base alla breve riflessione sviluppata, si può sostenere che la centralità dell’uomo è data dalla sua dignità, e quest’ultima è relativa proprio alla capacità di un abitare che va al di là del semplice esistere e del solo vivere. All’interno del mondo naturale non esiste né pietà né perdono; in natura la lotta per la sopravvivenza impedisce di perdere tempo con la pietà e il perdono. Abitare non è conquistare, sottomettere, dominare, sfruttare, ma – è la profezia al centro dell’ipotesi biblica – è coltivare-e-custodire, e non si può coltivare-e-custodire senza praticare in qualche modo, pur tra mille difficoltà e incertezze, pur tra mille fallimenti e continui passi indietro, la pietà e il perdono.
La dignità dell’uomo è data anche, e forse soprattutto, dalla sua capacità di pietà e di perdono, in ultima istanza dalla sua capacità di bene. Se esiste un antropocentrismo questo è da ricondurre alla capacità di bene dell’uomo; ogni qualvolta un uomo, sia esso credente o non credente, colto o ignorante, sano o malato, ricco o povero, chiunque esso sia, ogni qualvolta un uomo compie il bene, fosse anche nelle più remote e dimenticate periferie del mondo, quest’uomo è il centro del mondo. L’uomo è chiamato, ancora una volta, non solo a esistere e a vivere, ma ad abitare il mondo e non si può abitare, nel senso più profondo del termine, senza il bene: egli è stato posto “al centro” del giardino dell’Eden perché è chiamato a centrare il suo esistere e il suo vivere sul bene; in altre parole: esistere e vivere il centro – e come centro – significa abitare il mondo.

Questa interpretazione a me sembra confermata dal disegno tracciato dall’intera narrazione biblica, almeno nella sua versione cristiana. Accenno soltanto a una questione che meriterebbe un’articolata e approfondita riflessione. All’inizio dell’avventura umana c’è un giardino (l’Eden), alla fine emerge una città (la Gerusalemme celeste); nessun ritorno indietro verso una natura incontaminata è più possibile, si può solo guardare avanti, verso la distruzione (solo un essere creativo che tuttavia non è creatore può desiderare distruggere, o meglio: può credere di realizzarsi distruggendo) oppure verso dei rapporti umani sostenuti dal bene, vale a dire verso una convivenza tra gli uomini, e più in generale tra tutti gli esseri viventi, finalmente/apocalitticamente abitata e non più solo distrutta.

Silvano Petrosino è professore ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media.

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