Quadrimestrale di cultura civile

La vera sostenibilità è
nella vitalità delle comunità

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Preziose risorse pur nell’evidenza di una fragilità. A tutti gli effetti rappresentano un ecosistema sociale, economico e ambientale. Storicamente, un punto di equilibrio del Sistema Paese. In tal senso diventa sempre più centrale il tema della sostenibilità in chiave di declinazione multidimensionale. Ovvero, «non si tratta solo di proteggere il paesaggio, di promuovere energie rinnovabili, o altro ancora, ma di garantire la permanenza delle comunità, l'accesso ai diritti fondamentali e la capacità di generare valore economico senza depauperare il capitale naturale e culturale». Il futuro delle Aree Interne e della Montagna dipenderà non tanto da quanti provvedimenti legislativi verranno approvati, «ma dalla capacità e dalla volontà della società civile, delle imprese e delle istituzioni locali di assumere che la sostenibilità cessi di essere percepita come opzione ma diventi la via da percorrere, dando quindi concretezza ai principi espressi dall’Agenda 2030».

Il territorio italiano rappresenta, nella sua complessa morfologia e nella sua stratificazione storica, uno degli asset più preziosi e, al contempo, più fragili del patrimonio nazionale. Quando si parla di Aree Interne e Montagna non ci si riferisce semplicemente a una porzione geografica distante dai grandi centri urbani o dalle coste turistiche, ma a un ecosistema sociale, economico e ambientale che ha sostenuto per secoli l'equilibrio della penisola. Tuttavia, negli ultimi decenni questo equilibrio è stato progressivamente compromesso da dinamiche di spopolamento, invecchiamento demografico e riduzione dei servizi essenziali, fenomeni che hanno trasformato molte di queste zone in territori di abbandono.

Il dibattito sulla sostenibilità delle Aree Interne e della Montagna non è dunque una mera questione accademica o una nicchia di interesse per gli addetti ai lavori, ma rappresenta una sfida cruciale per il futuro stesso dell’Italia. La sostenibilità, in questo contesto, assume una declinazione multidimensionale: non si tratta solo di proteggere il paesaggio, di promuovere energie rinnovabili, o altro ancora, ma di garantire la permanenza delle comunità, l'accesso ai diritti fondamentali e la capacità di generare valore economico senza depauperare il capitale naturale e culturale.

Per comprendere appieno la portata della questione, è necessario partire dalla definizione stessa di area interna. La Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), lanciata nel 2013, ha fornito una mappa dettagliata di questi territori, identificandoli in base alla distanza dai centri di offerta di servizi essenziali come istruzione, salute e mobilità. La narrazione predominante per anni è stata quella dell’emergenza: l’urgenza di fermare l’emorragia demografica, di recuperare i borghi fantasma, di incentivare il ritorno alla terra. Tuttavia, dietro a questa narrazione emergenziale si è spesso celata una mancanza di visione strategica di lungo periodo. La sostenibilità è stata spesso invocata come parola d’ordine, inserita nei bandi, nei progetti pilota e nelle dichiarazioni di intenti, ma raramente è stata posta come fondamento strutturale delle politiche di sviluppo. Si è preferito intervenire con misure tampone, incentivi fiscali temporanei od operazioni di marketing territoriale che puntavano a vendere l'immagine romantica del borgo antico, trascurando le esigenze concrete di chi vive quotidianamente in quei territori.

 Assistenzialismo e liberismo selvaggio

La questione della sostenibilità nelle Aree Interne e in Montagna richiede un cambio di paradigma. Non è possibile pensare a questi territori come musei a cielo aperto o come riserve naturali da preservare, cristallizzandoli nel tempo. La vera sostenibilità passa attraverso la vitalità delle comunità. Un bosco gestito in modo sostenibile è un bosco in cui qualcuno lavora, ne cura la manutenzione, ne trae sostentamento senza distruggerlo. Un paesaggio agricolo sostenibile è quello in cui l’agricoltura di montagna riesce a essere economicamente vitale, permettendo ai giovani di rimanere o di tornare, investendo in tecnologie che riducano la fatica e aumentino la produttività, senza snaturare le tradizioni. Eppure, per anni, le politiche pubbliche hanno oscillato tra due estremi: da un lato un assistenzialismo passivo, basato su trasferimenti di risorse a fondo perduto che non generavano autonomia, dall’altro un liberismo selvaggio che affidava lo sviluppo a investitori esterni, spesso interessati solo allo sfruttamento turistico intensivo. In entrambi i casi, la sostenibilità ambientale e sociale è passata in ultimo piano. Il turismo, per esempio, è stato spesso indicato come la panacea per tutti i mali di queste aree.

La sostenibilità, dunque, non può essere un’appendice decorativa delle politiche per le Aree Interne e per la Montagna, ma ne dovrebbe diventare il cuore pulsante. Questo significa integrare la tutela ambientale con lo sviluppo economico e l’inclusione sociale. Significa investire nelle infrastrutture immateriali prima ancora che in quelle materiali: la connettività digitale, per esempio, è oggi un prerequisito per la sostenibilità di qualsiasi area remota. Senza una banda ultra-larga affidabile non è possibile promuovere lo smart working, non è possibile garantire la telemedicina, non è possibile digitalizzare le filiere agricole. Eppure, ancora oggi, molte zone interne soffrono di un digital divide che le esclude di fatto dalla modernità.

La dignità dell’uomo ovvero sulla sostenibilità del bene

 La nuova legge sulla Montagna

Un altro aspetto fondamentale riguarda la gestione del suolo e il consumo di territorio. Nelle Aree Interne e in Montagna, il paradosso è che, mentre i centri abitati si svuotano e gli edifici si degradano, i piani regolatori continuano talvolta a prevedere nuove espansioni urbanistiche, in un’ottica che non corrisponde alla realtà demografica. Una politica sostenibile dovrebbe puntare sul recupero dell’esistente, sul riuso adattivo degli edifici dismessi, sulla bonifica dei siti contaminati o pericolosi. Il patrimonio edilizio dei borghi è una risorsa immensa, ma il suo recupero richiede competenze specifiche e risorse ingenti, spesso al di là delle possibilità dei piccoli comuni, che soffrono di una cronica carenza di personale tecnico nei loro uffici. La sostenibilità amministrativa è quindi un altro tassello risolutivo del problema: senza rafforzare la capacità istituzionale dei piccoli enti, qualsiasi progetto di sviluppo è destinato a fallire o a dipendere eternamente da consulenze esterne.

In questo quadro complesso e frammentato, si inserisce il dibattito legislativo che ha trovato un punto di approdo, almeno formale, con l’approvazione della nuova legge sulla Montagna. Per comprendere il peso di questo intervento, bisogna guardare al percorso legislativo che lo ha preceduto. In particolare, non va sottaciuto il disposto del comma II dell’articolo 44 della nostra Costituzione: «La Legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane».

Dopo anni di discussioni e di non applicazione delle norme già esistenti in materia, si è giunti all’approvazione della Legge 131 del 12 settembre 2025. Questo provvedimento è stato accolto con grande attesa dalla maggioranza degli amministratori dei Comuni montani, per i quali si stanno identificando, con non poche polemiche di contorno, le caratteristiche per definirli tali; in tal senso, i territori interessati si sovrappongono spesso con quelli già oggetto della Strategia Nazionale delle Aree Interne. A tale proposito giova ricordare come le Aree Interne possano essere Montagna mentre non necessariamente valga l’assunto inverso.

Analizzando nel dettaglio il testo della Legge 131 e il contesto politico in cui è stata prodotta, emergono ombre non trascurabili che invitano a una riflessione critica. La prima osservazione riguarda la tempistica e l’urgenza percepita. La legge appare rispondere più a una necessità di chiudere un dossier legislativo aperto da troppo tempo piuttosto che a una visione organica di sviluppo. Le risorse effettivamente disponibili risultano chiaramente insufficienti, se rapportate alla vastità dei soli interventi necessari.

La sostenibilità rimane, anche in questa nuova normativa, un concetto trasversale ma non strutturale. È un’etichetta da apporre ai progetti per renderli finanziabili, non un principio guida che determina la selezione delle priorità. La sostenibilità vera richiede pianificazione di lungo periodo, richiede la capacità di rifiutare interventi speculativi, richiede la visione di investire oggi per raccogliere frutti tra vent’anni. La struttura amministrativa attuale, e la legge stessa, faticano a garantire questa continuità.

C’è poi un aspetto sociale che la legge tocca solo marginalmente: la qualità della vita. La sostenibilità non è solo questione di PIL o di tonnellate di CO2 risparmiate. Si tratta di poter avere un medico di base, una scuola aperta, un trasporto pubblico che permetta di raggiungere il capoluogo senza dover usare per forza l’auto privata. La legge appare concentrarsi maggiormente sull’attrazione di nuovi residenti piuttosto che pariteticamente sul sostegno a chi già c’è e che sta invecchiando. Questo approccio rischia di creare territori a due velocità: enclave di benessere per nuovi arrivati e zone di marginalità per la popolazione storica.

Nonostante i cambi di governo, le diverse sensibilità politiche e l’evoluzione del contesto internazionale con l’Agenda 2030, l’approccio italiano alla Montagna rimane sostanzialmente immutato. Permane la logica del ragionare per emergenze, per progetti pilota, per deroghe. La sostenibilità è utilizzata quale contenitore retorico, capace di assorbire significati diversi in rapporto alla convenienza del momento. Molto raramente le tre dimensioni strutturali della sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) sono state integrate in un disegno coerente. Ancor di più se si tiene conto del fatto che l’ONU ha indicato il quinquennio 2023-2027 come periodo dedicato alla Sviluppo Sostenibile delle Zone Montane e, in conseguenza di ciò, la FAO nel dicembre 2023, a Roma, ha adottato il relativo Piano di azione. Di tutto ciò non vi è né traccia né semplice menzione nelle determinazioni nazionali.

La questione della sostenibilità in Montagna ci interroga anche sul modello di sviluppo dell’intero Paese. L’abbandono di questi territori non è un fenomeno isolato, ma è lo specchio di un modello di crescita che ha privilegiato le aree costiere e metropolitane, concentrando infrastrutture, investimenti e opportunità in poche zone, a scapito del resto del territorio. Una vera politica di sostenibilità dovrebbe quindi ribaltare questa logica, considerando la Montagna non come un problema da risolvere, ma come una risorsa strategica per il riequilibrio nazionale. Dovrebbe essere il luogo dove sperimentare nuovi modelli di vita, di lavoro e di relazione con la natura e diventare il laboratorio della transizione ecologica, dove dimostrare che è possibile vivere bene consumando meno risorse. In un recente articolo su Il Sole-24 Ore Aldo Bonomi asserisce che «in Italia le Montagne sono diventate le terre rare del futuro».

La sostenibilità non si cala dall’alto: si costruisce dal basso, attraverso la partecipazione, la consapevolezza e la responsabilità condivisa. Le comunità della Montagna hanno dimostrato in questi anni una resilienza straordinaria, inventando soluzioni creative per sopravvivere e prosperare nonostante le difficoltà. Spesso hanno anticipato i temi della sostenibilità, ma pochi hanno colto tale fenomeno.

 La sostenibilità disattesa

In conclusione, osservando il panorama delle politiche per le Aree Interne e per la Montagna, analizzando nel dettaglio l’iter e il contenuto della recente Legge 131 del 2025, è doveroso trarre un bilancio schietto e privo di infingimenti. Nonostante la ricorrenza lessicale del termine “sostenibilità” nei documenti programmatici, nelle relazioni tecniche e nei testi di legge degli ultimi decenni, l’evidenza dei fatti suggerisce una realtà diversa. La sostenibilità non è mai stata una dei principali punti di indirizzo delle politiche pubbliche per questi territori. È stata, al massimo, un corollario, un’aggiunta successiva, un requisito formale da assolvere per accedere ai finanziamenti. Il vero motore delle decisioni è stato spesso l’urgenza elettorale, la gestione dell’emergenza idrogeologica post-disastro o la necessità di spendere fondi europei in scadenza. La visione strategica, quella che mette al centro la capacità di carico degli ecosistemi, la giustizia intergenerazionale e l’equilibrio tra uomo e ambiente come prerequisiti non negoziabili, è rimasta sacrificata sull’altare di uno sviluppo inteso ancora prevalentemente in termini quantitativi e di breve periodo.

Fino a quando la sostenibilità non diventerà il criterio discriminante per l’allocazione delle risorse e non si avrà il coraggio di bloccare progetti incompatibili con la vocazione dei territori anche se promettono guadagni immediati, senza riconoscere che la tutela del paesaggio e delle comunità è un investimento produttivo e non un costo, la Montagna continuerà a essere oggetto di sperimentazioni inconcludenti. Il futuro della Montagna e delle Aree Interne dipenderà non tanto da quanti provvedimenti legislativi verranno approvati, ma dalla capacità e dalla volontà della società civile, delle imprese e delle istituzioni locali di assumere che la sostenibilità cessi di essere percepita come opzione ma diventi la via da percorrere, dando quindi concretezza ai principi espressi dall’Agenda 2030.

Di particolare rilevanza concettuale, morale e conclusiva le parole espresse recentemente sulla questione dal Presidente della repubblica Sergio Mattarella: «[…] La prospettiva dello sviluppo sostenibile è stata una conquista conseguita a caro prezzo. Una conquista della quale, a volte, sembra che taluni vogliano liberarsi, quasi fosse un fastidio anziché un investimento sul futuro».

Enrico Giovannini è direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS).
Raffaele Marini è biologo, per oltre trent’anni ha svolto attività professionale presso multinazionale del settore chimico farmaceutico. In ASviS dal 2021, attualmente co-moderatore del Sottogruppo Aree Interne e Montagna nel Goal 11 dell’Agenda 2030 “Città e comunità sostenibili”.

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