Trimestrale di cultura civile

La radice dello sviluppo sostenibile è un io in relazione

Cosa sostiene la sostenibilità non è solo l’andare a verificare lo stato di salute dei pilastri che la tengono o dovrebbero tenerla su. Sono conseguenze importanti, analisi necessarie. Ma c’è un prima. C’è l’uomo di oggi da indagare. Fratturato e prigioniero di un individualismo insostenibile. Che si porta sulle spalle il peso del senso di colpa: secondo una copiosa letteratura distopica è il fiore del male che sta distruggendo il pianeta. Ma così si sfarina tutto. L’insensato diventa senso. Ecco la globalizzazione fin qui vissuta: una siccità della vita, del pensiero, delle comunità. Mentre la crescita felice muove da un per-corso di recupero. Dalla scoperta di un io responsabile che si concepisce in relazione con l’altro. Che dà linfa ai pilastri dello sviluppo sostenibile. Perché la “fuga in Tasmania” non salva dalla minaccia delle mille radiazioni.

A quale esperienza ci espone il presente che viviamo? Al drammatico incontro/scontro tra la crisi del pianeta e la crisi dell’io. Siamo esposti a radiazioni esterne e a radiazioni interne.
La letteratura distopica si alimenta di questa precarietà foriera di paure. Ma, altresì, dà da pensare. In sintesi: prova a raccontare le conseguenze future di un oggi fratturato. Una dolente sinfonia di questo tempo un po’ così. Il distopico aggiorna il celebre verso poetico “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Si tratta di sopravvivere in un contesto globale di insostenibilità dove le comunità si sono sfaldate e l’individualismo è sinonimo di insostenibilità. Oppure di fuggire o pensare di fuggire in luoghi che potrebbero garantire perlomeno un riparo sicuro dalla ineluttabile avanzata della desertificazione. Della siccità atomica. Dalla mancanza di acqua. Ma, soprattutto, prodotta dalla siccità di un io rattrappito.

Ma dove fuggire per chi può farlo? In Tasmania, ad esempio. Come suggerisce lo scrittore Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo (Tasmania, Eiunaudi, Torino 2022). L’autore arriva a indicare in quel luogo un possibile rifugio di salvezza, di scampato pericolo. Misurandosi, nel racconto, con la condizione di una crisi profonda, fa esperienza del grande disagio causato dalla guerra, dal pericolo dell’atomica, dalla pandemia, dalle mille incongruenze del quotidiano, sempre più pesante da vivere perché difficile da capire, dalla difficoltà di mantenere in piedi le relazioni. Una sorta di accettazione praticata che sa di sconfitta, prima di tutto, esistenziale. Ma poi, il protagonista del libro vuole per davvero correre ai ripari in Tasmania? Ma poi che senso avrebbe quel distacco, quasi a fare di quella fuga un passatempo per avvertire l’eco del tramonto della specie umana.

“Un senso di stanca inevitabilità, come se la disillusione avesse ormai impregnato a fondo i tessuti cerebrali di ognuno”. Non di rado si tratta una questione assai seria come la sostenibilità con argomenti tendenti al plumbeo; da This is the end, per citare un memorabile brano di Jim Morrison.

Con una certa frequenza, ci si imbatte in approcci da slogan, da trailer cinematografico: come muterà il mondo se tutto andrà per il verso sbagliato? Perciò è un percorso faticoso, seppur fondamentale, quello di provare a ragionare di sostenibilità senza indossare i panni delle Cassandre. Il tentativo è in questo numero di Nuova Atlantide. Là dove i contributi sono, per l’appunto, contributi. Cioè: contribuiscono a. Senza mettere in disparte l’evidenza delle numerose criticità che investono il pianeta e chi lo abita, il pensiero che scorre tra le pagine è quello di allargare la fessura delle indagini ragionate mantenendosi con prudente e saggio giudizio nel campo delle ipotesi di lavoro, lontano dalla pratica in voga delle risposte inequivocabili. E implacabili. Tranchant, come lo sono le intemerate delle Cassandre in servizio permanente effettivo in questo tempo così tanto complesso.

L’uomo non è una malapianta

Il titolo che si è voluto affidare a questo monografico traduce un concetto impegnativo che termina con un punto di domanda: Cosa sostiene la sostenibilità? La grande sfida globale che impegnerà l’umanità da qui ai prossimi decenni non può non tenere in dovuta considerazione questa domanda che già contiene il senso di un percorso responsabile, di un io che si mette in moto negli ambiti e nei ruoli che la vita gli ha destinato. Non si scappa da qui: l’uomo rimane il perno dello sviluppo sostenibile. La radice dello sviluppo sostenibile è un io in relazione. Nel numero lo si dice, ma non come tesi, come esito definitivo e chiuso in una scatola. L’ipotesi messa alla prova di analisi, fatti, numeri è quella di non ritenere l’uomo una malapianta da estirpare. Per questo motivo è decisiva una riflessione di natura antropologica. Ovvero: se questo è l’uomo, che uomo è? che uomo è diventato? L’ansia collettiva denuncia una fragilità strutturale, un pessimismo di fondo che, in controluce, ha la sagoma dell’imprinting catastrofista. Questo tempo traumatico sta mettendo in discussione tutto. Soprattutto la persona. Come se ormai l’io non fosse più nelle condizioni di saper costruire qualche cosa di positivo. Ecco il refrain: l’uomo sta uccidendo il pianeta. Siamo prossimi al delitto perfetto. Il problema è che questa sentenza viene emessa dall’uomo stesso. Una sorta di harakiri antropologico. Come se non vi fosse più tempo per invertire il trend negativo. L’intervento in apertura della rivista, come il reportage dal cuore dell’Amazzonia in chiusura del numero, esprimono, per così dire, una “struttura di speranza”, felice espressione che troviamo a pagina 246 del più sopra citato romanzo di Paolo Giordano. Una struttura di speranza quale risposta nella realtà alla cultura della sconfitta, dell’ansia collettiva, della decrescita infelice, del disdicevole quotidiano.

Lo shock che blocca: il senso di colpa

Una struttura di speranza potrebbe sostenere la sostenibilità. Intesa, però, nell’accezione autentica e non svilita da dispute ideologiche e, di conseguenza, a forte tasso di insostenibilità. Il pilastro della sostenibilità (il pilastro dei pilastri) appartiene a una rinascita antropologica. Perché l’uomo non è un fiore del male. Certo, l’uomo è capace di far male a sé, agli altri e al pianeta Terra. Ma un per-corso di recupero è possibile. Non è in fuorigioco per sempre. Non ha senso il suo vivere, piuttosto il sopravvivere, portandosi il peso del senso di colpa. Il senso di colpa paralizza. È uno shock che blocca. Tutti i contributi di questo numero di Nuova Atlantide vanno nella direzione del per-corso di recupero. Si può e si deve lavorare per una nuova economia più a misura d’uomo perché non tutto è PIL; si può e si deve lavorare per animare realtà imprenditoriali sensibili al “green”; si può e si deve lavorare per ridurre le ineguaglianze; per dare risposte convincenti in materia di cambiamenti climatici; per far sì che l’innovazione tecnologica sia al servizio della transizione digitale; per non ritenere una battaglia persa la lotta alle povertà; come quella alla fame e per la sicurezza alimentare; per comprendere sempre più quanto sia decisivo l’impatto dell’ambiente sulla salute; per riflettere su come il fenomeno della de-globalizzazione in atto possa produrre effetti altamente problematici, “glaciali” in fatto di sostenibilità. E ancora: approfondimenti per accostarsi al significato autentico da attribuire all’espressione “bene pubblico” e come merita di essere gestito per renderlo servizio e non spreco.

Nel tragitto del numero ci sono i pensieri in movimento di tre premi Nobel. Il loro metodo di studio è un contenuto operativo. Sono tracce di sostenibilità, indirizzi, anche esempi virtuosi. Studiosi dentro la realtà che non hanno il problema della sentenza contra hominem. I problemi li studiano per suggerire ipotesi concrete e, perché no, coraggiose.

L’approccio estetico apre all’ecologia integrale

E se l’uomo è parte fondamentale della soluzione, pur essendo indubbiamente parte del problema, diventa non un azzardo ma una bella provocazione vedere nella sostenibilità una questione estetica e non etica. Entra così in gioco la bellezza. E lo stupore davanti alla magnificenza del creato. Ecco il legame con il tema antropologico. L’uomo ha cura del pianeta perché colpito, educato alla cultura del bello. A un impatto estetico. Radiazioni che lo accendono e lo chiamano a una responsabilità di cura. Una pratica di sostenibilità segnata da un percorso di ecologia integrale come suggerito da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ (il testo esce il 18 giugno 2015 e assume un significato anche simbolico in quanto precede l’Agenda 2030 dell’ONU resa pubblica il 25 settembre dello stesso anno).

En passant siamo diventati 8 miliardi ad abitare il pianeta Terra. La notizia è arrivata proprio durante i lavori della Cop 27 a Sharm el Sheikh. Se pensiamo ai due megatrend per definizione (cambiamento climatico e demografia), non vi può essere casualità. Bensì causalità. Tutto si tiene insieme, è connesso. Quanto sono maggiori le urgenze, tanto l’affronto delle criticità passa da una condivisione responsabile delle sfide globali che già ci impegnano e ci impegneranno. Ecco perché è dirimente adoperarsi per promuovere un patto intergenerazionale allo scopo di favorire nei giovani una manifesta sensibilità.

Istituzioni, politica, società nel suo complesso, hanno il dovere di investire su educazione, conoscenza, creatività. La crescita sostenibile va creata con una visione d’apertura, con una strategia collaborativa. L’investire adesso sulla persona rappresenta il passaggio chiave. Altrimenti è forte il rischio di rendere infruttuosi, parziali, di corto respiro le decisioni che si assumono a riguardo dello sviluppo sostenibile. Chi detta e ha il compito di attuare l’agenda della sostenibilità non può esimersi da un siffatto salto di qualità. Un deficit in tal senso verrebbe a sfarinare tutti i pilastri. Proprio perché tutto è ormai connesso.

La cultura sussidiaria: emersione creativa

Lo stato di profonda crisi della globalizzazione – per come fin qui l’abbiamo conosciuta e vissuta – impone accelerazioni responsabili nelle scelte da assumere. E, senza farne materia pregiudiziale del numero, vi è un implicito che corre e si rincorre; potremmo azzardare che il suo fil rouge è l’ingresso della cultura sussidiaria sul palcoscenico dello sviluppo sostenibile. Un’emersione creativa che si propone come ipotesi fondativa (non certo impositiva visto che scommette sulla libertà) che contribuisce in misura non marginale al raggiungimento degli obiettivi ambientali, economici, sociali indicati nell’Agenda 2030. La cultura sussidiaria si propone come parte attiva di un pensiero dialogico che scommette sulla positività dell’io in relazione. Sul ritorno a un’antropologia positiva troppo frettolosamente liquidata.

Un incontro necessario per evitare l’autodafè

I contributi (ciascuno di essi approfondisce in precisi territori), confermano che rimane di grande attualità la questione dello sviluppo sostenibile seppur i numerosi shock che si sono succeduti dall’avvio del ventunesimo secolo a oggi – da ultimo la guerra con il prevedibile ridisegno geopolitico e l’emergenza energetica – potrebbero indurre in errore, cioè nel considerare la sostenibilità un tema non all’ordine del giorno e quindi uscito dai radar delle urgenze. Da sacrificare per altro. Le cose non stanno così. Parole dal chiaro significato che continuano a essere fonte di preoccupazioni ne riaffermano l’attualità: fame, salute, povertà, energia, infrastrutture, disuguaglianze, educazione, clima, acqua. E, naturalmente, pace.

Certo, il mondo pare avere deragliato e di qui i segnali di deglobalizzazione. Tuttavia, la resa all’insostenibilità avrebbe il sapore dell’autodafé. Rimettere il treno sui binari, farlo ripartire con meta e obiettivi precisi da raggiungere è la sfida. Un lavoro virtuoso come viene suggerito negli articoli. Alimentato da una catena del valore che insiste sull’antropologia positiva. Sull’io in relazione che si adopera, nei più diversi ambiti, a soddisfare le aspirazioni degli esseri umani, rispettosi dei propri limiti e dei limiti del pianeta e perciò degli equilibri assai delicati degli ecosistemi che ci sono stati affidati per essere curati. Ed è così che cultura sussidiaria e sviluppo sostenibile si incontrano. A fin di bene. Per il bene comune. Che è la risposta più efficace alla fulminante battuta di quel genio di Groucho Marx: “Perché dovrebbe importarmene delle generazioni future? Cosa hanno fatto loro per me?”. Buona lettura.

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