Trimestrale di cultura civile

Esther Duflo: ripensare la sicurezza sociale, si deve

  • DIC 2022
  • Carlo Dignola

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Nei Paesi poveri ma anche nelle realtà più ricche si evidenzia una sottovalutazione colpevole dei programmi di sicurezza sociale. Ormai è diventato un problema strutturale. Al fondo vi è un giudizio negativo nei confronti della parte povera della popolazione ritenuta non in grado di utilizzare con profitto quanto viene destinato loro. Una forma di sfiducia che genera fragilità sistemica. E rallenta le pratiche di sviluppo. Si tratta di un tarlo che offende, che tocca il punto della dignità della persona. E che inficia alla radice processi virtuosi sul terreno della lotta alla povertà globale. Le riflessioni di Esther Duflo, Premio Nobel per l’Economia 2019, all’I.S.E.O. Summer School, Iseo, 18-25 giugno 2022.

Esther Duflo, francese con passaporto americano, insegna al Mit di Boston e al Collège de France. È Premio Nobel per l’Economia 2019 insieme a suo marito Abhijit Banerjee e a Michael Kremer, per l’approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale. Insieme Duflo e Banerjee hanno scritto Repenser la pauvreté (2012, ed. it. Lottare contro la povertà, 2021), ed Économie utile pour des temps difficiles (2020, ed. it. Una buona economia per tempi difficili, 2020) uno studio in cui i due premi Nobel esaminano le grandi questioni del nostro tempo: immigrazione, libero scambio, disuguaglianze, tutela dell’ambiente.

Uno dei temi centrali che attraversa tutto il libro è il posto che gli economisti dovrebbero occupare nella società. Duflo e Banerjee denunciano la “cattiva scienza economica” che “giustifica i regali fatti ai ricchi e la riduzione dei programmi di assistenza sociale” in corso, che cerca ovunque gente che guadagna dalla globalizzazione e rimane invece cieca di fronte all’esplosione delle disuguaglianze nel mondo e alla crescente frammentazione sociale. I due Nobel hanno una visione più low profile di ciò che dovrebbe fare la scienza che insegnano in università: “Gli economisti – scrivono – sono più simili agli idraulici: risolvono i problemi attraverso un misto di intuizione basata sulla scienza, congetture fondate sull’esperienza e una buona dose di tentativi e di errori”.

Sono intervenuti entrambi alla Summer School 2022 dell’I.S.E.O. (Istituto di studi economici per l’occupazione), con una lezione su Social Experiments to Fight Poverty: from Research to Policy (Esperimenti sociali per combattere la povertà: dalla ricerca alle politiche). Interessante – lo riportiamo qui – il “botta e risposta” tra Duflo e gli studenti che hanno frequentato, come ogni anno, il prestigioso corso bresciano di specializzazione post-laurea sulle rive del lago Sebino.

Come giudica lo stato attuale dei programmi di sicurezza sociale, che anche nei Paesi in via di sviluppo tendono a essere ridimensionati?

Penso che sia una grande questione il fatto che la sicurezza sociale sia stata un po’ – anzi, non poco – sottovalutata e pure ferita, strutturalmente, sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri. Ne abbiamo discusso nel nostro libro Una buona economia per tempi difficili, un lavoro sviluppato proprio per ripensare la sicurezza sociale. Penso che la ragione principale, dal punto di vista filosofico, sia stata una sfiducia nei confronti dei poveri e un’ingiustificata sottovalutazione. Ha prevalso l’idea che i poveri non saranno mai in grado di utilizzare bene qualsiasi finanziamento diamo loro, e quindi che la protezione sociale vada accompagnata con una giusta dose di, in un certo senso, violenza, o repressione. Per scoraggiare chi può pensare di aver bisogno di protezione sociale e per incoraggiare le persone a uscirne il prima possibile.

Nell’era vittoriana c’erano case povere che erano davvero come prigioni, ed esiste qualcosa di molto simile anche nella storia della Cina. In qualche modo il nostro attuale sistema di sicurezza sociale ha ancora questo eccesso vittoriano, devi superare molte prove per dimostrare che sei idoneo al programma e, una volta qualificato, devi ancora offrire molte prove che te lo sei meritato, e devi stare a sentire le persone che lavorano e che continuano a mettere in discussione la legittimità di ciò che ricevi. Questa dinamica ha portato a due conseguenze: molti buchi nel sistema – perché le persone più fragili sono quelle meno in grado di accedere a queste prospettive – e, in secondo luogo, molto dolore, molta perdita di dignità: queste persone non hanno una buona immagine di sé, quando devono ricorrere alla protezione sociale sono afflitte, per effetto della grande paura che vivono, dal trovarsi nella condizione di aver bisogno di aiuto.

È così che sono entrati in crisi i nostri sistemi di sicurezza sociale. La pandemia da Covid-19 ha mostrato che i Paesi più ricchi sono stati davvero in grado di unirsi, sia negli Stati Uniti che in Europa, per aiutare i propri cittadini, improvvisamente abbiamo avuto un sistema di protezione sociale efficace, che cominciava a piacerci. Nei Paesi poveri, ovviamente, non c’erano soldi; tuttavia erano anch’essi disposti a fare cose simili. Per esempio, in poche settimane, Pakistan, Togo e Colombia hanno varato un trasferimento di denaro incondizionato per aiutare le persone vittime del lockdown.

Sinceramente, una speranza che avevo all’inizio della pandemia è che le persone si rendessero conto – non per scoraggiare la gente a lavorare, ma per non lasciare che il tessuto sociale venisse eroso – che c’era un sistema pronto ad aiutarle quando ne avessero bisogno, e che quindi avremmo potuto usare questo come un buon esempio per costruire un sistema di sicurezza sociale più generoso. Ma, purtroppo, questo non è accaduto.

Occorre effettuare questi interventi attraverso l’azione dei governi. Sappiamo però che in molti Paesi la dirigenza è corrotta: la conseguenza è avere a che fare con governi che sono parte del problema e ciò, alla fine, impedisce di aiutare la gente a ottenere quel che meriterebbe. Condivide?

Personalmente penso che la cattiva reputazione dei governi, in generale, sia esagerata. Ovviamente ci sono buoni governi e cattivi governi, ma dire che le dirigenze dei Paesi in via di sviluppo sono sempre cattive è eccessivo, è in qualche modo il risultato di un malinteso rispetto a ciò che i governi devono fare. Chi si occupa della cosa pubblica tende ad avere più problemi di corruzione rispetto a chi è impegnato nelle imprese private, non perché le persone che lavorano in queste ultime siano più oneste, ma perché ciò che il governo cerca di fare è molto difficile, cioè intervenire proprio quando il mercato non è in grado di fare da solo e questo significa andare sempre controcorrente.

In una città servono i semafori, i governi hanno il compito di metterli. Nessuno di sua spontanea volontà si fermerebbe all’incrocio, quindi bisogna far pagare una multa a chi non si ferma e ci sarà un vigile urbano il cui compito sarà far rispettare la regola e non accettare una tangente. È difficile però.

A volte è il settore privato a essere corrotto e i funzionari governativi cercano di fare del loro meglio. Nei programmi sociali i problemi riguardano più le risorse disponibili e dove vengono assegnate, piuttosto che la corruzione. Questo non vuol dire che la corruzione non esista, è qualcosa che come economisti indaghiamo in profondità in quanto oggetto di studio, ma tenere sotto tiro i governi è sempre troppo facile, quando si ha a che fare con settori della società in cui la corruzione emerge naturalmente.

Un esempio è quello dell’assegnazione dei posti disponibili nelle scuole, c’è gente pronta a corrompere e a pagare per far entrare i propri figli in una buona scuola: così accade in Cina , ma anche negli Stati Uniti abbiamo avuto un gigantesco scandalo sull’ammissione alle scuole private e il fenomeno era esattamente lo stesso. Bisogna provare a guardare con realismo i fatti, più che le persone coinvolte. Penso che la corruzione sarà sempre con noi, c’è nei Paesi ricchi come in quelli poveri.

Nei nostri programmi di sicurezza sociale dobbiamo stabilire regole per limitare la corruzione il più possibile, io ho lavorato su questo, ho provato a cambiare il flusso dei fondi da assegnare per migliorare, per ridurre la corruzione, cercando di continuare e fare progressi in questo mondo imperfetto.

Ma, forse, la domanda non riguardava solo la corruzione, chiedeva anche fino a che punto può diventare difficile lavorare con governi – come nel caso delle autocrazie – che per altra via danneggiano i loro cittadini. Ciascuno ha bisogno di fissare i propri personali limiti, di capire cosa e fino a che punto può tollerare, mentre cerca di migliorare un po’ le cose a costo di lavorare con persone con cui non è facile farlo. Ad esempio, la mia tolleranza è bassa, tendo a lavorare in luoghi dove le cose funzionano abbastanza. Ammiro però le persone che riescono a continuare a lavorare per migliorare la vita degli altri anche in Paesi in cui i vertici del governo sono occupati da persone terribili: anche lì potrebbe esserci margine per fare qualcosa di utile.

Cosa pensa del problema del cambiamento climatico?

Per il cambiamento climatico non c’è la bacchetta magica. Si tratta davvero di cambiare i comportamenti personali e le regole sociali. Il cambiamento climatico è un enorme pericolo che incombe sulla testa dei poveri, richiede un’azione nei Paesi ricchi per prevenirlo e, in una certa misura, anche nei Paesi poveri, tenuto conto che non sono loro i grandi responsabili della situazione, eppure anche loro vi contribuiscono. I Paesi poveri hanno bisogno di finanziamenti per adattarsi ai gravi disagi che si stanno verificando, cercando di far scendere, di ridurre, la velocità del riscaldamento globale. Cosa tutt’altro che facile.

Non siamo troppi al mondo? Aumentando la popolazione, il cibo non può bastare per tutti.

Amartya Sen ha dimostrato con i suoi studi che c’è cibo a sufficienza per nutrire il mondo. Sarebbe davvero un crimine contro l’umanità se permettessimo a centinaia di migliaia di persone in Africa di morire di fame a causa dei prezzi troppo alti del cibo. La soluzione è piuttosto semplice, dobbiamo solo dare loro dei soldi in modo che possano acquistare cibo al prezzo corrente.

Ci sono molti studi che affermano che dando soldi alle persone nelle aree povere, dove muoiono di fame, queste possono semplicemente comprare più cibo. Non è affatto necessario occuparsi della consegna del cibo – è molto difficile raggiungere luoghi in cui le persone sono in pericolo o muoiono di fame – dobbiamo solo mettere in atto questo trasferimento di denaro. Questo è il ruolo degli assistenti allo sviluppo: essere lì quando si verifica un pericoloso punto di crisi.

 

Esther Duflo è un’economista francese, insignita del Premio Nobel per l’Economia nel 2019, insieme a Michael Kremer e a suo marito Abhijit Banerjee, per l’approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale.

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