Trimestrale di cultura civile

L’economia globale in trasformazione: come si cambia il mondo?

  • DIC 2022
  • Michael Spence

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Nel mondo globalizzato stanno accadendo un numero significativo di cose: alcune di esse spaventano, altre determinano confusione e producono tensioni, altre ancora mettono eccitazione. Tenuto conto di tali turbolenze ci si chiede come cambierà il volto del mondo. Il tentativo di risposta a questa domanda assai complicata investe in modo particolare l’economia. Impegnata oggi ad affrontare trasformazioni sostanziali e multidimensionali. Che richiedono ripensamenti profondi e cambiamenti strutturali. Si tratta di un passaggio fondamentale perché, davanti alla complessità del quadro globale, è dirimente realizzare riforme in sequenza per convincere le persone che funzioneranno. L’intervento di Michael Spence, Premio Nobel per l’Economia, all’I.S.E.O. Summer School 2022 (Iseo, 18-25 giugno) sulle “Maggiori trasformazioni in corso nell’economia globale”.

In economia stiamo affrontando trasformazioni multidimensionali. Si parla di un “cambio di regime” in qualsiasi sistema, incluso il sistema economico globale, quando le cose iniziano a mutare in modo sostanziale. Se questo accade, che tu sia un esperto di finanza, un investitore, un qualsiasi operatore economico, devi comunque fare un passo indietro e chiederti: ci sono dei presupposti che ho preso per buoni, che in un nuovo ambiente andrebbero ridiscussi?

Negli ultimi due o tre anni ci sono state trasformazioni fondamentali, che vanno a toccare tutta la complessità di un ambiente, con tendenze che ci sfidano. Se questa è la direzione, essa ci spinge a cambiamenti e ripensamenti dell’architettura dell’offerta globale di beni e servizi, nel contesto di una limitazione della crescita e di un aumento dell’inflazione.

Sono in atto almeno 4 trasformazioni principali nell’economia globale, che corrono parallele ma che interagiscono fra loro:

  • una trasformazione digitale che ha molte facce
  • la transizione energetica necessaria per la sostenibilità del sistema
  • una rivoluzione scientifica e tecnologica in campo biomedico
  • un massiccio spostamento dell’economia globale in direzione delle economie emergenti.

Tutto ciò è guidato da strumenti e tecnologie potenti e ormai accessibili a basso costo. E sono cambiamenti che offrono importanti opportunità per modelli di crescita inclusivi e sostenibili. Ma anche sfide e rischi maggiori.

Oggi c’è un’esplosione globale di attività imprenditoriali mai vista prima, in gran parte legata alle opportunità digitali e alla profonda penetrazione di Internet a livello complessivo. C’è uno spostamento negli equilibri globali tra domanda e offerta che sono importanti per comprendere nel breve e medio periodo i venti che soffiano contro la crescita e per guidare le priorità politiche.

Credo che questa crisi sia radicalmente complessa e allo stesso tempo incerta. Ciò che possiamo fare è navigare in questa turbolenza di breve periodo, cercando di passare oltre, ma senza perdere di vista le dinamiche principali sottostanti.

Recupero post-pandemico

In un periodo di oltre dieci anni abbiamo accumulato incrementi limitati nelle dimensioni del debito pubblico degli Stati, legati alla grande crisi finanziaria del 2007/2008 e alla successiva crisi del debito sovrano nell’eurozona. Oggi viviamo in un mondo in cui i rapporti tra debito pubblico e PIL sono superiori al 100%, anche se c’è un’enorme differenza tra un Paese e l’altro. In Italia, prima della pandemia, era al 135%, oggi corre verso il 160%, e non è una condizione ideale. Siamo di fronte alla “grande trasformazione” – che è una sorta di investimento pubblico – della transizione energetica e della transizione digitale.

Quando i tassi di interesse sono molto bassi, come li abbiamo avuti in questi anni, il costo per far fronte al debito è relativamente basso, ma ciò sta iniziando a non essere più vero. Quindi, questa situazione deve essere presa sul serio: possiamo essere ottimisti sulla trasformazione in atto, ma dobbiamo essere realisti sulla capacità di un Paese di investire. Nei Paesi a basso reddito la situazione fiscale è deteriorata al punto che, probabilmente, si troveranno in difficoltà anche in questa fase di ristrutturazione e dovranno essere sostenuti.

Ciò a cui abbiamo assistito è un’accelerazione digitale di enorme portata, soprattutto all’inizio della pandemia, in 2 o 3 mesi abbiamo fatto un salto nell’evoluzione digitale che normalmente avrebbe richiesto 5 anni. Non abbiamo neppure capito bene cosa stava succedendo: lo abbiamo fatto per necessità, negli uffici, nelle scuole e anche nella sanità.

Sia le istituzioni che le persone tendono a essere conservatrici, mantengono andamenti inerziali, sperimentano poco. In campo economico, e anche in campo scientifico, ognuno tende a fare più o meno ciò che ha fatto ieri. Questo è meno vero per i giovani, che sono più creativi, più inclini alle sfide, ma in linea di massima è così.

Quello che ha fatto la pandemia è stato forzare gli esperimenti: non sempre essi sono destinati al successo, ma in ogni caso saranno stati importanti. Faccio un esempio: se prima della pandemia avessi chiesto, sia a operatori sanitari che a utenti, quanto può essere importante, in tema di cure primarie, avere a che fare con Internet, la risposta sarebbe stata: zero. Abbiamo affrontato questo cambiamento spinti dalla necessità e ha funzionato: la pandemia ci ha spinti a usare una infrastruttura digitale che avevamo già in mano ma che nessuno considerava importante. E la gente ha scoperto che il “medico on line” non pretende di essere un surrogato di quello in carne e ossa, per vari tipi di cure di base – cosa che nessuno avrebbe accettato –, ma in condizioni di emergenza può servire. Questo è il punto chiave a proposito della tecnologia digitale: è un complemento rispetto ad altre cose, non un sostituto. Anche se abbiamo dovuto usarla, temporaneamente, come tale.

Altro esempio, l’istruzione, che resta un settore arretrato in quanto a uso della tecnologia. Il perché non è pertinente al nostro discorso, potremmo discuterne a lungo, ma di certo anche in questo campo siamo stati costretti a usare la tecnologia come un surrogato, imperfetto, delle lezioni in classe. Quando la situazione è migliorata siamo tornati all’attività in persona, perché nessuno pensa che la scuola online sia un sostituto di quella in presenza, non per i bambini dell’asilo, non per la scuola elementare, ma a nessun livello, neppure per chi fa un dottorato di ricerca: il contatto personale conta.

Ma ciò che abbiamo imparato è che, ora che non è una necessità usare la tecnologia, possiamo pur sempre usarla per migliorare, in maniera sostanziale, i nostri programmi educativi. Io posso insegnare a studenti che sono dall’altra parte dell’oceano, e non abbiamo neppure bisogno di una squadra di esperti di tecnologia a supporto, per “fare scuola” a distanza per quattro giorni. Ora tutta quell’infrastruttura c’è. La tecnologia si è rivelata interessante e complementare rispetto a ciò che stavamo facendo prima, e non torneremo più al punto in cui eravamo: stiamo andando da qualche parte verso soluzioni intermedie.

Grandi trasformazioni

Possiamo sintetizzare le trasformazioni in atto in questi 5 punti (almeno questo è il mio schema: non pretendo che sia completo):

  • spostamento dell’economia globale verso le economie emergenti e, in particolare, verso l’Asia
  • trasformazione digitale delle economie e delle società (un complesso processo multidimensionale)
  • adozione della tecnologia digitale accelerata dalla pandemia
  • rivoluzione nella scienza biomedica (che ha delle implicazioni nella medicina sanitaria, ma anche nell’agricoltura e nel nostro modo di nutrirci)
  • transizione energetica e modificazioni climatiche – un aspetto della sfida della sostenibilità

Quando gli storici del futuro guarderanno indietro, vedranno che all’inizio degli anni Venti del XXI secolo c’è stata una pandemia nel mondo, ma anche che erano in corso queste trasformazioni.

La trasformazione digitale multidimensionale – probabilmente quella di cui si discute di più – e la transizione ecologica comporteranno enormi cambiamenti nell’economia: una valutazione realistica ci dice che la maggior parte di essi sono probabilmente solo nelle loro fasi iniziali.

Internet accessibile in mobilità esiste più o meno da 15 anni: l’ultima generazione pensa che sia una caratteristica intrinseca del mondo, ma non lo è affatto. Anzi, per chi è nato e cresciuto in un’era pre-digitale è piuttosto sorprendente che oggi possano avere accesso a Internet 5,5 miliardi di persone, cosa semplicemente impensabile vent’anni fa e che, di conseguenza, stia rapidamente e radicalmente cambiando in molti settori anche il modo di guadagnare.

Metto in cima ai cambiamenti in atto anche un altro fenomeno. Trent’anni fa, quando sono apparsi sulla scena globale i cosiddetti “Paesi in via di sviluppo” – un fenomeno a dire il vero iniziato già subito dopo la Seconda guerra mondiale – si pensava all’economia globale come un sistema in cui ciò che veniva prodotto nelle economie emergenti sarebbe stato consumate nelle economie sviluppate. Sto un po’ esagerando, forzando i concetti, ma non poi tanto. Ciò che vediamo è che si sta verificando uno spostamento, dove circolano le merci, dove si scambia la tecnologia e il suo sviluppo, dove scorre la finanza, dove si muovono anche le persone – questi sono i flussi che vengono usati per definire il modello della globalizzazione. E cambiano i rapporti di forza e l’architettura del sistema.

In un libro pubblicato dieci anni fa, La convergenza inevitabile: una via globale per uscire dalla crisi, (Laterza, 2012) sostenevo che l’economia globale sta convergendo, in un senso molto tradizionale, verso un aumento del reddito pro-capite, nel mondo in via di sviluppo, sufficientemente veloce da produrre una sorta di convergenza rispetto ai Paesi più sviluppati. Questo processo oggi incontra delle difficoltà, anche se penso che sia ancora una possibilità in cammino. La forza di quel processo si basava tuttavia sull’assunto, oggi vacillante, che ci sarebbe stata convergenza tra i Paesi anche nelle dimensioni sociali di fondo come la governance, come i valori, come il ruolo dello Stato nell’economia... Quella convergenza oggi non c’è.

La Cina è un’economia gigantesca, ha raggiunto l’Unione Europea e non è lontana dagli Stati Uniti. Il commercio regionale asiatico, molti anni fa scorreva in direzione dell’Occidente, per la maggior parte verso Paesi piuttosto sviluppati. Oggi i Paesi asiatici commerciano sempre più tra loro, per ottimi motivi: le distanze per arrivare con i loro beni in Occidente sono lunghe e ormai hanno mercati appetibili molto più vicini. Questi cambiamenti sono guidati dalla scienza e dalle tecnologie, insieme al sistema legale del commercio e dell’impresa, che sono ormai ampiamente disponibili a livello globale, chiunque può avere accesso a essi. La stessa Intelligenza Artificiale in gran parte è open source: quindi tutta questa tecnologia potente, in aumento e disponibile senza molte barriere, oltre ai tanti acquirenti che possono assorbirla e utilizzarla a costi decrescenti, è una ricetta in grado di mettere il turbo al cambiamento.

Le tendenze chiave per il futuro

Le tendenze chiave che io individuo sono:

  • l’invecchiamento della popolazione nei Paesi che rappresentano il 76% del PIL mondiale
  • l’aumento del debito pubblico in un contesto di tassi di interesse più elevati
  • un notevole cambiamento nel mercato del lavoro (forza sociale e comportamenti)
  • un aumento delle tensioni geopolitiche, che porta a una parziale frammentazione dei principali flussi globali
  • una crescita di domanda e offerta più limitata
  • un aumento delle pressioni inflazionistiche, che ha più cause
  • momenti di shock, arresti improvvisi nelle catene della domanda e dell’offerta. Che spingono verso la diversificazione di aziende e Paesi, non solo in tema di energia

Stanno succedendo molte cose: alcune spaventano, altre creano confusione, altre ancora mettono eccitazione. Negli ultimi decenni abbiamo visto in atto potenti forze deflazionistiche, associate all’avvento di un’enorme quantità di capacità produttiva, in processi ad alta intensità di lavoro come la produzione manifatturiera.

Oggi abbiamo un’enorme economia globale, quindi – è la mia ipotesi – stiamo entrando in un periodo in cui non solo la fonte della pressione deflazionistica ma anche la crescita della produttività nell’economia globale non può durare per sempre. Ed è uno dei motivi per cui si iniziano a vedere strozzature nell’offerta e pressioni inflazionistiche.

L’agenda dell’economia globale è stata guidata quasi interamente dal settore privato, principalmente dall’interesse delle persone che possiedono il capitale, gli investitori, e non tanto da coloro che rappresentano il lavoro. Ora cambia l’architettura del sistema: le persone, le aziende e i Paesi hanno iniziato a preoccuparsi non tanto dell’efficienza dei processi produttivi, quanto della loro sicurezza; a pensare, da un punto di vista nazionale, alla sicurezza economica, alla sicurezza in termini di ampiezza dei mercati aperti, sia dal lato di chi acquista che da quello di chi produce. A problemi di sicurezza per quanto riguarda l’approvvigionamento alimentare, energetico e così via. Vediamo in maniera macroscopica questa preoccupazione geopolitica nel caso estremo della guerra.

Riguardo l’energia, i nostri Paesi vanno verso l’indipendenza dai combustibili fossili russi, ma i problemi non si fermeranno lì. Negli Stati Uniti stiamo tornando a sviluppare tutti i tipi di capacità produttiva, perché non ci fidiamo più troppo dell’accesso ai mercati altrui, né gli altri si fidano di noi. È un fenomeno simmetrico: la Cina è impegnata a fare esattamente le stesse cose che facciamo noi per salvaguardare l’interesse nazionale. Le loro produzioni si sono trasferite verso competenze industriali avanzate di alto livello. Non siamo più guidati, come in passato, dal settore privato, ma dalle politiche, questa è la prospettiva. Avremo più flessibilità; avremo partner commerciali più o meno affidabili, si svilupperà qualche forma di assicurazione contro i rischi di questa nuova condizione… Perderemo efficienza. Probabilmente sarà una transizione abbastanza difficile, soprattutto nei Paesi europei, nei prossimi due o tre anni.

E cambierà molto il mondo del lavoro. La fonte tradizionale del vantaggio competitivo di una merce è l’uso di manodopera a basso costo. Con la tecnologia digitale, la mia ipotesi è che entro 10 o 15 anni la maggior parte della produzione e una buona parte della logistica non saranno ad alta intensità di manodopera. Ciò non significa che non ci saranno persone a lavorare in certi settori, ma non ce ne saranno abbastanza da rendere questo fattore decisivo rispetto a dove installare un’attività. Se questo è vero, non avremo più il mondo della produzione come in questi ultimi cinquant’anni, le imprese si muoveranno, essendosi staccate da fattori territoriali come la popolazione dei lavoratori, e legandosi a risorse relativamente più mobili, potranno avvicinarsi di più ai mercati.

La transizione verde

Il costo degli investimenti per sostenere la transizione ecologica è stimato in 3,5 trilioni di dollari l’anno, a salire. Non è impossibile da immaginare, sembra un numero enorme, ma l’economia globale ha un ordine di grandezza di 70, o forse oggi anche più di 80 trilioni, quindi, in termini percentuali non è un cambiamento di poco conto, ma neppure impensabile. È necessaria una combinazione di investimento pubblico e investimento privato. Il privato in questo momento sembra mobilitarsi, forse non abbastanza velocemente, ma ci sono molti investimenti in importanti tecnologie potenziali, alcune delle quali funzioneranno: cattura e riconversione del carbonio, motori a idrogeno, o comunque a basse emissioni, un’intera gamma di interventi, alcuni dei quali centrati sull’efficienza energetica e sul sistema di gestione delle informazioni, reti intelligenti. Tonnellate di investimenti stanno andando in direzione di migliori tecnologie di accumulo dell’energia: se tutti guideranno un’auto elettrica, in 10 o 15 anni finiremo il litio, abbiamo quindi bisogno di una nuova tecnologia per le batterie.

Quali sono i principali ostacoli alla transizione ecologica? Ce n’è, innanzitutto, uno politico, anche negli Stati Uniti molta gente preferisce ignorare il problema (“non ci interessa”), c’è una sorta di approccio riduttivo: avremo un’elezione presidenziale nel 2024 e quel tema potrebbe riapparire. Che si pensi a una “carbon tax” o meno, la gestione politica dei passaggi necessari è davvero complicata. Bisogna fare riforme in sequenza e convincere le persone che funzioneranno, mantenendo lungo la strada un equilibrio tra benefici e costi. Ma non credo ci sia molta gente in grado di guidare questo processo. Questo grande cambiamento di paradigma dell’economia è più un’arte che una scienza. Quando mi chiedo se qualcosa accadrà, mi pongo sempre la domanda: c’è la competenza necessaria? E ci sono le risorse? E la volontà? Se non hai risorse, è meglio che lasci perdere. Ma alla fine è sempre la volontà politica quella che conta. Più di qualsiasi altra cosa.

Testo non rivisto dall’autore

Michael Spence è un economista statunitense, insignito del Premio Nobel per l’Economia nel 2001 insieme a Joseph E. Stiglitz e George A. Akerlof per le loro analisi dei mercati con informazione asimmetrica.

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