Trimestrale di cultura civile

Gli homeless hanno trovato casa

  • DIC 2022
  • Alan Graham
  • Martina Saltamacchia

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Senzatetto che vivono per le strade di Austin. Una sera un furgoncino verde va a cercarli per portare a quelle donne e a quegli uomini cibo e vivande. L’iniziativa “on the road” è di Alan e cinque ragazzi. Da quel furgoncino in azione è nato qualcosa che dura. Da quella buona semina un frutto che oggi si chiama “Community First! Village”. Interessanti i pilastri esistenziali e culturali che sostengono tale opera sussidiaria. Il punto di forza è la relazione. L’incontro fra sé e l’altro. Perché l’altro non è un senzatetto, ma ha un nome e un cognome. Ha una storia. Magari una storia sbagliata vissuta in famiglia. Il racconto di Alan Graham di un’esperienza sussidiaria ogni giorno vissuta come novità, come lavoro. Come nascita e rinascita. In piena sintonia con il pensiero di Papa Francesco.

Austin, Texas, 1998, La storia di “Community First! Village” nasce una sera. Sulla strada. Alan Graham è alla guida di un furgoncino verde carico di beni di prima necessità da destinare ai senzatetto. Con lui cinque ragazzi. Una bella combriccola motivata a fare del bene. Ancora non sa che da quel primo vagito di generosità si avvierà un modello imprenditoriale, di condivisione della vita, con i tratti innovativi dell’esperienza comunitaria. Una bella sfida dal basso, lontana dai classici e un po’ stanchi approcci assistenziali. Abbiamo avuto la possibilità di visitare il “Community First! Village” Ecco una sintesi della nostra conversazione con Alan nella quale emerge il senso di un cammino concreto e controcorrente. Un cammino che sa di impresa, dove ciascuno è consapevole che si costruisce solo assumendosi responsabilità e rischi.    

Da cosa è nata l’idea di fondare a Austin una realtà come “Community First! Village”?

Tutto è iniziato una sera di venticinque anni fa, nel settembre del 1998, quando io e altri cinque ragazzi siamo usciti per le strade di Austin con un furgoncino verde e 75 sacchi di cibo da distribuire agli uomini e donne che si trovavano per strada quella sera. Quelle ore furono per noi un’esperienza fenomenale, che ci segnò profondamente. Allora, ebbi l’idea di comprare uno di quei furgoncini per il catering, con le brocche e quant’altro, e così abbiamo fatto.

Tre punti fondamentali del nostro approccio sono connessi a quel primo acquisto. Primo, un furgoncino per il catering si reca dove sono le persone. La maggior parte delle opere che servono i senzatetto in giro per il mondo, conducono gli assistiti in un certo posto – un rifugio, una tavola calda –; invece noi, con il furgoncino, li andavamo a incontrare dove erano e dove vivevano, agli angoli delle strade, sui ponti, ovunque.

Secondo punto, la mia filosofia è quella di un’ospitalità profonda e generosa. Quindi, se capiti a cena a casa mia, magari sarà un pasto semplice, ma ci sarà senz’altro da mangiare in abbondanza. Così, quando il furgoncino esce per le strada, desidero che il cibo sia disponibile in abbondanza e che le persone abbiano la possibilità di scegliere cosa mangiare. Normalmente, quando i senzatetto vengono ammassati in un unico posto, ricevono ciascuno la stessa razione di cibo. E magari la zuppa di verdura o il panino al prosciutto ti piacciono, ma magari no… volevamo dare alle persone la possibilità di scegliere.

E il terzo?

Il terzo elemento è quello che poi si è rivelato il più importante: coloro che servivano e coloro che venivano serviti erano dalla stessa parte del bancone. È stata quindi necessaria una connessione da uomo a uomo, da cuore a cuore, ed è qui che è iniziata la magia. Perché invece di essere una senzatetto, Martina è Martina. E, magari, la prossima volta che ci incrociamo per la strada, forse mi sei rimasta impressa e allora ti dico: “Ehi, Martina!”, e se io ti son rimasto impresso, tu mi rispondi: “Alan!”. E allora a quel punto si stabilisce un legame, non semplicemente una transazione, ma una relazione tra noi due. Questo è proprio quello che ci stava accadendo: l’inizio di un rapporto tra noi volontari e i senzatetto. Poi, nel 2003, ho iniziato ad andare per strada e a passare la notte a dormire con questi miei amici che vivono per strada. Ho trascorso in questo modo circa 250 notti.

Cosa ha voluto dire questo nel tuo rapporto con i senzatetto?

A quel punto, a furia di dormire con loro per strada, ho cominciato a stringere legami molto intimi con le persone. Se prima eravamo solo conoscenti, pian piano abbiamo cominciato a diventare amici. Qualcuno ha iniziato a fidarsi di più di me, qualcuno si è trovato a condividere con me cose della sua vita. “Sai, i miei genitori mi davano delle droghe quando ero piccola, così rimanevo tranquilla e loro potevano fare delle feste,” “Sai, i miei zii mi molestavano,” “Sai, da piccolo venivo sempre picchiato,” e così via. È stato allora che ha cominciato a emergere in noi una comprensione più profonda e completa di chi è la persona umana, di chi è quello là che si trova per la strada.

Ovvero?

È diventato per noi chiaro, e ci sembra che anche i dati lo confermino, che la principale causa alla radice del fenomeno dei senzatetto, ovunque nel mondo, è una profonda e catastrofica esperienza di famiglia dove, magari, è presente un tossicodipendente, o un familiare che ha un problema di salute mentale. E allora nel 2005 mi è venuta l’idea di comprare un camper, di togliere una persona dalla strada e di portarla in un’area privata di sosta per camper. Il tentativo ha funzionato, e così ho ripetuto la stessa cosa una seconda, una terza, una quarta volta ancora, fino a chiedermi: ma perché non costruiamo una comunità? Da li, nel 2005, abbiamo cominciato a pianificarla. Ci sono voluti nove anni prima di iniziare a costruirla, nel 2014. L’anno successivo vi abbiamo trasferito i primi residenti, e ora siamo un movimento che sta avendo risonanza in tutto il mondo.

Quando ho visto le fotografie di Community First!, sono rimasta affascinata dalla bellezza di ogni abitazione e dalla planimetria della comunità sviluppata attorno a uno spazio comune al centro. Da dove nasce il progetto di questa realtà?

La mia filosofia di leadership è di costruire prima una vision attorno a un’idea e poi di invitare quante più persone possibile a condividere il progetto. La mia intenzione iniziale era quella di costruire un parco camper. Poi la gente si è entusiasmata all’idea di costruire una comunità partendo dal fatto che la causa principale del problema per i senzatetto è la perdita della famiglia; urgeva un aiuto a ricostruire la struttura familiare per persone che non hanno una madre, un padre, fratelli e sorelle...

Ho piantato un seme di senape e ho invitato altri a innaffiarlo e a prendersene cura e ora quel semino è cresciuto fino a diventare un bellissimo albero. Io non sono un agronomo, ma a Community First! si coltiva la frutta e la verdura. Non sono un artista, ma a Community First! abbiamo la nostra versione di Van Gogh. Altri poi sono venuti a insegnarci a estrarre il talento che esiste in ogni singolo essere umano, chiunque esso sia, a partire dal principio che qualsiasi dono tu abbia, qualsiasi cosa tu ami fare, qualsiasi sia la tua passione, può essere indirizzata, se sei chiamata a farlo, al servizio dei senzatetto. Invece che invitarti a fare fotocopie, piegare brochure, imbustare dépliant, incollare francobolli e spedire buste, parte del mio compito di leadership consiste nel cercar di capire quali sono i tuoi talenti (magari sei un musicista o un artista, un avvocato o un ingegnere), riconoscere che abbiamo bisogno di questi tuoi doni e capire come possiamo metterli a frutto a vantaggio di ciò che stiamo facendo.

Rispetto ai tipici approcci assistenziali negli Stati Uniti nei confronti dei senzatetto, dei veterani, dei tossicodipendenti, mi sembra che il tuo approccio sia controcorrente…

Sì, è vero, siamo contro-culturali rispetto a un sistema gestito fondamentalmente dal governo che, non volendo correre rischi, non porta mai innovazione alcuna, perché l’innovazione nasce solo attraverso l’assunzione di rischi, bisogna poter essere disposti a fallire. La nostra esperienza è controcorrente rispetto al modello governativo americano e, probabilmente, rispetto a qualsiasi modello governativo, e si muove invece in linea con il modello imprenditoriale con cui operiamo negli Stati Uniti, che richiede all’imprenditore di agire fuori dagli schemi con un livello di creatività e innovazione che non si può ottenere lavorando all’interno delle forme prefissate.

Mi sembra che il lavoro svolto da Community First!, scommettendo in primo luogo sulla persona – e sulla persona in relazione con gli altri – sia molto diverso da un tipico approccio assistenziale dall’alto verso il basso, in cui io vengo e ti aiuto, mi sbaglio?

Credo che tu abbia ragione. Molte volte, il modo in cui cerchiamo di affrontare i problemi è profondamente transazionale. Viviamo al tempo di una mentalità che vuole cercare di aggiustare e riparare tutto, compresi gli esseri umani. Mentre, se io e te finiamo per conoscerci a fondo, alla fine ci saranno cose di te che non mi piaceranno, e ci saranno cose di me che non ti piaceranno, ma non credo di poter sistemare le cose di te che non mi piacciono, e viceversa. E non è diverso con mia moglie, anche se siamo insieme da 41 anni e siamo i migliori amici!

Quello che cerchiamo di fare è imparare a tollerare quegli aspetti dell’altro che non rientrano nel nostro tipo di personalità, fino ad arrivare a riconoscere il trauma in cui uno può essere cresciuto da bambino, o a riconoscere problemi neurologici complessi che stanno alla base di certi comportamenti.

In che modo Community First! aiuta concretamente persone con una storia di sofferenza o con complessità neurologiche?

Questo luogo ti accetta per quello che sei. Questo non significa che tutti i comportamenti che uno potrebbe manifestare vengono accettati, ma che uno è accettato innanzitutto per quello che è. Quindi, se vieni da un contesto familiare traumatico, se sei stato in carcere, se sei tossicodipendente o alcolizzato, sei hai un problema mentale o una dipendenza da sostanze, qualunque cosa sia, ti accetteremo per quello che sei. Quello che non accettiamo sono i comportamenti che hanno un impatto negativo sulla comunità. Quindi, se le tue dipendenze, i tuoi problemi di salute mentale o fisica, o i tuoi traumi precedenti, portano a comportamenti aggressivi e non comunitari, cercheremo di lavorare con te e, se non sei disposto a lavorare con noi, questo potrebbe non essere il posto giusto per te.

Mi spiega qual è il ruolo delle famiglie a cui avete chiesto di venire a vivere a Community First! In che modo la loro presenza arricchisce la comunità?

Questo è uno dei nostri ingredienti segreti! Noi le chiamiamo famiglie missionali, e al momento costituiscono circa il 15% della popolazione di Community First! Sono famiglie che si sentono chiamate a vivere tra i poveri, i disagiati, i disprezzati, gli emarginati della nostra società, e sono in molti modi una testimonianza di vita sana per loro. Inoltre, ci danno occhi e orecchie sulla comunità che noi non avremmo.

Possiamo dire che l’esperienza di Community First! sia una esemplificazione concreta dei principi della cultura della sussidiarietà?

Sì, è così. Il nostro principio fondamentale è davvero di base, dal basso verso l’alto. Sono io che sollevo una persona dalla strada, sono io che sollevo una seconda persona dalla strada e, cosa più importante, sono io che sono in relazione con queste persone che sollevo dalla strada. Per questo l’idea della sussidiarietà è fondamentale: il governo svolge un ruolo, ma non dovrebbe svolgere il ruolo principale. Dovremmo essere io e te a poter svolgere il ruolo principale per quella persona che si trova all’angolo della strada.

È possibile rendere sostenibile un’esperienza come questa?

Mah, non sono nemmeno sicuro che mi piaccia la parola “sostenibile”. Penso che sia un termine troppo abusato. Il 100% delle persone che si trasferiscono dalla strada a Community First! dovranno essere sovvenzionate per il resto della loro vita, con un costo di circa 22.000 dollari all’anno per persona. Questa cifra deve essere reperita da qualche parte, e questa esperienza non potrà mai essere autofinanziata, dovrà sempre essere sostenuta da qualcuno. E speriamo di poter avere sempre le risorse per farlo.

Ma, d’altra parte, scommetto che quando vai a cena fuori con i tuoi genitori, la maggioranza delle volte sono loro a pagare il pasto, anche se tu puoi permettertelo. I miei figli hanno 30-40 anni e sono indipendenti, ma comunque non hanno tutto sotto controllo, e ci sono molte cose che vorrei fare per aiutarli e, nella misura in cui sono in grado di farlo, continuerò a farlo finché sarò morto. A 80 anni continuerò a voler offrire la cena a loro anche se avranno 50-60 anni.

Quindi, credo che dobbiamo guardare a questo problema in modo diverso e capire che c’è una percentuale relativamente molto piccola della nostra popolazione, circa un decimo dell’1% della popolazione degli Stati Uniti, che dovrà essere sovvenzionata a vita, e questo costerà un sacco di soldi.

In realtà condivido la sua avversione verso una certa accezione della parola “sostenibilità”, che si finisce per far coincidere con un attivismo ossessivo. Ben diverso è, invece, quando la questione della sostenibilità parte da uno stupore per il creato, quando lo stupore per la persona, per la natura in quanto donata suscita il desiderio di proteggerla e farla prosperare. Mi sembra che la profonda empatia che lei testimonia per la sofferenza dei senzatetto non sia disgiunta da uno stupore di questo tipo. Lei ha detto che il suo desiderio è costruire opere che testimonino la bellezza del creato. In che senso?

Se posso citare le Scritture, questo fa riferimento al capitolo due del libro della Genesi. Il capitolo narra come le cose avvennero in origine. Come prima cosa, Dio ha creato i cieli e la Terra. Quando la Terra fu creata, era sterile, perché non c’era acqua per nutrire la Terra e non c’era l’uomo per dissodarla e lavorarla. Poi, all’improvviso, l’acqua cominciò a sgorgare dal terreno e a muoversi per tutta la Terra, l’erba e gli alberi cominciarono a crescere, e Dio scese dal cielo e afferrò un grumo di argilla e cominciò a plasmare me e te. Ci sono diverse caratteristiche di me e di te che sono simili: abbiamo entrambi una testa, due braccia, due gambe. Tutte le parti del corpo sono simili, ma il modo in cui ha pensato e creato te è profondamente diverso da come ha creato me. Quando ha creato te, lo ha fatto in modo molto intimo. È entrato in te e ti ha plasmato come farebbe un vasaio. E secondo me, in quella creazione, in quel modellamento Dio ci stava dicendo che questo è ciò che vuole che io e te facciamo l’uno per l’altro.

Poi ha creato questo oggetto inanimato e l’ha chiamato Martina – bellissimo, ma senza vita. Per renderti viva, ha dovuto soffiare nelle tue narici. Ora, non posso soffiare nelle tue narici da distante. Devo andare a fondo e farlo. E anche questo è uno specchio molto intimo di ciò che penso Dio ci chiami a fare l’uno per l’altro, verso coloro che fanno parte della nostra vita: plasmarci l’un l’altro e infondere la vita l’uno nell’altro.

Poi Dio ha creato il giardino dell’Eden, in cui c’erano tutte queste cose fantastiche, frutti e alberi che crescevano, animali belli da vedere, che ci facevano compagnia e, per quelli di noi che sono carnivori, gustosi da mangiare. E subito dopo aver creato il giardino, ha preso l’uomo e l’ha posto nel giardino dell’Eden per coltivarlo e prendersene cura. Per me questo è il modello di tutta l’esistenza umana. Primo, io e te desideriamo essere “posti”. Secondo: Dio vuole che coltiviamo. E quando ti sei sistemato e stai coltivando ciò che ti piace e che Dio ti ha destinato a fare, allora cominci a preoccuparti di cose al di fuori di ciò che sei. Quando portiamo le persone dalla strada che chiedono l’elemosina, che hanno bisogno di spiccioli, in un luogo che permetta loro di stabilirsi e di coltivare, le vediamo capovolgersi e iniziare a essere generose e a prendersi cura di cose al di fuori di loro. Questo è il nostro modello.

Mentre lei parlava mi veniva in mente il concetto di ecologia integrale di cui parla Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’. Pensa che Community First! possa essere considerata un’opera che esprime la novità di questa ecologia integrale?

Sì, penso di sì. In questo momento, passiamo moltissimo tempo a pensare al cambiamento climatico. Ma credo che la cosa più importante che possiamo fare per il cambiamento climatico è prenderci cura degli esseri umani che abbiamo sulla Terra. Se riuscissimo a liberare gli esseri umani dalla miseria in cui vivono sulla Terra, il miliardo di persone che vivono in uno squallore totale, senza acqua corrente, senza fogne, senza raccolta dei rifiuti, questo, di per sé, sanerebbe quasi istantaneamente i danni che noi uomini stiamo facendo alla Terra. Non dobbiamo convertire tutti alle auto solari, quella è una soluzione stupida perché anche quando avessimo tutti auto solari, i poveri continuerebbero a vivere nello squallore. Come, invece, possiamo tirarli fuori da quella situazione? Questo è quello che secondo me guarirà la Terra. Credo che il Papa nella Laudato Si’ ci stia comunicando proprio questo, ci stia ricordando quanto sia integrato il tutto. Se non cominciamo con l’uomo, falliremo. Se pensiamo di poter cambiare il destino della Terra senza cambiare il destino delle persone che vivono sulla Terra, non credo che funzionerà.

Alan Graham è il fondatore e amministratore delegato di Mobile Loaves & Fishes (MLF), che fornisce cibo e vestiti, aiuta la comunità e promuove la dignità di uomini e donne senzatetto in difficoltà.

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