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Scuola di Formazione Politica 2025 / IV giornata

Gli anni ’90: crisi dei partiti
e affermazione dei populismi

  • 8 APR 2025

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Lezione di Nadia Urbinati. La caduta del Muro di Berlino, Tangentopoli e Mani Pulite.  L’avvento di Berlusconi e del partito personale “anti-casta”. Populismo e dispotismo della maggioranza

 IL RUOLO DEGLI STATI UNITI NELLA POLITICA ITALIANA

Nadia Urbinati, Professoressa di Teoria politica alla Columbia University di New York, ha preso le mosse da un rapido excursus del periodo dal dopoguerra agli anni ‘80, caratterizzato da una lunga stabilità politica dovuta agli equilibri internazionali: “La stabilità fu in qualche modo controllata e contenuta dagli Stati Uniti d'America. Controllata e contenuta nel senso che all'interno di ciascun paese che faceva parte dell'alleanza atlantica o dell'alleanza con gli Stati Uniti, cioè il blocco occidentale, era senz'altro non tollerato un governo o non erano tollerate maggioranze con partiti che erano chiaramente già dal nome stesso in qualche modo proiettati o legati idealmente all'Unione Sovietica”.

Il prezzo di questa stabilità fu una democrazia bloccata, perché “la democrazia che si basa sulle elezioni serve a garantire che maggioranza e opposizione possano alternarsi. Questo è molto importante, non solo perché dà a chi perde l'opportunità di sentirsi parte e non essere sempre dalla parte esclusa, ma anche perché fa sì che coloro che sono maggioranza sanno che esiste una possibilità reale che loro domani siano opposizione e ciò spinge chi ha il governo ad operare correttamente”. Invece il nostro Paese “per decenni non ha mai goduto della reale possibilità che l'opposizione potesse diventare maggioranza e la maggioranza opposizione. E un effetto dirompente di questo fu il fatto che la maggioranza sapeva di essere intoccabile e quindi di poter sfruttare il proprio potere, usandolo in maniera anche illecita, con forme di corruzione che si rivelarono sempre più evidenti”.

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IL TERREMOTO DELL'89 E BERLUSCONI

L’edificio di maggioranze intoccabili e sistema di corruzione cadde tra l’89 e il ’90 e seguito della fine della guerra fredda. “In quel grande terremoto – ha ricordato la Urbinati - avvennero gli attentati dinamitardi ai grandi monumenti italiani a Firenze e Roma da parte della mafia; il rischio era che la sinistra, cioè il Partito Democratico della Sinistra, ex Partito Comunista, potesse governare. E a questo punto veramente per qualcuno occorreva correre ai ripari. Ci fu dunque un periodo di anni torbidi nel nostro paese, di utilizzo della mafia e del terrorismo nero per poter cambiare il moto in corso verso l'alternanza”.

Punto di svolta è la discesa in campo di Silvio Berlusconi: “In quel momento si fermano tutte le ostilità, non ci sono più attentati terroristici, l'obiettivo è stato raggiunto, cambia completamente il registro del nostro paese, cambia il regime, la mentalità, il modo di intendere lo Stato, la politica, la divisione dei poteri e purtroppo l'etica nazionale, etica politica nazionale”.

LA CADUTA DEI PARTITI

Nello stesso periodo avviene un fenomeno su cui la Urbinati ha posto l’attenzione, vale a dire la caduta verticale dei partiti dell’area di governo, il cosiddetto pentapartito (Dc, Psi, Pli, Pri, Psdi): “L'Italia si trovò senza partiti. C’era la Lega, che aveva già rappresentanti in Parlamento, che però non aveva la capacità da sola di governare. C'era il Partito democratico della sinistra, e poi una miriade di movimenti che erano nati, attorno a singoli interessi, come quello dei pensionati, e naturalmente Forza Italia che cambiò, come abbiamo detto prima, il modo di operare della nostra democrazia”.

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Ma il partito politico è, per la Urbinati, coessenziale alla democrazia. Perché? “Perché unifica i milioni di cittadini, ma non è necessario essere tesserati per essere uniti, ma li unifica in alcune idee, progetti, visioni, ideologie che sono come tante stelle polari che noi seguiamo per interpretare la realtà del nostro paese, per dare un giudizio schierandoci con questo o con quello, contro questo e contro quello. I partiti servono a rendere la democrazia elettorale possibile”.  

Non solo. Fondamentale è il loro ruolo di intermediazione tra società e Stato: “I partiti servono a rendere i problemi sociali politici. Ovvero i problemi relativi alla questione del lavoro, della sanità, della scuola, al funzionamento delle istituzioni. Sono esigenze che tutti noi abbiamo individualmente, ma che devono essere tradotte in obiettivi e piattaforme politiche per produrre (o bocciare) in Parlamento normative conseguenti. La società non può entrare direttamente in politica, ha bisogno di avere la trasmissione, l'intermediazione dei partiti politici”.

DALLA CASTA AI PARTITI-FAZIONE

 Dunque: senza partiti politici non si ha democrazia. E che cosa si ha? Che cosa successe? Su questo punto, lo scenario attuale, si è sviluppata la parte finale della relazione di Nadia Urbinati.

Primo: “Quando i partiti politici non hanno radici nella società, si produce l'indifferenza verso la politica. La stragrande maggioranza non va a votare perché uno non capisce l'importanza del voto, pensa che il voto sia solo uno, individuale, e non valga a determinare nulla. Il voto invece conta, esprime potere se è parte di un noi”.

Secondo: “I cittadini sono diffidenti nei confronti dei partiti, perché li vedono solo come macchine che costruiscono candidati ed eletti, cioè, costruiscono il mondo delle istituzioni.  C'è stata anche una reazione contraria ai partiti, che erano chiamati casta (molto successo ebbe un libro di Gianantonio Stella, giornalista del Corriere della Sera e scrittore, intitolato proprio La casta)

Ancora un passo avanti: “Quindi via i partiti, via la casta, noi il popolo vogliamo essere rappresentati da un leader che è come noi. La prima cosa che Berlusconi fece fu quella di presentarsi come un non partito. Io non ho nulla a che fare con i partiti, sono un uomo della società, lavoro, costruisco il mio futuro se sono vincente perché mi sono impegnato, insomma i cittadini, la società civile può fare da sola. Berlusconi fu l'esempio del populismo che si forma da dentro la società quando i partiti o sono avviliti ad un punto che sono inesistenti, oppure sono identificati con uno status quo intollerabile, perché è fatto di coloro che stanno fuori dal nostro impatto, dalla nostra influenza, sono nel palazzo.

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POPULISMO PER VIA DI POPULISMO

Potremmo dire che l'Italia ha creato il populismo per via di populismo, per mezzo di populismo. Da Berlusconi e poi si può andare avanti, lo stesso Renzi e poi Salvini e poi Meloni, sono tutti attori politici che si presentano al pubblico nello stesso modo: parlo nel nome del popolo, nessuno di loro parla nel nome della propria parte”.

E come sono i partiti nell’epoca dei populismi?

Intanto sono non amati dai loro leader: “I leader populisti non amano i partiti, soprattutto quando sono partiti organizzati; il partito è un modo anche per limitare il potere della leadership. Quindi i leader populisti i partiti se li creano. Non è che non ci sono più partiti, non ci sono più partiti autonomi dal leader populista o dal loro leader, diventano più che altro movimenti del proprio leader, dove la fedeltà è diventata l'unica ideologia che conta e il partito diventa una specie di fazione”.

Da qui, secondo la Urbinati, l’assenza di mediazioni e convergenze bipartisan: “La fazione vuole il controllo di tutto e non può quindi accettare limitazioni e neanche compromessi, mentre il compromesso è l'anima della democrazia dei partiti”.

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STATO DEMOCRATICO VS DITTATURA DELLA MAGGIORANZA

 Ma l’esito più grave è il degrado della concezione dello Stato: “La fazione la si vede in azione benissimo una volta arrivata al potere. Guardiamo i governi di Meloni, di Orban, quelli di Slovacchia, Austria, Olanda, Usa, Argentina: sono governi basati su leader populisti e fazioni, che quindi non hanno predisposizione a considerare lo Stato un'entità autonoma da loro, lo Stato con le sue istituzioni, la divisione dei poteri, una giustizia autonoma, questo è il problema oggi, non sono nemmeno concepiti, sono considerati nemici; quindi, o lo Stato diventa loro proprietà, oppure lo Stato è un nemico. Oggi quello Stato, lo Stato costituzionale, lo Stato con le indipendenti istituzioni, è il nemico dei sistemi populisti fondati su questi partiti che chiamerei partiti faziosi, partiti movimento fazioso”.
In conclusione: “Questa democrazia che proviene dalla fine della democrazia dei partiti è una democrazia populista e faziosa. La sfida di oggi non è tra democrazia e non democrazia, la sfida è tra stato democratico costituzionale e dispotismo della maggioranza”.

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