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Scuola di Formazione Politica 2025 / II giornata

Gli anni ’70: il superamento
della conventio ad excludendum

  • 18 MAR 2025

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L’ultimo decennio democristiano, fra tensione e distensione internazionale. Il colpo di Stato in Cile. I condizionamenti esteri alla politica italiana. Terrorismo e stragismo. Il compromesso storico e l’assassinio di Moro

La seconda giornata di questo corso è stata dedicata agli anni '70. Il tema è stato introdotto dal giornalista e saggista Massimo Franco, il quale ha ripercorso le tappe politiche fondamentali di quello che ha definito “l’ultimo decennio democristiano”. Per Franco, punto chiave fu il colpo di Stato in Cile contro il governo del socialista Allende (1973), che spinse il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, a formulare la proposta del compromesso storico. Secondo Berlinguer, per mettere in sicurezza la democrazia, era necessario un accordo tra le principali forze politiche italiane, la Dc e il Pci, appunto. Sul versante democristiano, Aldo Moro era convinto che non si sarebbe potuto governare a lungo il Paese mantenendo la “conventio ad excludendum” nei confronti di un partito di massa come il Pci.

Dopo la lezione di Franco, le domande sono proseguite a raffica per quasi due ore. Domande formulate non solo dai presenti in sala, ma anche dagli “hub” di partecipanti in video-collegamento da varie città italiane (in particolare da Napoli, Palermo, Roma, Porto San Giorgio). Di moltissimi appassionanti temi ed aspetti di quegli anni è stato chiesto a Massimo Franco di sviscerarli e interpretarli. Dalla crisi petrolifera alla rivoluzione iraniana, dai segnali di Kissinger al ruolo di Andreotti e di Zaccagnini, la morte di Paolo VI e l’avvento di Giovanni Paolo II e la fine del comunismo sovietico, la figura di Craxi, la corruzione nella politica, e altro ancora.

Qui una parte del dialogo.

Scuola di formazione politica 2025 Viaggio nella democrazia italiana

DOMANDA - Quali furono le influenze americane in quegli anni e nel caso Moro?  Quale fu il contesto delle stragi e dei tentati colpi di Stato? È vero che l'Italia ha mantenuto la sua stabilità, ma ha comunque subito forti spinte centrifughe e centripete.

 FRANCO
Io credo che ci sia sempre stata un'influenza degli Stati Uniti: l'Italia era una marca di confine dell'Europa occidentale, resa ancora più strategica dalla presenza di un Partito Comunista italiano che aveva oltre il 30% dei voti. I tentativi di condizionare la democrazia italiana, a mio avviso, nascevano da due fattori. Il primo era l'ossessione anticomunista. Il secondo, la scarsa comprensione degli americani della Dc e della società italiana: la DC, per loro, era un partito confessionale, non ne coglievano la laicità; il PCI, invece, veniva letto esclusivamente attraverso la lente dell'Unione Sovietica. Era una visione semplicistica, ma in parte comprensibile.

L'impressione che ho di quel decennio così strategico è che ci sia stata una lotta sotterranea per portare l'Italia fuori dalla democrazia. Una lotta condotta sia dalle Brigate Rosse, sia da pezzi dello Stato. L'Italia ha fermato questi movimenti profondi, ma a un prezzo: l’immobilismo. Le spinte riformiste furono frustrate.

DOMANDA - Non ha accennato al '68. Cosa è rimasto di quel movimento nel decennio successivo?

Violante: crisi della democrazia ed espansione delle autocrazie

FRANCO - Credo che sia rimasta la degenerazione di quei movimenti, la loro estremizzazione. Se pensiamo al movimento dell’Autonomia Operaia negli anni '70-'77, o alla contestazione a Luciano Lama all’Università di Roma nel '77, vediamo come quel movimento, nato in gran parte come borghese, si sia spinto verso posizioni radicali.

Alla fine, il '68 ha sfiorato l’eversione, se non addirittura vi è entrato. Il mio giudizio è piuttosto negativo: al di là della voglia di rompere certi schemi, quel movimento non ha indicato soluzioni, ma solo un certo nichilismo, un rifiuto della società occidentale senza una vera proposta alternativa.

DOMANDA - Riguardo al sequestro Moro: lei ritiene che i servizi segreti americani abbiano utilizzato le Brigate Rosse per eliminare Moro dalla scena politica, dato il suo tentativo di apertura a sinistra? Inoltre, potrebbe darci una sua opinione sulla figura di Francesco Cossiga? Infine, ha parlato delle preoccupazioni del Vaticano verso il PCI, ma in quegli anni l’associazionismo cattolico si spostò molto a sinistra...

 FRANCO - Quella dei servizi segreti americani dietro il sequestro Moro è una delle tante vulgate di quel periodo. La verità è che, probabilmente, i servizi segreti di entrambi i blocchi si mossero dopo il sequestro, giocando le loro carte.

Quanto a Cossiga, era un uomo profondamente atlantista e un grande amico di Moro. Penso che il suo tormento successivo derivi dalla consapevolezza che, in quei giorni, non fu possibile salvarlo. Sottolineò anche come l’intero sistema stesse crollando.

Per quanto riguarda la Chiesa e l’associazionismo cattolico: la Chiesa era preoccupata proprio perché l’associazionismo cattolico stava scivolando verso sinistra. Questo, però, non riguardava soltanto gli anni ’70. Già alla fine degli anni ’40, dopo la Seconda Guerra Mondiale, si pose il tema del rapporto tra la Chiesa e i cattolici comunisti di Franco Rodano, un gruppo di cattolici che aveva abbracciato il comunismo. In quel contesto si sviluppava un’elaborazione intellettuale che teorizzava una possibile vicinanza, se non addirittura un’armonizzazione, tra comunismo e cattolicesimo. Pio XII si oppose decisamente. Alla vigilia degli anni ’70, ad esempio, le ACLI si erano spostate a sinistra, lo stesso accadde a pezzi della CISL. Per questo la Chiesa lanciò un monito molto chiaro per evitare simili derive.

Una Costituzione “ambiziosa” nata dal dialogo tra le culture politiche

DOMANDA - Perché, secondo lei, Aldo Moro, sfidando il governo statunitense in quel periodo, portò avanti l’idea del compromesso storico come condizione per lo sviluppo democratico dell’Italia?

FRANCO – Perché era un democratico, perché teneva conto di ciò che stava accadendo in Italia a livello elettorale e sociale. Capiva che, per garantire un governo al Paese, non si poteva prescindere dal Partito Comunista e cercò di convincere non solo della bontà, ma anche dell’inevitabilità di quell’accordo.

DOMANDA - In che modo la frattura tra mondo cattolico e Democrazia Cristiana e, all’interno dello stesso mondo cattolico, ha influenzato la crisi del sistema politico italiano?

Il rapporto tra il mondo cattolico e la Democrazia Cristiana è stato cruciale. Dobbiamo ricordare che, nel 1974, il referendum sul divorzio sancì la laicizzazione di una parte dell’elettorato cattolico italiano, provocando la caduta dell’allora segretario della DC, Amintore Fanfani. L’unità politica dei cattolici è sempre stata, in parte, una finzione. Non a caso, oggi la Chiesa cattolica non propone più un proprio partito, sapendo bene che, se lo facesse, probabilmente raccoglierebbe solo il 3-4% dei voti.

Il collateralismo tra Chiesa cattolica e Democrazia Cristiana, che nei primi decenni della Repubblica aveva portato benefici al Paese, alla fine si trasformò in una zavorra per entrambe. Con la fine della Guerra Fredda, anche la finzione dell’unità politica cattolica è venuta meno.