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Articolo di Giorgio Vittadini sul quotidiano "Avvenire"

Solo una cultura sussidiaria
può rilanciare le infrastrutture

Trasporti, energia, acqua, telecomunicazioni: le indicazioni che emergono dal Rapporto 2023 della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato a Roma con il ministro Fitto e l'ex Delrio e a Milano con il ministro Salvini

Il Pnrr assegna un ruolo fondamentale alle “infrastrutture”, quell’insieme di dotazioni materiali indispensabili per il funzionamento di un sistema-Paese, come strade, ferrovie, reti per il trasporto di energia, telecomunicazioni, e anche scuole e ospedali. Si tratta di un insieme di ambiti che necessitano fasi diverse e complesse – pianificazione, realizzazione, gestione e manutenzione – e che coinvolgono molteplici interessi, spesso in contrasto tra loro. Per queste ragioni rappresenta un ottimo banco di prova per il principio costituzionale della sussidiarietà. Questo prevede che la soluzione di un bisogno avvenga al livello più vicino a chi lo vive, ma anche che i livelli superiori di organizzazione sociale intervengano in caso di necessità.

Il Rapporto “Sussidiarietà e… governo delle infrastrutture”, muove da queste premesse. Da esso si evince che l’Italia investe in questo comparto meno dei principali Paesi europei. In un decennio gli investimenti hanno oscillato intorno allo 0,4% sul prodotto interno lordo. Decisamente meno rispetto a Francia (0,9%), Gran Bretagna (0,8%), Germania (0,7%) e Spagna (0,6%). La mancanza di risorse è aggravata da una governance complicata e non efficiente, a cominciare dall’incerta distribuzione delle competenze legislative per alcuni importanti ambiti, quali porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e navigazione, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, ordinamento della comunicazione: “materie concorrenti” in cui lo Stato deve dettare i principi fondamentali, mentre le regioni devono stabilire la legge di dettaglio.

 

Rapporto 2023: "Sussidiarietà e...
governo delle infrastrutture"

 

 

Non è difficile immaginare la dialettica che si crea tra centro e periferia su questo tipo di servizi che spesso hanno carattere nazionale e impatto locale. In occasione di uno di questi conflitti, nel 2003, la Corte Costituzionale inventò la cosiddetta “chiamata in sussidiarietà”, un meccanismo in grado di rendere flessibile l ordine delle competenze (amministrative e legislative), giustificandone, a certe condizioni, lo spostamento dal livello regionale a quello statale. La Corte richiese che in questi casi venisse rispettato il principio di leale collaborazione, ossia che le regioni fossero adeguatamente coinvolte nelle decisioni amministrative.

Questi brevi cenni chiariscono già la portata del principio di sussidiarietà, ben lontano dal significare “apertura al privato”, come era stato insinuato in passato. Sussidiarietà significa invece ricerca delle migliori soluzioni possibili, contro massimalismo e incompetenza; apertura di canali di comunicazione e ascolto e si attua come dialogo continuo e aperto al compromesso tra i diversi livelli di governance e di questi con le realtà di base. È evidente che non bastano leggi e regolamenti, o la sostituzione di un potere preposto per superare il dissenso e offrire una soluzione ai problemi. Pensiamo a opere come la Tav, il ponte sullo Stretto di Messina o il rigassificatore di Piombino.

Che ci sia bisogno di una cultura sussidiaria, che in definitiva introduce una dimensione di “responsabilità diffusa” nel perseguire il bene comune, lo mostrano con grande chiarezza anche due fenomeni in crescita, il Nimby (“Not In My Back Yard”), che si riferisce alle resistenze da parte delle comunità locali alla realizzazione di determinate infrastrutture o impianti nel loro territorio. E il Nimto (“Not in my term of office”), la tendenza a non prendere decisioni politiche impopolari i cui effetti si possono manifestare all interno del proprio mandato elettorale. Dalla ricerca emerge come solo la condivisione e il coinvolgimento responsabile di tutti i soggetti (pubblici e privati, centrali e locali) implicati nei processi decisionali e attuativi può permettere di trovare un punto di equilibrio virtuoso. Non un meccanismo affidato a regolamenti, quindi, ma un cambio di mentalità. E uno strumento di lavoro offerto a quanti devono oggi realizzare i molti progetti previsti dal Pnrr.

Per gentile concessione di Avvenire © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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