Gli autoritratti moderni Per secoli, ricchi e potenti hanno documentato la propria esistenza e il loro status mediante i ritratti, che possono essere considerati una sorta di “antropologia dipinta”, secondo lo storico dell’arte Hans Belting. Particolarmente istruttivi sono gli autoritratti, in cui l’artista mostra sia come lui si vede veramente e sia come desidera essere visto; un autoritratto può quindi contemporaneamente evidenziare e oscurare, spiegare e distorcere, mostrare egoismo e modestia, autoincensamento e autoironia. Oggi, gli autoritratti sono democratici e digitali, sono fatti di pixel e non di pittura. Nei siti di social networking come MySpace e Facebook, i nostri moderni autoritratti contengono musica, fotografie, riflessioni ed elenchi di hobby e amici. Sono interattivi, non chiedono solo di essere guardati, ma di reagire, sono creati per trovare amicizia, amore e quella ambigua cosa moderna che si chiama connessione. Come i pittori ritoccavano costantemente il loro lavoro, così questi autoritratti sono costantemente rivisti e modificati, anche se sono molto più effimeri di olio e tela. Ciò che emerge da queste gallerie virtuali è l’eterno desiderio umano per l’attenzione a sé. Sebbene questi siti siano ancor nella loro fase iniziale, si sta già avvertendo il loro impatto culturale: nel linguaggio (si veda to friend, “amicare”), nella politica (per i candidati presidenziali è ormai di rigore la presenza su MySpace) e nelle università e college (dove non usare Facebook può essere un handicap sociale). Stiamo solo iniziando ad afferrare le possibili conseguenze del loro uso per l’amicizia e per i nostri concetti di privato, autenticità, comunità, identità. Come con ogni nuovo progresso tecnologico, dobbiamo riflettere su che tipo di comportamento sociale verrà incoraggiato dal social networking sul web. Il responso dell’oracolo di Delfi era: conosci te stesso. Ora, nel mondo delle reti sociali on line, il consiglio dell’oracolo potrebbe essere: metti in mostra te stesso. Il concetto di amicizia nel mondo delle relazioni virtuali C’è un proverbio spagnolo che dice: “La vita senza un amico è una morte senza testimoni”. Nel mondo del social networking on line questa affermazione potrebbe diventare: “La vita senza centinaia di amici on line è una morte virtuale”. In questi siti l’amicizia è la raison d’être. Ma “l’amicizia” in questi spazi virtuali è completamente diversa dall’amicizia del mondo reale. Nel suo senso tradizionale l’amicizia è una relazione che, normalmente, riguarda la condivisione degli stessi interessi, la reciprocità, la fiducia e la messa in comune di dettagli, anche intimi, della propria vita, che si sviluppa nel tempo e in uno specifico contesto sociale (e culturale). Essendo intessuta di rivelazioni reciproche nascoste al resto del mondo, l’amicizia può fiorire solo entro i confini della riservatezza. Il link ipertestuale che sui siti di social networking è chiamato “amicizia”, è assai diverso: pubblico, fluido, promiscuo e, nello stesso tempo, stranamente burocratizzato. L’amicizia su questi siti si concentra in gran parte sul collezionare, gestire e catalogare le persone che conosci. Per esempio, su MySpace tutto è progettato per incoraggiare gli utenti a mettere insieme più amici possibili, come se l’amicizia fosse filatelia. Se sei così sfortunato da avere un solo amico su MySpace, nella tua pagina leggerai: “Hai un amico“, insieme ad una fila di spazi vuoti assai tristi, al posto delle faccine dei tuoi conoscenti. Questo promuove una frenetica caccia all’amico. La frase più diffusa su MySpace è “grazie per avermi aggiunto!”, il riconoscimento che un utente fa ad un altro dopo essere stato aggiunto alla lista di amici. Ci sono anche servizi che agiscono come sensali del social networking: per una certa somma scrivono sulla tua pagina elettronica messaggi di una persona attraente che fa finta di essere tua “amica”. Anche la struttura dei siti incoraggia la burocratizzazione dell’amicizia. Ognuno ha la sua terminologia, ma “gestire”è fra le parole più frequentemente usate. C’è qualcosa di orwelliano nel linguaggio manageriale dei siti del social networking: “Cambia i miei migliori amici” o “Vedi tutti i miei amici” e, quando il nostro Stalin interiore ha bisogno di esprimersi con purghe virtuali, “Revisionare gli amici”. Con pochi click del mouse, si può far salire o retrocedere (o eliminare completamente) una relazione. A dire il vero, tutti fanno graduatorie dei propri amici, sebbene con modalità intuitive e non dichiarate. Un amico può essere un buon compagno per andare al cinema o a concerti; con un altro si può socializzare sul lavoro; un altro ancora può essere il tipo di persona per la quale molleresti tutto se avesse bisogno di aiuto. Ma i siti di social networking ci permettono di catalogare i nostri amici pubblicamente, e non solo possiamo rendere pubbliche le nostre preferenze sulle persone, ma possiamo anche curiosare tra i preferiti di altre persone. Possiamo imparare tutto riguardo agli amici dei nostri amici, spesso senza neppure averli mai incontrati di persona. Alla ricerca dello status Sarebbe ingenuo dire che la gente non è in grado di distinguere fra gli amici del social network e quelli in carne ed ossa. La parola “amico” nel social networking è usata in modo diluito e leggero: certamente chi ha centinaia di amici su Myspace o Facebook non è così confuso da credere che quelli siano veri amici. L’impulso di collezionare più amici possibili su MySpace esprime un bisogno diverso dal desiderio di compagnia, non meno profondo e pressante: il bisogno di status. Diversamente dai ritratti di un tempo, i siti di social networking permettono di creare uno status, non soltanto di celebrarne il raggiungimento. Ma la ricerca dello status ha sempre un compagno al suo fianco: l’ansietà. Diversamente da un ritratto che una volta finito viene incorniciato e appeso alla parete, il mantenimento dello status su MySpace o Facebook richiede un’attenzione costante. La costruzione di un profilo su questi siti acquista sovente i tratti di una campagna pubblicitaria accuratamente pianificata. Un punto importante è capire cosa, alla fine, questa costante tensione al mantenimento di uno status virtuale significhi per la comunità e per l’amicizia. Negli anni Ottanta, in Le abitudini del Cuore, il sociologo Robert Bellah e i suoi colleghi hanno documentato lo spostamento dalle compatte comunità tradizionali “a maglia stretta” alle comunità definite generalmente da “tempo libero e consumo”. Forse oggi siamo già andati oltre i gruppi caratterizzati dallo stile di vita e siamo entrati in un mondo di “nicchie di personalità” o “nicchie di identità – discreti luoghi virtuali nei quali possiamo essere persone diverse (e talvolta contraddittorie) con gruppi di amici con le stesse tendenze, ma sempre diversi e mutevoli. Al di là del Networking Sotto un certo aspetto, però, dovremmo forse elogiare i siti di social networking per aver facilitato l’amicizia, come la posta elettronica ha facilitato la corrispondenza fra le persone. Nel diciannovesimo secolo, Emerson osservò che «l’amicizia richiede più tempo di quanto i poveri indaffarati uomini possano solitamente disporre» La tecnologia ci ha dato la libertà di entrare nella rete dei nostri amici quando ci pare e piace: è un modo di “mantenere un’amicizia senza dovere fare nessuno sforzo”, ha detto un neo-laureato di Harvard al The New Yorker. Questa facilità rende possibile rimanere in contatto con un più ampio cerchio di conoscenze anche al di fuori di Internet. Amici non più sentiti da anni, vecchi compagni di scuola, persone di cui hai perso i contatti, possono ora facilmente riconnettersi con te. Ma di che tipo di connessioni si parla? Nel suo eccezionale libro Friendship: An Exposé, Joseph Epstein elogia il telefono e l’email come tecnologie che hanno notevolmente facilitato l’amicizia. Scrive: «Proust una volta ha detto che non apprezzava molto l’analogia che vede il libro simile ad un amico. Pensava che il libro fosse meglio di un amico, perché puoi chiuderlo (ed esserne esclusi) quando vuoi, mentre non puoi fare lo stesso con un amico. Con le email e gli identificatori di chiamata – dice Epstein – puoi fare allo stesso modo». Ma i siti del social networking (che secondo Epstein «parlano alla più grande solitudine del mondo») scoraggiano “l’essere messi alla porta” dalla gente. Al contrario, incoraggiano gli utenti a controllare la posta elettronica frequentemente, a “stuzzicare” gli amici e a lasciare commenti on line. Incoraggiano un interazione quantitativa più che qualitativa. Ulteriori considerazioni si possono aggiungere circa le implicazioni del social networking sulle tendenze al narcisismo e all’esibizionismo. Dato il tempo che già dedichiamo a divertirci con la tecnologia, chiediamoci almeno se il tempo che passiamo nei siti di social networking è speso bene. Investire così tante energie per presentarci nel modo migliore on line, non ci farà perdere opportunità per renderci realmente migliori? Rispetto all’incontro di persona, il contatto virtuale sembrerebbe ormai preferito. Oggi, molte delle interazioni culturali, sociali e politiche avvengono eminentemente attraverso convenienti surrogati tecnologici. Perché andare in banca, se si può usare lo sportello bancomat? Perché cercare negli scaffali di una libreria, se Amazon seleziona i libri per te? Allo stesso modo i siti del social networking sono molto spesso convenienti surrogati di amicizie e comunità reali. Questi network virtuali espandono fortemente le nostre opportunità di incontrare altri, ma dall’altro lato potrebbero diminuire la capacità di instaurare rapporti reali. Come ha ammesso una giovane lettrice su Times: «Io scambio costantemente contatti umani reali per più affidabili smiles su Myspace, winks su Match.com e pokes su Facebook». Che lei trovi queste relazioni on line più affidabili ci dice di un desiderio di evitare la vulnerabilità e l’incertezza che comporta la vera amicizia. La vera intimità richiede un rischio, il rischio della disapprovazione, del malessere, del sentirsi giudicati. I siti del social networking possono sicuramente rendere i rapporti più affidabili, ma resta da vedere se questi rapporti sono anche soddisfacenti dal punto di vista umano. Tratto da The New Atlantis, numero 17, Summer 2007.
Reti sociali e nuovo narcisismo
di Christine Rosen / Scrittrice e giornalista, Ricercatrice al Centro di Etica e Politica pubblica di Washington DC.
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