Quadrimestrale di cultura civile

Reti diplomatiche e Sistema Paese

di Franco Frattini / Ministro degli Affari Esteri

La rete diplomatica italiana e le sue caratteristiche Rete, parola dai molti significati, ambigua. Evoca connessione, certo, circolazione. Ma anche inganno o raggiro. Evoca trappola. Ma anche mèsse. Ci sono reti che prendono pesci, e reti che li fanno scappare. Ci sono reti che ingannano, da cui ci si deve liberare (e penso subito alla sublime allegoria del “Disinganno”, la statua del Queirolo nella Cappella Sansevero di Napoli), e reti che fanno luce sugli inganni. Ci sono reti atone. E quelle percorse da energia, gestite, curate dal centro, ma alimentate dagli stessi nodi che le compongono. Così intendo quella diplomatica. Con una topologia precisa: a stella, con un centro forte. Un centro che a sua volta è parte e motore di una vera e propria rete infrastrutturale, come può per certi aspetti essere descritto il Governo. La Farnesina, quindi, come gestore che raccoglie, distribuisce e crea energia e valore aggiunto. Come hub che lancia e riceve impulsi verso e da tutti i nodi. Che a loro volta sono “fully connected”, ciascuno attualmente o potenzialmente in contatto con tutti gli altri. E che sono essi stessi hub nel paese o nella circoscrizione in cui operano. Verso le istituzioni politiche e amministrative locali, certo. Verso le nostre collettività. Ma sempre più, e sempre più efficacemente, verso il mondo dell’economia, della cultura, della comunicazione. Verso le società civili e le loro forme organizzate, i partiti politici, le organizzazioni nonprofit, quelle del culto. Verso i singoli individui. I numeri? Possono stupire. Abbiamo una rete diplomatica e consolare tra le più estese al mondo: con le nostre oltre 330 sedi tra Ambasciate, Rappresentanze, Consolati e Istituti di Cultura, presenti in oltre 140 paesi, siamo al quarto posto dopo gli USA, il Regno Unito e la Francia (e primi per il numero di Consolati). E alle sedi del Ministero degli Esteri vanno affiancati i 115 uffici dell’ICE (Istituto nazionale per il Commercio Estero) in 86 Paesi, complementari alle nostre Ambasciate e uffici commerciali. Ma la rete estera del Sistema Italia non si esaurisce qui. Vanno aggiunte le 140 Camere di Commercio in 48 paesi. Le oltre 90 sedi o antenne delle nostre Autonomie Territoriali, e quelle di alcuni Ministeri, e della Banca d’Italia. I 24 uffici dell’ENIT (Ente Nazionale Italiano per il Turismo) in 20 paesi. I 414 comitati della “Dante Alighieri”. E ancora le rappresentanze delle nostre associazioni di categoria, quelle delle grandi e medie aziende italiane, dei nostri istituti bancari. E non è errato far entrare in un computo generale anche le nostre ONG, spesso le migliori interpreti della sussidiarietà, le associazioni di connazionali all’estero (ne abbiamo recensite più di 6.000…), le missioni. Un patrimonio immenso per l’Italia, una rete vastissima per difendere e promuovere i valori del Paese e gli interessi dei suoi cittadini e imprenditori. Che certo non fa – né potrebbe fare – tutta capo alla Farnesina, ma che il Ministero degli Esteri utilizza e ancora più intende utilizzare, direttamente o indirettamente, e valorizzare. E, dove serve, anche razionalizzare o contribuire a farlo. Per produrre profitto. Profitto economico, quantificabile; profitto politico e sociale, meno evidente, ma non meno rilevante. Un profitto, un valore aggiunto che può ancora aumentare, se intensifichiamo gli sforzi, se la “macchina Farnesina” procede spedita nella sua evoluzione per essere sempre più in sintonia con le necessità non solo della nostra politica estera – suo “core business” tradizionale –, ma con quelle del mondo produttivo, della cultura, della comunicazione, della cooperazione. È questo il senso del messaggio che, con il Segretario generale del Ministero, ho voluto trasmettere a tutti i collaboratori della Farnesina, e che giorno dopo giorno voglio che si traduca in atti e fatti, concreti, tangibili e, per quanto possibile, misurabili. Non solo “outputs”, prodotti, ma “outcomes”, risultati, anche di sistema. Ho ritrovato dopo quattro anni una Farnesina di cui io stesso avevo voluto rafforzare questa evoluzione. Si è profondamente rinnovata, ma proprio per questo è pronta a ulteriori progressi, che io vedo necessari e possibili soprattutto su tre fronti: la diplomazia economica, quella culturale e quella “pubblica”, o sociale. L’importanza di un’efficace diplomazia economica Mi soffermerò più diffusamente sulla prima. È evidente che, mai come oggi, nella crisi finanziaria internazionale che stiamo vivendo, viene in risalto il vero asset dell’economia italiana, la sua forza viva che va difesa e promossa: la capacità produttiva e quella di innovare. Frutto dell’ingegno e dell’operosità di poche grandi aziende e di centinaia di migliaia di aziende medie o piccole. Siamo con la Germania e il Giappone il solo Paese in cui il contributo del settore manifatturiero al PIL e all’occupazione è superiore al 20%. Lo siamo perché i migliori tra i nostri imprenditori hanno saputo affrontare la concorrenza internazionale, anche quella dei più temibili concorrenti emergenti. Da una parte concentrando la produzione sui prodotti a maggiore valore aggiunto; dall’altra integrando la propria catena produttiva con impianti e sedi all’estero. L’export negli ultimi quattro anni ha avuto degli incrementi notevolissimi, in alcuni paesi addirittura spettacolari. Ma i successi non devono farci dimenticare due debolezze, per correggere le quali vedo appunto un ruolo essenziale della diplomazia economica. Per un verso, l’internazionalizzazione è ancora troppo legata al solo export. Non basta. Le aziende devono potersi radicare sui territori esteri, pur restando nella massima misura possibile italiane. Devono integrarsi profondamente anche nel tessuto produttivo locale. Per un altro, è il nostro stesso territorio che deve essere più aperto agli investimenti produttivi esteri, quelli che generano occupazione e sviluppo economico stabile. L’Italia in questo settore fa ben magra figura tra i Paesi OCSE europei. Per gli investimenti per i settori ad alta intensità di tecnologia, i quartier generali delle multinazionali preferiscono Paesi come la Gran Bretagna, non solo, ma anche la Francia, la Germania e finanche la Spagna; per le produzioni l’est Europa, oltre che l’Asia e i paesi della sponda sud del Mediterraneo. E la quota di investimenti diretti esteri in Italia resta così di meno della metà della media europea (15,9% del PIL nel 2006 a fronte della media in Europa del 39%). In entrambi i casi un’azione rafforzata della “diplomazia economica” può essere fondamentale per fare la differenza. E questo significa da una parte fare in modo che sempre più i nostri diplomatici, e con essi tutti gli agenti del Ministero degli Esteri, siano capaci di accompagnare e talvolta anche guidare le nostre aziende nella loro sfida internazionale. Dall’altra, che lo stesso “centro” deve rafforzare questa capacità. Ed è ciò che stiamo facendo. Lo stiamo facendo con un “agire amministrativo” diverso. Con un modo di essere dell’amministrazione rinnovato, che esprime tutta la nostra volontà di collaborare con il mondo dell’imprenditoria, abbandonando la mentalità burocratica del “noi e loro”; ripensando in termini di pragmatismo e voglia di servire i modelli di governance del pubblico e i modelli di partnership pubblico/privato, anche nella chiave della sussidiarietà. Provando a concertare e concentrare gli sforzi, pianificando assieme le iniziative, iscrivendole in un orizzonte strategico. Volendo insomma far squadra, con la consapevolezza che il potere pubblico può e deve essere “animatore” della squadra. O, se si vuole non utilizzare l’abusata metafora sportiva, accentuando una delle funzioni più interessanti – quanto difficili – dell’agire pubblico: l’essere facilitatore di processi, usando il potere/capacità pubblica per raggiungere un traguardo condiviso con la società che questo potere gli conferisce. I processi di internazionalizzazione Questa opportunità/necessità è ancora più evidente quando si tratta di sostenere i processi di internazionalizzazione. Naturalmente, vi sono gli strumenti tecnici, come quelli forniti da Sace e Simest. Vi sono i provvedimenti legislativi molto pregnanti che il Governo sta promuovendo per favorire l’internazionalizzazione. Vi è in prospettiva l’esercizio da parte del Governo della delega per rivedere tutto l’impianto del supporto pubblico all’export. Vi è poi la – ancorché limitata – azione che un Paese membro dell’Unione Europea può attuare per fissare le regole dei mercati economici internazionali. Vi è anche il recentissimo “Comitato Strategico per la tutela degli interessi economici all’estero”, che si concentrerà soprattutto sull’analisi dell’incidenza dei “fondi sovrani” e sulle strategie per lo sviluppo sostenibile dei paesi in via di sviluppo. È un organismo tecnico di supporto al Governo presieduto dal Segretario generale della Farnesina, e di cui fanno parte esperti di elevato profilo designati dai Ministri degli Esteri e dell’Economia e Finanze. Ma soprattutto vi è da parte nostra una forte volontà di collaborazione con gli altri attori pubblici, e assieme a essi con le organizzazioni dell’imprenditoria. È questa volontà che mi ha portato ad esempio a condividere con il Ministro Scajola l’iniziativa di una “Cabina di regia per l’Italia internazionale”, iniziativa incoraggiata dal Presidente del Consiglio, che del l’azione di promozione dell’economia ha sempre fatto una vera stella polare, anche quando ha diretto la Farnesina. Le parole chiave della “Cabina di regia” vogliono essere la cooperazione strutturale e non episodica tra il Ministero degli Esteri e quello dello Sviluppo Economico, con l’ICE; la programmazione in comune delle grandi missioni di sistema in cui i massimi rappresentanti dello Stato e del Governo sono affiancati dal meglio della nostra imprenditoria; l’ottimizzazione delle risorse, tanto nazionali quanto regionali ed europee; l’accrescimento e la maggiore efficacia del sostegno istituzionale alla presenza ed espansione delle imprese italiane sui mercati esteri; l’attrazione di investimenti dall’estero; il coordinamento con tutte le entità interessate, a cominciare da Confindustria, associando naturalmente a seconda delle necessità le Regioni, con le loro competenze costituzionalmente previste, assieme alle altre amministrazioni dello Stato, l’ABI (Associazione Bancaria Italiana), le grandi aziende, l’ENIT, il sistema camerale. E inoltre, con il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) e Confindustria, vogliamo attuare metodi di valutazione dell’efficacia delle iniziative assunte, monitorare i seguiti delle missioni di sistema, in un clima di collaborazione e rapporto tra pari pubblico/ privato. Ho poi disposto che anche le strutture della Farnesina si rafforzassero per agevolare questi nuovi, assai impegnativi compiti. È stata così creata una “Unità per il Sistema Paese e le Autonomie territoriali” di diretto supporto al vertice amministrativo, quindi con capacità e responsabilità marcatamente trasversali, all’interno dell’amministrazione degli Esteri e, a tutto campo, verso l’esterno, che si è aggiunta alla già forte e sempre crescente azione di promozione economica delle nostre Ambasciate e Consolati e delle direzioni generali geografiche, con la direzione generale che cura i rapporti economici e finanziari multilaterali. Ho incoraggiato il proseguimento di una consuetudine di incontri regolari tra il top management della Farnesina e quello delle grandi holding italiane, che stanno dando frutti innegabili di reciproca consapevolezza ed efficacia dell’azione in comune. Nella scelta dei diplomatici da proporre al Consiglio dei Ministri per l’alto incarico di Ambasciatore privilegio sempre più la capacità di interpretare un ruolo ancora maggiormente orientato verso la promozione delle nostre priorità economiche e commerciali. La diplomazia culturale al servizio della “voglia d’Italia” Slancio della diplomazia economica, certo, ma non solo. Sulla rete del Sistema Paese, e anzitutto su quella di diretta responsabilità della Farnesina, voglio che circoli sempre più cultura, che non è certo isolata o addirittura antitetica rispetto all’economia. Ben al contrario. La cultura italiana e la lingua che la esprime, sono sempre più desiderate; e non a caso lo sono con i nostri prodotti. Il meglio di questi è cultura italiana: una nostra macchina utensile a controllo numerico, un satellite, una diga, una piattaforma petrolifera in acque profondissime non sono meno “cultura” di quanto lo sia il nostro immenso patrimonio artistico. Ed è proprio nel campo della promozione culturale – alla quale tengo tanto da aver deciso di trattenere sotto la mia diretta responsabilità la delega relativa – che ritengo indispensabili due azioni specifiche. La prima è di carattere legislativo: è tempo di una profonda riforma delle norme che regolano gli Istituti di Cultura, a oltre vent’anni dalla legge del Ministro De Michelis. Essi devono essere veri protagonisti della “voglia d’Italia”: facilitarla e soddisfarla, con criteri moderni non solo di programmazione, ma anche di gestione. Criteri di gestione applicabili anche fin d’ora – ecco la seconda azione – in cui deve rientrare una spiccata propensione al partenariato con gli attori privati, e un’altrettanto spiccata capacità a capire e valorizzare proprio la sussidiarietà. Diplomazia sociale, comunicazione e tecnologia In quest’ultimo solco si innesta anche quella che possiamo definire la “diplomazia sociale”, che in parte è definita come “public diplomacy”, ma che in questa non si esaurisce. Voglio che la nostra rete – le nostre reti – ne siano percorse continuamente. Una diplomazia che sappia fare – come è in larghissima parte la nostra attuale – ma che sappia anche far conoscere ciò che fa. Che sia fedele interprete e “traduttore”, in tutti i sensi, della migliore realtà italiana. Che di questa si senta profondamente parte, che la conosca, in tutte le sue molteplici sfaccettature, che la condivida. Che sappia sempre usare i mezzi più diretti ed efficaci per comunicarla. Il Ministero sta operando uno sforzo significativo in questo senso. I risultati cominciano ad arrivare, anche se vi è ancora strada da percorrere. Stiamo rafforzando tutta la comunicazione con una strategia generale che non tralascia nessuno strumento. Dalla formazione alla più accentuata presenza nei dibattiti pubblici, e non solo specialistici, in Italia e all’estero; dall’attenzione non convenzionale alle esigenze dei media, fornendo un flusso continuo e altamente professionale di notizie, commenti, approfondimenti, sino a mie istruzioni dirette agli Ambasciatori e ai Direttori generali appunto sul tema della comunicazione. Passando per il sempre più accentuato sfruttamento della potenza (e delle potenzialità) delle ICT (Information and Communication Technology), di cui, va ricordato, il Ministero degli Affari Esteri è – da pioniere – un vorace utilizzatore. Così, continuo miglioramento del nostro portale web, che da ultimo ha anche ricevuto significativi riconoscimenti da parte di giurie private e che recentemente ha ad esempio inaugurato anche una sezione in arabo, iniziativa apprezzatissima dai nostri partner della sponda sud del Mediterraneo. Newsletter e siti specialistici creati da alcune Direzioni generali ed Unità del Ministero. Potenziamento ed omogeneizzazione dei siti delle nostre Ambasciate. Crescente investimento nell’innovazione tecnologica e nelle ICT (+32% negli ultimi due anni). Nel 2009 sarà operativo – ed è solo un esempio tra le molte innovazioni – il primo “Consolato Digitale”, che consentirà, tramite una piattaforma informatica per la gestione integrata dei dati e delle funzioni consolari l’erogazione on-line dei servizi ai nostri concittadini e agli stranieri. Un “Consolato a domicilio”, per niente virtuale, uno dei tanti esempi di come il Ministero vuole e sa sfruttare le reti. Limitatezza delle risorse e principio di sussidiarietà Un ultimo cenno lo ritengo doveroso alla consapevolezza che abbiamo da una parte della estrema limitatezza delle nostre risorse, che in molti casi rischia di impedire alla nostra rete di sfruttare anche solo la parte essenziale della sue capacità, dall’altra della necessità di un ancor maggiore sforzo per la sua razionalizzazione, soprattutto per ciò che riguarda i troppi Consolati concentrati in Europa. Questi sottraggono risorse a usi più redditizi, laddove servirebbero, ad esempio, per aprire o rafforzare nuove Ambasciate o uffici commerciali in paesi emergenti. Limitatezza di risorse in mezzi finanziari e personale che ci pone tra gli ultimi nel confronto con i paesi cui ho fatto cenno in apertura. In una situazione di grandi difficoltà delle finanze pubbliche, il Ministero degli Affari Esteri sta dando prova, come sempre in passato, di grandissima responsabilità e anche capacità di tirar fuori il meglio da poco. Anche in questi frangenti, e non solo per motivi di difficoltà economiche, viene in rilievo la sussidiarietà. Con altri “layers” di Governo, tra cui anzitutto le Regioni, le Province, i grandi e piccoli Comuni. Con la società civile, il mondo del volontariato, le ONG. Tutti, anch’essi, reti o nodi di rete. Per la migliore realizzazione delle missioni istituzionali che ho ricordato, che sono proprie della Farnesina, ma nella cui attuazione la Farnesina è pronta a cooperare con lo spirito che ho illustrato. Ci auguriamo che i cittadini, gli imprenditori, la società avvertita e responsabile cui si rivolge Atlantide possa apprezzare le nostre azioni e le nostre intenzioni, sostenendo i nostri sforzi laddove siano ritenuti utili, spronandoci a far meglio anche con i propri suggerimenti e apporti.

Nello stesso numero