Quadrimestrale di cultura civile

L’industria dell’energia nel sistema economico globale

di Fulvio Conti / Amministratore delegato e Direttore generale di Enel

Lo scenario energetico globale L’energia è uno dei fattori principali di sviluppo sociale ed economico. L’elettricità è disponibile con continuità solo per un terzo degli abitanti del pianeta e l’aspirazione legittima a migliorare gli standard di vita continuerà a guidare le dinamiche di domanda, creando una pressione sempre più forte sulla disponibilità e sui prezzi delle risorse. Per assicurare adeguate forniture in un contesto di domanda crescente sono necessari eccezionali investimenti in infrastrutture e nell’efficienza energetica. Secondo la IEA (International Energy Agency) saranno richiesti investimenti in infrastrutture energetiche per 26.000 miliardi di dollari tra il 2007 e il 2030, in previsione di un aumento della richiesta di energia primaria del 45% nello stesso periodo1. Circa il 70% di questo aumento è dovuto all’espansione dei paesi emergenti, con Cina e India che incidono per la metà. I combustibili fossili rimarranno ancora a lungo la principale fonte di energia e il loro contributo al soddisfacimento della domanda globale si manterrà stabile intorno all’80% almeno fino al 2030. Tali risorse sono concentrate in poche aree geografiche: il 61% delle riserve provate di petrolio è in Medio Oriente; il 66% delle riserve di gas è in Russia (25%) e in Medio Oriente (41%)2. Questa ripartizione delle risorse rende la maggior parte dei paesi industrializzati dipendenti dalle importazioni. L’Europa a 27 deve importare il 52% del proprio fabbisogno di energia primaria, principalmente da Russia (18%), Nord Africa (8%) e Golfo Persico (5%)3. Di conseguenza si sta sviluppando un processo di polarizzazione, con la formazione di due blocchi di interessi contrapposti fra paesi importatori ed esportatori, accompagnato da un flusso sbilanciato di risorse finanziarie dai primi ai secondi. Secondo un recente Report del Financial Times, durante la prima metà del 2008 il flusso verso i Paesi Opec è stato pari a quello dell’intero 2007. Allo stesso tempo, in Europa, sotto la pressione dei grandi operatori e nonostante le asimmetrie nella regolazione, si stanno creando mercati macro-regionali dell’energia: Europa Centrale, Europa Centro-Orientale, Europa del Sud-Est, penisola iberica, con la creazione di Borse dell’energia elettrica transnazionali. Tuttavia, persistono ancora diverse asimmetrie a livello europeo: barriere di mercato, asimmetrie nel grado di apertura dei singoli mercati, differenze tra i sistemi regolatori, comportamenti protezionistici, limiti fisici alle capacità di interconnessione, assenza di un coordinamento tra i gestori nazionali delle grandi reti di trasporto. Tutto questo impedisce la creazione di un mercato transnazionale integrato, rallenta le dinamiche degli investimenti e limita la sicurezza energetica del Continente. La sfida ambientale Lo scenario finora delineato si completa con alcune considerazioni sulla questione ambientale, in particolare sulla lotta al cambiamento climatico. In questo contesto gli strumenti adottati a livello internazionale per ridurre le emissioni di gas serra si sono rivelati inadeguati. Nonostante gli sforzi conseguenti al Protocollo di Kyoto, dal 1990 al 2005 le emissioni globali di CO2 sono cresciute del 35%, da 19,9 a 26,9 miliardi di tonnellate all’anno, principalmente nei paesi emergenti4. Le ragioni per le quali il Protocollo di Kyoto non ha funzionato sono ben note, a partire dalla mancanza di una dimensione globale, dato che le emissioni oggetto degli obiettivi di riduzione ammontano solo al 30% del totale. Inoltre, gli sforzi sono concentrati su pochi settori, già altamente efficienti, invece che su quelli più inefficienti dove potrebbero essere ottenuti ottimi risultati a costi più contenuti. Infine, non è stata data la dovuta importanza al trasferimento di tecnologie verso i paesi in via di sviluppo e svincolati dai limiti di Kyoto. Ogni settimana in Cina entra in funzione un impianto a carbone da 700-800 MW, con un’efficienza di circa un terzo inferiore rispetto a una centrale di ultima generazione come quella che stiamo costruendo a Civitavecchia. Se la Cina adottasse la nostra tecnologia a carbone pulito per tutti i suoi nuovi impianti a carbone, si potrebbero ridurre le emissioni di CO2 di 65 milioni di tonnellate all’anno. Per queste ragioni, le misure oggi in atto per frenare la crescita delle emissioni rischiano di essere non solo eccessivamente costose, ma anche di fatto inefficaci. Per ridurre davvero i gas serra serve un sistema meno rigido: il cambiamento climatico è un problema globale e necessita di una risposta altrettanto globale. In questo contesto, vorrei inoltre evidenziare che l’Italia è già un Paese virtuoso, avendo un’emissione pro-capite pari a 7,76 tonnellate di CO2, inferiore alla media europea (9,52 per l’UE a 15), a quella della Germania (10,92) e della Francia (8,46). Il ruolo dell’industria dell’energia L’industria energetica ha il compito di assicurare forniture di energia sicure, abbondanti, a buon prezzo e ambientalmente sostenibili. Per raggiungere questo obiettivo, conciliando esigenze contrastanti, è necessario realizzare ragguardevoli investimenti infrastrutturali. Il business dell’energia è infatti caratterizzato da un’alta intensità di capitale e da tempi lunghi per la realizzazione delle infrastrutture stesse. Gli investimenti in questo settore richiedono quindi la disponibilità di grandi risorse finanziarie per un lungo periodo di tempo, prima che sia possibile raccogliere i frutti degli investimenti. Per di più, l’industria dell’energia deve fare i conti con rischi geopolitici, finanziari e regolatori − e anche con il costo della riduzione delle emissioni − e con l’accettazione di nuove infrastrutture da parte della collettività. L’industria dell’energia deve riuscire a gestire in modo efficiente questo insieme di variabili con l’obiettivo di realizzare investimenti profittevoli, attraenti e sostenibili per tutti gli stakeholders. Per raggiungere questi fini vi sono quattro fattori chiave che devono essere tenuti in considerazione. La dimensione degli operatori sta divenendo il primo fattore chiave per sostenere i grandi investimenti richiesti dall’aumento della domanda e dal lungo ciclo vitale del processo, e per poter ottenere una conveniente diversificazione geografica. Il secondo fattore è l’integrazione verticale nell’upstream, che permette l’accesso diretto alle materie prime ed è la chiave per assicurare la disponibilità delle risorse e per ridurre i costi dell’offerta. Oggi, i paesi consumatori e gli operatori del midstream e downstream stanno stringendo partnership e accordi con le aziende dei paesi produttori, così come i paesi produttori e gli operatori nell’upstream sono in cerca di mercati più grandi, entrando nel downstream e puntando al settore retail. Questo processo di avvicinamento tra Paesi produttori e importatori non dovrebbe essere bloccato da politiche protezionistiche, in quanto rappresenta un’evoluzione naturale del mercato derivante dall’incontro tra offerta e domanda. In Italia come nel resto d’Europa, gli stessi processi sono avvenuti nel settore retail della benzina senza problemi. La gente è abituata a fare il pieno in stazioni di servizio che appartengono ai paesi produttori, dunque perché lo stesso non dovrebbe accadere con il gas o l’elettricità? Il terzo fattore, quindi, è rappresentato dalle partnership, uno strumento molto efficace nel promuovere questo processo di avvicinamento. Dal punto di vista dei consumatori, creare partnership efficaci tra paesi produttori e paesi importatori è cruciale per la sicurezza delle forniture di materie prime. Enel, è fortemente impegnata in questo campo. Ha realizzato in Russia un modello verticalmente integrato di business, dall’estrazione di gas alla generazione di elettricità, dalla distribuzione alla vendita, dedicato allo sviluppo del mercato domestico russo. Con il nostro partner in Russia, Gazprom, stiamo lavorando anche a un progetto che include il trasferimento a Gazprom di un pacchetto azionario di minoranza in una centrale italiana. In Algeria, Enel collabora, tra gli altri, con il monopolista locale Sonatrach nel progetto GALSI, mentre in Egitto vi è un accordo di cooperazione con EGAS per lo sviluppo di attività nel settore upstream del gas, in tutta la filiera del gas naturale e nel settore elettrico egiziano. Infine, in Indonesia Enel possiede quote di produttori di carbone da cui ci riforniamo con contratti di lungo termine. Le partnership possono trasformare la contrapposizione di differenti interessi in uno sforzo comune per la sostenibilità e la profittabilità. Il quarto e ultimo fattore è costituito da un quadro normativo stabile e omogeneo e da un mercato realmente libero, tali da garantire flussi di cassa adeguati al sostegno degli investimenti. Allo stesso tempo, gli investimenti devono essere accettati socialmente e bisogna trovare soluzioni adeguate alla diffusa sindrome NIMBY (“Not in my back yard”, “Non nel mio cortile”). Focalizzarsi su questi punti chiave può aiutare a mitigare i principali fattori che impattano l’industria energetica. Occorre però, che i governi si impegnino a garantire le giuste condizioni per rendere possibili grandi investimenti da parte dei privati. Inoltre, è necessario il coordinamento politico tra i paesi importatori, soprattutto tra i paesi europei, se si vuole affrontare efficacemente la scarsità di materie prime, perché uno sforzo congiunto funziona senza dubbio meglio di 27 diversi accordi bilaterali. Le peculiarità del sistema energetico italiano Rispetto agli altri paesi europei, la situazione del sistema energetico italiano è aggravata da una pressoché totale dipendenza energetica dall’estero e da un mix di generazione quasi del tutto sbilanciato sbilanciato verso le fonti più costose. L’85% del fabbisogno italiano di energia primaria è importato, per lo più da pochi paesi fornitori. In particolare, il 76.4% del gas importato viene da Russia (30.7%), Algeria (33.2%) e Libia (12.5%)5. Nel 2007 quasi il 70% dell’elettricità è stata prodotta con gas e olio (56% gas, 13% olio); per l’Unione Europea questa percentuale è del 27% (22% gas, 5% olio), con un importante con tributo di nucleare e carbone (28% nucleare, 28% carbone). In Francia ben il 77% dell’energia viene dal nucleare. L’attuale mix energetico penalizza quindi la struttura dei costi e i prezzi del settore elettrico italiano, che sono tra i più alti d’Europa. Questo nonostante la liberalizzazione del mercato elettrico in Italia rappresenti un esempio di successo tra i paesi europei: abbiamo un gestore della rete di trasmissione indipendente, un’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas con poteri forti, una quota di mercato della generazione dell’ex-monopolista fortemente ridotta (dal 77% al 25%) e numerosi operatori attivi sia nella generazione che nella vendita. Grazie alla liberalizzazione, la crescita dei prezzi dell’elettricità dal 1996 al 2007 è stata più contenuta in Italia (+27%) rispetto alla media Europea (+43%). Nello stesso tempo l’indice dei prezzi al consumo in Italia è variato del 28% e in Europa del 42%. Nei primi nove mesi del 2008 la bolletta energetica è aumentata del 7.9%, a fronte di un aumento del petrolio del 19.7% (in euro, +26.2% in dollari)6. L’Italia è il Paese con la massima apertura concorrenziale, paragonabile al Regno Unito (più di cento operatori accreditati presso l’Autorità come trader di energia elettrica); tuttavia non è il numero di operatori a fare la differenza: il costo dell’energia è legato a quello dei combustibili e la migliore forma di concorrenza è poter disporre di un mix equilibrato. In Francia, in un mercato poco aperto di cui EDF detiene l’80%, il prezzo del kilowattora è inferiore fino al 40% rispetto a quello prodotto in Italia, grazie alla forte incidenza del nucleare. L’eccessiva dipendenza dagli idrocarburi non è solo la causa principale del divario tra il prezzo dell’energia elettrica in Italia e quello della media europea, ma è anche, e soprattutto, un fattore di rischio per la nostra stessa sicurezza energetica. In Italia, con un mix equilibrato costituito da un 30% di fonti rinnovabili, 25% di carbone pulito, 20-25% di nucleare e la restante parte di gas, potremmo ridurre la bolletta delle famiglie e delle imprese del 20-25%, allineandoci al livello degli altri paesi industrializzati. Il ruolo del nucleare in questo senso è indispensabile per garantire sicurezza negli approvvigionamenti e prezzi competitivi nel rispetto dell’ambiente. Come è stato detto, esso non è “la” soluzione, ma senza nucleare non c’è soluzione al problema energetico e alla lotta al cambiamento climatico. Enel è già oggi un leader nel nucleare, essendo presente in Francia con una quota del 12.5% nel primo reattore di terza generazione avanzata in costruzione a Flamanville con tecnologia EPR, in Slovacchia con il completamento di due unità e con la gestione di altre quattro che impiegano la tecnologia russa VVER e, infine, in Spagna, attraverso Endesa, con centrali nucleari che utilizzano tecnologia americana. È necessario poi continuare a sviluppare la tecnologia del carbone pulito: accanto alla riconversione della centrale di Porto Tolle e il completamento di quella di Civitavecchia, Enel sta realizzando con Eni il primo progetto italiano per la cattura, il trasporto e il sequestro geologico della CO2. Un altro punto importante è il potenziamento delle infrastrutture di approvvigionamento del gas. Gasdotti e rigassificatori consentono entrambi di aumentare la capacità di importazione e, i secondi, di differenziare i paesi di approvvigionamento. Per questo Enel è impegnata nella realizzazione di un rigassificatore a Porto Empedocle in Sicilia e partecipa, con una quota del 15,6%, alla costruzione del gasdotto GALSI che collegherà Algeria e Italia. Altrettanto prioritario è l’impegno nel risparmio energetico e nelle fonti rinnovabili. Anche in questo settore Enel è un leader di mercato, con circa 30.000 MW installati, e una produzione che lo scorso anno ammontava a 67,1TWh, circa un quarto della nostra produzione totale7. Conclusioni L’implementazione di una efficace strategia energetica è essenziale per lo sviluppo socio economico di un paese e richiede notevoli sforzi e investimenti ragguardevoli. La maggior parte dell’impegno finanziario e la parte di rischio più consistente spetta, in un contesto liberalizzato come quello europeo, al settore privato. È dunque di fondamentale importanza che anche il settore privato sia adeguatamente coinvolto in tutti i processi internazionali finalizzati alla definizione della strategia energetica degli anni a venire. È altrettanto vero che gli sforzi del settore privato sono destinati a restare vani se i governi mancano nel garantire le condizioni basilari per rendere possibili i massicci investimenti necessari. Un quadro regolatorio stabile, omogeneo e chiaro, insieme a un mercato realmente libero, è un requisito essenziale. Sotto queste condizioni, l’industria energetica, potrà perseguire il raggiungimento di una dimensione scala adeguata, di un’appropriata integrazione verticale e stabilire fruttuose partnership con i paesi produttori, mettendosi così in condizione di realizzare i grandi investimenti infrastrutturali necessari a garantire forniture energetiche sicure, abbondanti, economiche e pulite. In questo modo l’industria energetica potrà confermarsi ancora una volta nel suo ruolo di volano dello sviluppo e promotrice di stabilità. Note e indicazioni bibliografiche 1 Fonte: IEA WEO 2008. 2 Fonte: BP statistical review, 2008, Dati al 31.12.2007. 3 21% altri (Norvegia, Sud Africa, Kazahkistan, Iran, altri). Fonte: Eurostat 2006. 4 Fonte: Enerdata. 5 Fonti: Enerdata, MSE, 2007. 6 Fonte: AEEG, ottobre 2008. 7 Elaborazione Enel - dati proforma 2007 con Endesa consolidata al 67,05%, OGK-5 100%. I dati sono al netto delle cessioni a E.On.

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