Riqualificazione e cambiamento: la nascita della cittàmulti-polare La riqualificazione urbana è un tema che investe direttamente soggetti pubblici e privati attivi nel campo della pianificazione, creazione e sviluppo di nuovi “pezzi” di città. In Italia, come in Europa, si discute e ci si confronta su modelli e assetti urbanistici possibili, i quali alimentano un dibattito molto ampio, che prende le mosse da considerazioni e visioni della società diverse. Ovunque, tuttavia, l’ordine del giorno delle amministrazioni locali contiene l’urgenza di fornire una risposta organica ai cambiamenti nella società; mutamenti sempre più repentini, che coinvolgono tutti gli aspetti della vita pubblica e privata e hanno riflessi diretti sulla domanda di nuovi luoghi e nuove modalità di espressione sociale. L’argomento è molto complesso, perché complessa è la struttura della società moderna e il ritmo accelerato delle evoluzioni sociali si scontra con le rigidità e i vincoli di concezioni urbanistiche poco permeabili al cambiamento. Ciò nonostante, il cambiamento avviene sia a livello superficiale sia nella struttura stessa delle città. Negli ultimi dieci anni, il fenomeno più significativo ha riguardato la trasformazione dei nuclei urbani tradizionali in città multi-polari e successivamente in sinapsi di una rete più vasta che è la città globale. La città multi-polare è un’evoluzione che ha segnato l’abbandono di schemi centripeti i cui limiti risiedevano nella disomogeneità tra le aree centrali multifunzionali e le aree periferiche a prevalente o esclusiva destinazione industriale o residenziale. La crescente densità di queste aree satelliti e la loro distanza dal magnete del centro cittadino ha reso necessario sviluppare quei servizi e quelle infrastrutture che le hanno rese prima autosufficienti, poi capaci di competere con il polo attrattivo tradizionale. Se il cambiamento è stato indirizzato e governato dagli enti pubblici, gli attori della trasformazione multi-polare sono state le società di sviluppo e investimento immobiliare, le quali hanno conferito le risorse e il know-how necessari a convertire quartieri, distretti e in alcuni casi intere città, in poli di attrazione del tutto nuovi. È un processo lungi da essere completato, ma che ha già prodotto fenomeni urbani innovativi e ha di fatto reso obsoleto il concetto originario di centro cittadino. Il progetto che Multi Development sta sviluppando a Como, nell’area occupata per oltre un secolo dalla Tintostamperia Comense è un esempio concreto di città multi-polare. È un intervento integrato, multifunzionale e organico, grazie al quale un’area adiacente al centro storico del capoluogo lariano, in precedenza separata dal resto della città, viene riconnessa al tessuto urbano circostante, con l’obiettivo di trasformarla in un nuovo polo di attrazione. “Forum Como” è il simbolo di una volontà condivisa tra soggetto pubblico e privato di operare nel segno della riqualificazione sostenibile. Un solo intervento omni-comprensivo risolve l’attuale congestione viaria, crea un parco urbano, piazze e percorsi pedonali, amplia la capacità ricettiva, aggiunge servizi e offerta commerciale innovativi, consente di recuperare un’importante bene culturale. La sintesi è un ambiente urbano innovativo, che valorizza al massimo un’area altrimenti improduttiva trasformandola in un volano di crescita per l’intera città. Dalla città multi-polare alla rete globale Se la città multi-polare rappresenta il superamento della struttura concentrica tradizionale e lo sviluppo di una pluralità di epicentri, la necessità di collegare questi punti focali in un tracciato reticolare organico è materia di stretta attualità. L’obiettivo è reso complesso dalle interazioni e commistioni tra reti materiali e reti immateriali. Immaginando le città come nuclei di condensazione della rete globale, esse appaiono come una teoria di iceberg in cui la parte affiorante è solo una porzione dell’intero organismo, i cui legami con la rete globale sono in buona misura sfumati o addirittura virtuali. Le città si qualificano sempre più come punto di intersezione delle reti, materiali e immateriali. Oltre alla rete di infrastrutture e servizi, sono pervase da reti finanziarie e reti di informazioni, trasportate dalle autostrade telematiche. La parte visibile delle città − i palazzi, le case, le strade, i centri commerciali − è un corpo statico, attraversato da flussi dinamici che mettono in connessione istantanea luoghi altrimenti distanti e influiscono a livello globale sulla disponibilità, la funzione, lo stile e il valore delle strutture immobili che insieme costituiscono le città. La recente crisi finanziaria ha introdotto in un mercato altrimenti stabile, quale era il mercato immobiliare, l’istantaneità della perdita di valore, l’oscillazione e la variabilità tipiche del mercato mobiliare. L’interconnessione dei mercati ha generato la contaminazione tra immobiliare e mobiliare su scala globale, bloccando il motore primario dello sviluppo immobiliare. È il fenomeno del credit crunch, la stretta creditizia che in tempi brevissimi ha reso difficile, in certi casi insostenibile, l’accesso al credito ripercuotendosi nel blocco dello sviluppo a tutti i livelli. Dalle grandi opere pubbliche ai singoli interventi finanziati dal settore immobiliare, è stato necessario rivedere le priorità e tornare ai fondamentali, tenendo conto delle nuove condizioni. Il passaggio dalla città tradizionale alla città multi-polare e quindi alla città globale non è stato infatti indolore: il cittadino del Duemila vive in un melting pot architettonico: da Valencia a New York, da Barcellona alla Cina, da Jean Nouvel a Zaha Hadid, da Frank Gehry a Libeskind, tutto il nuovo prodotto immobiliare è visibile e accessibile in tempo reale. Un’idea nuova è subito processata dalla rete informatica e resa “commestibile” per qualsiasi cultura e qualsiasi contesto del mondo industrializzato. In questo turbine privo di identità culturali e saturo di contaminazioni, le città rischiano di smaterializzarsi fino a essere un’immagine tra le tante della rete globale, un caleidoscopio spettacolare e immenso di fotogrammi, che sono la realizzazione del sogno situazionista. Oggi, più che mai, credo sia fondamentale trarre spunto dai meccanismi che hanno generato la crisi globale per riformulare approcci e schemi di pianificazione urbana in grado di restituire alle città e ai cittadini un nuovo substrato materiale e sociale. Resta da chiedersi: è ancora possibile creare spazi per l’uomo in questo paesaggio, ovvero per citare Heidegger, possiamo ancora «abitare il mondo», o dobbiamo solo esserne spettatori, viaggiatori randomizzati tra un’immagine e l’altra? Personalmente, ritengo che sia non solo possibile, ma addirittura irrinunciabile. Il mondo reale va rivisto e riconsiderato come realtà da costruire in forme nuove e come insieme di luoghi dove possano esprimersi le relazioni umane. Oltre lo spettacolo, oltre la simulazione del mondo virtuale, si possono e si devono “coltivare appezzamenti di reale”, costruzioni non evanescenti, dove gli esseri umani possono ancora incontrarsi. Non ho dubbi che il primo intervento debba ricucire, dove si è perso, il legame tra la città e i cittadini. Le città devono recuperare il ruolo di collante sociale che hanno smarrito per inseguire architetture simultanee, istantanee, modaiole e indifferenti alle esigenze degli uomini. Occorre concentrare l’attenzione su due elementi cruciali: la cultura e il tempo libero. Il recupero del valore culturale L’Italia è un paese fortemente urbanizzato e allo stesso tempo dotato di una ricchezza culturale che non ha eguali al mondo. Il patrimonio culturale diffuso nelle città italiane è così vasto che spesso viene dato per scontato, eccezion fatta per alcune eccellenze di fama mondiale che alimentano un turismo spesso superiore alle capacità ricettive e ai servizi delle città in cui si trovano. Negli altri casi, testimonianze storico-artistiche di incontestabile valore vengono lasciate al loro destino, per mancanza di fondi in alcuni casi, di volontà e progettualità in tutti gli altri. La progettualità che possono mettere a disposizione società come Multi è un valore da tenere presente per restituire alle città italiane la percezione in primo luogo del valore − anche economico − del loro patrimonio culturale, in secondo luogo delle possibilità concrete di intervento. Il recupero funzionale della cultura richiede infatti grande attenzione e capacità di integrazione con il contesto locale, così che possa essere nuovamente percepita e fruita dalle persone. Questa integrazione necessaria può far scoprire anche nuove modalità di promozione della risorsa culturale: in Europa alcuni luoghi di culto hanno potuto sopperire alla mancanza di fondi e di utenti proponendo servizi e opportunità culturali complementari alla pratica della fede. Si sono così inventati una nuova valenza, in sintonia con le esigenze delle persone e in competizione positiva con l’offerta della città moderna circostante. Il risultato immediato è duplice: si recupera la memoria culturale e si garantisce la conservazione del bene storico-artistico. Tuttavia, è nel medio-lungo periodo che si riscontrano i benefici più importanti: riconnettendo il patrimonio culturale al tessuto urbano circostante e rendendolo produttivo si genera un valore aggiunto socio-economico che contribuisce alla crescita della comunità. Lo spazio pubblico e il tempo libero Il paradigma dello scollamento tra elemento fisico (la città) ed elemento sociale (il cittadino) è nell’incapacità del primo di soddisfare i bisogni del secondo. In particolare, le città non sono state in grado di adeguarsi all’evoluzione del concetto di tempo libero e ai bisogni che ne derivano. Oggi diventa protagonista un tempo libero diffuso, all’interno della “modernità liquida”, ovvero la necessità di qualificare sempre maggiori porzioni di tempo residuo dell’attività lavorativa secondo logiche di interazione sociale basate su soddisfazione e felicità. È un cambiamento epocale, rispetto alla precedente logica dell’impiego del tempo libero in funzione del consumo di beni, risorse, servizi e pone interrogativi cruciali. Come soddisfare questa esigenza sociale? Come competere con le suggestioni mediatiche e con le reti virtuali, bozzolo moderno e sostituto di spazi reali di divertimento e di incontro insufficienti? La città reale è pronta per questo confronto competitivo con la città virtuale? Il celebre architetto olandese Rem Koolhaas afferma che ormai la funzione dello spazio pubblico di promuovere l’incontro e la socialità, è assolta pressoché integralmente dagli spazi commerciali. La città pubblica, sostiene, non ha un progetto qualitativo di valorizzazione dei propri spazi e delega agli operatori privati il ruolo di proporre, sviluppare e costruire nuovi spazi per il tempo libero. È una grande responsabilità, ma non è un’idea priva di significato: chi quotidianamente è a contatto con la realtà della vendita, del commercio, osserva i flussi delle persone nei centri commerciali, gestisce negozi, servizi sul territorio può percepire il cambiamento nelle esigenze prima di altri. Progettando ristrutturazioni urbane, riqualificazioni dei centri storici, rigenerazioni di aree produttive dismesse, sviluppatori come Multi Development hanno la capacità di offrire agli enti pubblici interventi mirati a recuperare la distanza tra città e cittadini, creando spazi pubblici di fruizione del tempo libero armonici alle richieste della società. Il “Terzo Luogo” Le società che hanno nel proprio core business la riqualificazione urbana hanno infatti compreso che è giunto il momento di sviluppare il “Terzo Luogo”. Questo concetto, coniato dal sociologo Ray Oldeburg nel 1990, rappresenta oggi il luogo fisico in cui si esplicita il cambiamento nelle abitudini dei cittadini, con il passaggio dalla cultura dei consumi alla cultura della soddisfazione e della felicità. È il luogo “altro” dall’ufficio e dalla residenza, in cui le persone hanno piacere di andare, incontrarsi, stare insieme, magari anche fare shopping, ma solo come funzione secondaria. Un’idea apparentemente semplice può consentirci di completare il passaggio dalla città multi-polare alla città globale recuperando il valore sociale dello spazio pubblico materiale. Il “terzo luogo” interrompe la mediocrità urbana che gli anglosassoni chiamano sprawl, una melassa priva di personalità e socialità che si stende lungo gli assi autostradali; non è città, non è campagna, è uno stemperarsi della qualità nella diffusione del metro cubo omogeneo. Il “terzo luogo” è la risposta al bisogno di spazi pubblici qualitativamente elevati e la sua implementazione è il nuovo modello di sviluppo urbano. Progettare con questa prospettiva permette di concepire luoghi attrattivi e durevoli nel tempo, che non siano solo dei landmark estetici, ma che accolgano e si adattino ai nuovi comportamenti e dove la persona si senta a casa propria: luoghi realmente sostenibili. I town-planners hanno quindi l’opportunità di cogliere − direttamente oppure attraverso l’esperienza e la capacità degli sviluppatori − i nuovi segnali e rapportarli alla realtà complessa delle città traducendoli in piani di sviluppo di lungo periodo. I luoghi pubblici non possono più essere la risultante di una serie di spazi residuali tra un edificio e l’altro, quasi un prezzo da pagare alla cultura dello standard urbanistico, ma devono recuperare il ruolo di magnete originale. Il “vuoto” volumetrico delle piazze corrisponde a un “pieno” di significato per lo sviluppo di una nuova cultura urbana che valorizzi la funzione sociale. Laddove la gente cammina, si incontra, interagisce, si rilassa, questi luoghi rappresentano occasioni uniche per la crescita del paesaggio umano, vero antidoto al degrado. Il ruolo dello sviluppatore è definire la forma di questi luoghi e realizzarli in uno schema composito, complesso, dinamico: è la tanto citata mixité, in cui coesistono armoniosamente diverse funzioni e utilizzi. La buona riuscita dell’integrazione di funzioni complementari – la residenza, il commercio di vicinato, gli uffici, i servizi pubblici, la cura del benessere, la cultura e l’ambiente – dipende dalla forza con cui gli spazi pubblici sapranno affermarsi come “terzo luogo” e connettere le diverse attività. Lo scenario di crisi economico-finanziaria attuale immetterà sul mercato molto patrimonio immobiliare e molte operazioni basate su logiche obsolete saranno inutili o impossibili. Sopravvivrà soltanto chi saprà affermare logiche di innovazione sostenute dalla forza della “creatività fattibile”, ovvero saprà dar forma e sostanza alla città degli uomini al centro delle reti materiali e immateriali. E tornerà d’attualità una celebre frase di Alberto Savinio: «Ascolto il tuo cuore, città».
La città degli uomini: spazi pubblici al centro delle reti
di Mauro Mancini / Amministratore delegato di Multi Development-C Italia
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