Quadrimestrale di cultura civile

Le reti di capitale sociale in Italia

di Giovanni Marseguerra / Docente di Economia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Segretario scientifico della Fondazione Vaticana Centesimus Annus - Pro Pontifice

L’interazione tra capitale umano e capitale sociale Nella moderna economia della conoscenza la forza competitiva di un’attività imprenditoriale, sia essa di tipo tradizionale o ad alto contenuto tecnologico o di tipo bancariofinanziaria, non è più strettamente correlata alla dimensione perché la dimensione da sola non è garanzia di successo. Questo assunto trova una sostanziale conferma empirica negli innumerevoli casi di piccole imprese che vanno benissimo e di grandi imprese che invece faticano a stare in piedi, di grandi banche vicine alla bancarotta e piccole istituzioni finanziarie che prosperano, e via discorrendo. Il punto è che oggi un’impresa non è grande tanto per il suo fatturato, per la numerosità delle sue unità di produzione o per il numero di dipendenti, ma piuttosto per la sua capacità, da un lato, di creare e aggregare conoscenze e competenze e, dall’altro, di far nascere nell’ambiente di lavoro solidi rapporti di fiducia tra i diversi stakeholder. In effetti i motori della competitività nell’economia della conoscenza sono sempre più il capitale umano e il capitale sociale, la cui interazione, come vedremo in questa nostra riflessione, genera a sua volta lo sviluppo attraverso l’innovazione. Ma perché questa interazione possa efficacemente realizzarsi occorre che si sia costruita una rete all’interno della quale e attraverso la quale il capitale sociale possa dispiegare la sua forza costruttiva. Posta la questione in questi termini, la tesi della nostra riflessione è allora che sono le reti di capitale sociale a fare la forza, e poiché l’Italia è un Paese tipicamente a rete, la sua capacità di competere sui mercati internazionali, dimostrata dai formidabili successi dell’export degli ultimi tre anni, così come la forza del suo sistema bancario, che ha saputo superare con perdite sostanzialmente limitate una crisi finanziaria gravissima, sono tutti elementi di successo che trovano la loro spiegazione principale all’interno delle articolate e robuste reti di capitale sociale che innervano l’economia italiana. Si tratta di reti che funzionano e che riescono anche a interconnettersi efficacemente. Il successo delle nostre imprese manifatturiere, ad esempio, non deve essere considerato come un’inspiegabile anomalia, una sorta di “volo del calabrone”, ma è piuttosto il risultato di un processo di profonda trasformazione strutturale e organizzativa del nostro sistema industriale, che ha saputo rinnovarsi e innovare a partire da un elevato capitale umano e un consolidato capitale sociale. Dalle caratteristiche di questo sistema produttivo muoveremo le nostre considerazioni, allargando poi l’analisi agli aspetti finanziari e alla relazione tra finanza ed economia reale. Imprenditorialità italiana e sviluppo economico Alla base del modello di sviluppo industriale italiano vi è una straordinaria e vitale capacità imprenditoriale, ovvero una capacità di fare impresa, di creare nuove forme di attività economiche e far nascere nuovi imprenditori. Si tratta di un’imprenditorialità competente e capace, basata sui valori forti della famiglia e della responsabilità1. Per quanto poi attiene alle modalità empiriche attraverso le quali questa capacità imprenditoriale si è concretamente realizzata, la caratteristica principale del nostro modello produttivo è costituita da un sistema manifatturiero forte e radicato nel territorio, composto da una fittissima rete di piccole e medie imprese dotate di un ricchissimo capitale umano e tra loro connesse da una elevatissima dose di capitale sociale. L’esperienza dei distretti industriali è, a questo riguardo, assolutamente paradigmatica, perché la forma distrettuale classica, caratterizzata da una originale combinazione di concorrenza e cooperazione in cui la vicinanza sul territorio tra sistema produttivo e comunità trova concretezza attraverso l’integrazione orizzontale tra imprese, fondata su un insieme condiviso di risorse altamente specializzate, ha rappresentato per diversi decenni, e tuttora rappresenta, una forma imprenditoriale di grandissimo successo. Si pensi solo che i 156 distretti industriali di piccola e media impresa individuati dall’ISTAT sulla base dei dati del censimento 2001 contribuiscono per circa il 40% all’occupazione manifatturiera italiana e per circa il 25% a quella totale nazionale, contribuendo in particolare a circa la metà dell’export totale italiano. Il principale canale attraverso il quale la presenza di capitale sociale, e soprattutto l’interazione tra capitale umano e capitale sociale, conduce alla crescita e allo sviluppo è rappresentato dall’innovazione. Non ci riferiamo qui alla innovazione tecnologica, perché è a tutti noto come le imprese italiane siano contraddistinte, per una pluralità di motivi che fanno riferimento tra l’altro alla dimensione ridotta e alla specializzazione in settori manifatturieri tradizionali, da una spesa in ricerca e sviluppo (R&S) piuttosto modesta e comunque sistematicamente inferiore a quelle degli altri paesi industrializzati nostri competitor. E tuttavia le nostre imprese possiedono, come anche è ben noto, una capacità innovativa formidabile. Ci riferiamo qui invece a quella che si suole definire innovazione informale, che è la cifra del nostro modello innovativo. Il punto è che, quando si esaminino i processi innovativi, non è sufficiente limitarsi a considerare le sole invenzioni derivanti dalle attività di R&S perché esistono molti modi di innovare. Si pensi solo all’introduzione di nuove strategie organizzative o di nuove forme di commercializzazione, ai miglioramenti nelle procedure di produzione o nella logistica, all’utilizzo di nuovi macchinari, allo sfruttamento di nuovi mercati, ecc… Tutte queste innovazioni, non sempre richiedono grandi investimenti perché spesso derivano semplicemente da forme di apprendimento informale, che si realizzano attraverso lo scambio di informazioni e conoscenze che avvengono in ambito lavorativo. Si tratta dunque di innovazione che nasce e si sviluppa dal capitale sociale perché si può conseguire solo se, a partire da un elevato capitale umano con forti dosi di imprenditorialità a tutti i livelli, sussistono rapporti di fiducia e abitudini alla cooperazione che si sono sedimentate nel corso del tempo. In tal modo dunque, la cooperazione promuove la capacità di competere: nei nostri distretti, ad esempio, le imprese cooperano nella fase pre-competitiva ma questo non impedisce loro di competere poi anche aggressivamente. Crisi finanziaria e situazione italiana La crisi finanziaria che nell’ultimo anno e mezzo ha colpito in modo violento i paesi industrializzati, con ripetuti crolli delle borse di tutto il mondo, ha di fatto preceduto (e certamente almeno in parte causato) una delle più gravi crisi recessive globali dell’ultimo secolo. Anche se l’epicentro della crisi finanziaria si è avuto negli Stati Uniti tuttavia, con un sistema finanziario mondiale così interconnesso, le ripercussioni sono state forti anche in Europa. Fortunatamente la struttura di governance e di controllo sui mercati finanziari si è mostrata assai più solida in Europa che in America, e questo ha certamente contribuito a ridurre gli effetti perversi di comportamenti che nel migliore dei casi si possono definire eticamente discutibili, ma che molto spesso sono stati scorretti al limite della fraudolenza. In Italia in particolare si è rivelato un asset davvero straordinario, forse non adeguatamente valorizzato e spiegato, la presenza di un sano sistema bancario, fortemente radicato sul territorio, con piccole-grandi banche, per lo più appartenenti alla rete del credito cooperativo e popolare2. Questa nostra peculiare tipologia di attività bancaria e creditizia è in effetti un altro grande esempio dell’importanza delle reti in economia, e in Italia in particolare, perché le banche popolari e cooperative, a nostro avviso non casualmente, hanno saputo restare quasi totalmente immuni dalla ubriacatura della tecnofinanza anglosassone e anche in anni difficili si sono invece caratterizzate, come è nella loro storia e tradizione, per la vicinanza agli operatori e ai mercati locali e per l’inclinazione a instaurare relazioni di lungo periodo. Si tratta di caratteristiche che costituiscono un grande fattore di vantaggio competitivo e che hanno storicamente consentito di ridurre i costi derivanti dalla valutazione del merito di credito e hanno in tal modo anche permesso l’accesso ai finanziamenti bancari da parte di categorie di clientela che altrimenti ne sarebbero restate escluse. Anche in questo nostro peculiare sistema bancario reticolare, il capitale sociale riesce a generare sviluppo tramite l’innovazione perché un progetto imprenditoriale innovativo è più facilmente finanziato in presenza di un forte legame fiduciario tra chi deve finanziare (la banca) e l’imprenditore che deve essere finanziato. La grande lezione delle banche popolari e cooperative nel nostro Paese negli ultimi cinquant’anni è dunque che il finanziamento migliore (sia per il finanziato che per il finanziatore) si ha in presenza di fiducia reciproca e queste banche hanno nel tempo saputo costruire capitale sociale sul territorio e finanziare così l’innovazione e lo sviluppo. Punti di debolezza della rete imprenditoriale italiana A conclusione di questa nostra riflessione riteniamo opportuno segnalare per completezza che, per motivi di spazio, non ci siamo potuti soffermare sull’importanza economica di altre significative reti che sono presenti in Italia, come le reti scientifiche e le reti istituzionali. Si tratta di sistemi a rete che pur presentando punte di eccellenza, sono tuttavia anche contraddistinte da forti dosi di inefficienza e di scarsa interconnessione con il mondo produttivo (e di qui l’importanza dei soggetti intersezione come le Camere di Commercio, capaci di attivare quei collegamenti tra le nostre reti che tante volte mancano). Si noti, infine, come la nostra analisi abbia uno sfondo culturale e valoriale ben preciso e definito, che muove dalla profonda consapevolezza che ogni processo di vero sviluppo, che voglia perciò coniugare crescita e sostenibilità, innovazione e solidarietà, debba avere come necessario ed essenziale punto di partenza la ricchezza e la varietà del capitale umano e sociale disponibile, che si configurano sempre più come gli elementi chiave di ogni analisi di competitività di un territorio. In coerenza con questi principi, il nostro lavoro ha posto in luce, in chiave prettamente economica, l’importanza che rivestono nel generare i processi di sviluppo le competenze, le conoscenze ma anche le relazioni e i legami fiduciari. Si tratta di elementi essenziali che, a nostro avviso, devono fare da sfondo a ogni seria analisi di competitività, e che si ritrovano in maniera nitida in molti passi della dottrina sociale cattolica che dimostra così, ancora una volta, la sua straordinaria capacità di precorrere i tempi. È sufficiente per questo rileggere due brevi brani di due recenti Encicliche sociali. Il primo è tratto dalla Centesimus Annus che, a quasi due decenni di distanza dalla sua elaborazione, si dimostra sempre di una singolare attualità e rilevanza: «In effetti, la principale risorsa dell’uomo insieme con la terra è l’uomo stesso. È la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti »3. Il secondo è invece tratto dalla recente Enciclica Spe Salvi di Papa Benedetto XVI: «Anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all’ordinamento comunitario. La libertà necessita di una convinzione; una convinzione non esiste da sé, ma deve essere sempre di nuovo riconquistata comunitariamente»4. Dunque primato dell’uomo e valorizzazione della comunità come capisaldi su cui costruire lo sviluppo del territorio. È all’interno di questa ispirazione che va collocata la nostra riflessione. Note e indicazioni bibliografiche 1 G. Marseguerra, “Responsabilità, continuità, sviluppo: i valori dell’impresa di famiglia”, in La verità, il nostro destino, a cura di Giorgio Vittadini, Mondadori Università, Milano, 2008, pp. 227-231; G. Marseguerra, “Lo sviluppo della piccola impresa familiare: le sfide della sussidiarietà”, in Atlantide, n. 13 - 1/2008, pp. 74-79. 2 M. Fortis (a cura di), Banche territoriali, distretti e piccole e medie imprese – Un sistema italiano dinamico, Collana della Fondazione Edison, il Mulino, Bologna 2008. 3 Giovanni Paolo II, Centesimus Annus, n. 32. 4 Benedetto XVI, Spe Salvi, n. 24.

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