Le relazioni, fondamento delle reti Non vi è dubbio che negli ultimi anni uno dei paradigmi culturali di maggiore diffusione e successo sia quello legato al concetto di “rete”. Tutti ne parlano, molti usano il termine a proposito e anche a sproposito, sia in senso stretto che in senso lato ed evocativo; addirittura c’è chi dice che oggi viviamo il tempo della networked society, cioè della società in rete. In realtà non si tratta di un concetto nuovo: se tuttavia esso serve a richiamare il fatto che le persone, le imprese e le istituzioni abbiano sempre più bisogno – per la loro vita e le loro attività – di relazionarsi tra di loro e di non vivere come monadi isolate, allora si può attribuire la fortuna di tale termine alla crescita esponenziale che le relazioni, di ogni tipo e natura, hanno subito con l’avvento della globalizzazione. Certamente questa è al tempo stesso causa ed effetto cumulativo dell’intensificarsi delle relazioni economiche, sociali e culturali: causa, perché le tecnologie di comunicazione consentono di cercare in luoghi e culture diverse un allargamento dei propri orizzonti conoscitivi; effetto, perché, per soddisfare questo desiderio la creatività degli uomini ha cercato di costruire soluzioni tecniche − materiali (infrastrutture) e immateriali (servizi e informazioni) − per sviluppare gli scambi e i legami tra le persone, le imprese e le istituzioni di tutto il mondo. Paradossalmente si potrebbe argomentare che, quanto più si è andata affermando la globalizzazione, tanto più è cresciuto il bisogno di non “perdere” la propria identità e individualità e quindi il bisogno di “legarsi” a qualcuno e a qualcosa, stringendo relazioni in diverse forme e in diversi campi. Si rivela, con questo desiderio di “appartenere” a qualcuno e a qualcosa, la consapevolezza dell’importanza di superare l’autosufficienza e l’autoreferenzialità da cui persone, imprese e istituzioni sono spesso tentate per la paura di essere travolti dalla complessità crescente della realtà. Persone, imprese e istituzioni sono dunque i soggetti che danno vita alle reti: le persone perché hanno bisogno di muoversi, di comunicare, di socializzare, di aggregarsi intorno a idee, esperienze e progetti di vita; le imprese perché hanno bisogno di intensificare i propri scambi che le portano a essere più efficienti e competitive; le istituzioni perché solo con l’integrazione delle proprie attività possono dare risposte adeguate ai bisogni delle comunità che governano e che servono. La creazione delle reti e delle relazioni persegue pertanto degli scopi. Le reti non sono dunque un fine, ma un mezzo per rispondere alla pluralità di domande e di bisogni di cui persone, imprese e istituzioni sono portatrici. Nodi e connessioni, elementi strutturali delle reti Quando si parla di reti si fa riferimento a un tessuto complesso di nodi e di connessioni tra di essi. L’immagine più facile che associamo al concetto di rete è ad esempio quella di una rete da pesca in cui una serie di fili viene tenuta insieme da nodi più o meno regolari: se un nodo si scioglie o un filo si spezza, la rete viene meno e perde la sua funzione connettiva. Analoghi effetti si ottengono – ancorché ben più drammatici – quando le reti da considerare sono, ad esempio, quelle delle infrastrutture di trasporto. In questo caso i nodi sono rappresentati dalle stazioni, dagli aeroporti, dai porti, dai caselli autostradali; i “fili” invece sono rappresentati dai binari, dalle connessioni aeree, dalle rotte marittime, dai nastri stradali. A differenza delle reti da pesca, è evidente che sia i nodi che i fili sono di dimensione e spessore ben diversi: ci sono stazioni e aeroporti grandi e piccoli; ci sono connessioni percorse da traffico intenso e connessioni assai rarefatte. Le reti infrastrutturali cioè non sono uniformi e omogenee. Quando si disfano nodi importanti – gli aeroporti intercontinentali sono declassati, le stazioni sono inefficienti, i caselli chiusi – gli effetti dirompenti sul tessuto reticolare possono essere drammatici, perché si ripercuotono su tutta la rete; analogamente drammatiche sono le interruzioni delle connessioni: i rifacimenti di un tratto di strada creano code su tutto il sistema di adduzione stradale; il blocco di una tratta ferroviaria per guasti (o scioperi) rallenta tutto l’esercizio sulla rete; la soppressione di voli aerei “disconnette” nodi (località) importanti tra i quali magari sono in essere relazioni commerciali o turistiche importanti. Un altro esempio di reti infrastrutturali è quello che riguarda i servizi di pubblica utilità: energia elettrica, acqua, gas, telecomunicazioni. In questi casi i nodi sono rappresentati dalle centrali elettriche, dagli acquedotti, dai gasdotti o dagli impianti di rigassificazione, dalle centrali telefoniche o dai siti internet. Le connessioni, invece, sono date dalla rete elettrica, dalle reti idriche, dalle tubazioni del gas, dalle reti di telefonia fissa e mobile. Si comprendono anche in questo caso quanto siano cruciali la realizzazione e la manutenzione delle infrastrutture nodali per la continuità dei servizi di pubblica utilità: i rischi – in mancanza di esistenza o di corretto funzionamento dei “nodi” – sono ad esempio quelli del black-out elettrico o del mancato approvvigionamento delle risorse idriche. Questo spiega anche le critiche alla lentezza con cui vengono attribuite le concessioni per la realizzazione di nuove centrali elettriche o di impianti di rigassificazione che consentirebbero di rafforzare stabilmente la fornitura di energia. L’esempio dei servizi di pubblica utilità – ma ciò vale anche per le reti di trasporto – è l’occasione per una precisazione: quando si parla di reti in realtà bisogna distinguere tra infrastrutture e servizi. Infatti una cosa sono le componenti fisiche delle reti – i binari, gli acquedotti, i nastri autostradali, le reti di banda larga – una cosa sono i servizi, anch’essi a rete: i treni che corrono sui binari, le auto che circolano sulle autostrade, le telecomunicazioni telefoniche e via internet. Gli utenti finali – persone, imprese e istituzioni – sono ovviamente sensibili soprattutto alla fornitura dei servizi a rete, ma è indubbio che le infrastrutture fisiche sono la condizione necessaria ancorché non sufficiente per i servizi. Reti materiali e reti immateriali Il paradigma delle reti non si ferma tuttavia agli esempi finora riportati. Se la caratteristica delle reti – come si è avuto modo di dire – è imperniata sull’esistenza di relazioni tra soggetti, appare chiaro perché il concetto si sia esteso anche a mondi in cui gli aspetti di connessione immateriale sono di gran lunga prevalenti su quelli di natura fisica. È per questo che si sente sempre più frequentemente parlare, ad esempio, di reti della ricerca: esse mettono in evidenza il fatto che i centri (nodi) di ricerca svolgono attività strettamente interrelate con altri centri. I legami di interconnessione in questo caso sono rappresentati dallo scambio di informazioni tra i ricercatori, sulla lettura incrociata delle pubblicazioni scientifiche, sulla messa a disposizione di dati utili a sperimentazioni e applicazioni più complesse. Ma gli esempi di reti immateriali non si fermano qui: si pensi alle reti e ai circuiti culturali, a quelle connesse con l’informazione e i media, a quelle finanziarie, a quelle commerciali, alle reti di solidarietà sociale. Il denominatore delle relazioni ricorre anche in questi casi come elemento essenziale, caratterizzato sempre da luoghi di “origine” di scambi e flussi immateriali e da luoghi di “destinazione” di flussi e scambi (i nodi). Tra i nodi – i centri culturali, le banche, le agenzie giornalistiche, le fiere – si svolge un fitto tessuto di interazioni che aumentano il “valore” delle attività messe in rete. Anche nel campo più strettamente economico, soprattutto nei suoi risvolti territoriali, si è cominciato da qualche anno a parlare di reti: reti distrettuali e reti di città. Le prime sono le reti tra le imprese che partecipano alla vita dei distretti. Tra di esse si stabiliscono relazioni di tipo commerciale, ma anche produttive: le piccole imprese si suddividono le fasi del ciclo collaborando all’assemblaggio dei prodotti finiti; si scambiano servizi di supporto alla produzione (marketing, magazzinaggio, commercializzazione…); provvedono a concentrare gli acquisti per conseguire economie di scala senza rinunciare alla loro indipendenza. Soprattutto insieme cercano di collaborare per affrontare la difficile sfida dell’internazionalizzazione dei mercati. Le reti urbane Le reti di città sono invece nate da due esigenze: da un lato le amministrazioni locali e le imprese hanno preso consapevolezza dell’emergere di una competitività territoriale su scala globale che le obbliga a individuare forme varie di specializzazione (produttiva, culturale, turistica) per evitare il rischio di farsi omologare dagli aspetti negativi della globalizzazione. Dall’altro, imprese e istituzioni locali si sono rese conto che nessuna città, provincia o regione è in grado di produrre in modo autosufficiente tutti i beni e i servizi di cui una comunità necessita: pertanto si sono ripartite le funzioni produttive e hanno implicitamente o esplicitamente stabilito accordi di collaborazione e integrazione con altre città, province o regioni: sono così nate reti tra fiere, teatri, filiere produttive, circuiti turistici, servizi alla produzione e alla persona. Questi tessuti relazionali hanno introdotto sorprendenti novità persino nelle gerarchie dello sviluppo territoriale. Alcuni studi internazionali di ranking urbano, fondati sui flussi relazionali che intercorrono tra città, hanno ad esempio rivalutato il ruolo di Milano collocandola nelle prime dieci posizioni del mondo; mentre gli studi precedenti, fondati sulla “consistenza” localizzativa degli insediamenti demografici e produttivi di una città (quanta gente abita e lavora in una città) avevano sempre valutato la posizione di Milano solo tra le prime ottanta, sottolineandone addirittura un arretramento progressivo nelle classifiche. La nuova classifica è comprensibile alla luce del fatto che per stabilire relazioni intense e qualificate non è necessario “essere in tanti”, ma essere soggetti intenzionati e capaci di rapportarsi con altri soggetti, produttivi, sociali e culturali: la capacità di “accoglienza” di una città, cioè, diventa un valore anche economico perché ne aumenta l’attrattività e ne esalta il potenziale di crescita quantitativo e qualitativo. Nel caso delle reti tra città, infine, va sottolineato quanto sia rilevante per una città essere soggetto di una pluralità di reti diverse: quanto più una città è capace di intensificare – ad opera dei suoi abitanti, delle sue imprese e delle sue istituzioni – una molteplicità di relazioni, tanto più quella città è “completa”, il suo sviluppo integrato ed equilibrato, e la sua attrattività crescente. Le città di questo tipo, realmente “globali” – spesso battezzate world networked cities – sono dunque cittàsoggetto di una “rete di reti”, fortemente interdipendenti tra di loro. Le opportunità generate dalle reti… Come dunque “giudicare” questa crescente rilevanza del paradigma delle reti nella società e nell’economia globale? È sempre un fenomeno positivo o presenta anche qualche criticità? Come per molti aspetti della realtà, anche in questo caso le reti presentano opportunità e rischi. Esse sono una opportunità – cioè un valore positivo per chi partecipa delle relazioni di una rete – almeno per quattro motivi fondamentali. Il primo riguarda la maggiore libertà che l’esistenza di una rete consente: libertà di scambi, di movimento, di scelte relazionali. Quanto più la rete è articolata – si pensi alle reti stradali – tanto più aumenta la libertà di scegliere quali percorsi fare per raggiungere una certa destinazione; oppure, nel caso di una densa rete commerciale, aumenta la libertà di scegliere i propri clienti e i propri fornitori. La seconda opportunità che le reti consentono riguarda invece la possibile autonomia che ogni soggetto che partecipa alla rete consegue: nella rete ogni soggetto (persona, impresa, istituzione) ha spazi di autonomia che gli consentono scelte di comportamento che non condizionano automaticamente tutti gli altri partecipanti. Al contrario, la rete offre terreno fertile per ogni esperienza di sussidiarietà, nella misura in cui la varietà delle identità e delle iniziative può nascere e interloquire con altre identità ed esperienze. Il terzo motivo per giudicare le reti come fonti di opportunità per i soggetti che vi partecipano è che esse promuovono la collaborazione e la cooperazione tra i vari soggetti e tra i vari nodi: appartenere alla stessa rete e interagire con altri soggetti e tra vari nodi promuove infatti la cultura della cooperazione e dell’integrazione. Si pensi ad esempio alle economie di scala e di scopo che si possono raggiungere tra diversi gestori di servizi di pubblica utilità, nell’interesse dei rispettivi utenti, concordando i servizi, le tariffe, le aree di mercato: economie di scala e di scopo che diventerebbero rapidamente diseconomie se invece delle forme di cooperazione si privilegiassero comportamenti conflittuali. Infine, il quarto motivo per cui le reti costituiscono un’opportunità da promuovere è rappresentato dalla diffusione dello sviluppo economico e sociale che esse trasmettono. Attraverso reti capillari – come ad esempio quelle delle telecomunicazioni – passano infatti velocemente informazioni di cui possono beneficiare utenti situati anche a grande distanza fisica dalla fonte dell’informazione stessa. ... e i rischi corrispondenti Certamente ogni opportunità può costituire anche un rischio come altra faccia della medaglia: entrare in una rete può consentire a soggetti scorretti di muoversi liberamente tra le sue maglie moltiplicando la diffusione dei danni invece che dei benefici. Sono noti ad esempio quelli creati da un hacker che entra in una rete telematica o dalle infiltrazioni della criminalità economica in reti commerciali densamente sviluppate o dalla diffusione di meccanismi finanziari quantomeno azzardati. Oppure, è evidente che su reti ben strutturate può alimentarsi più facilmente ogni tentazione ed esercizio di potere (sociale, economico e politico), vanificando anche le più sofisticate tecniche e tecnologie di controllo. Data la possibilità che le reti siano alternativamente occasioni di crescita economica, sociale e culturale o invece rischino di generare effetti negativi e distorsivi nello sviluppo dei territori, delle società e dei sistemi economici, si pone il problema di chi e come “gestire”le reti (infrastrutture e servizi). Si solleva infatti il tema della proprietà delle reti e delle forme più adatte a massimizzare le opportunità o a minimizzare i rischi. È opinione sempre più diffusa che la proprietà delle reti fisiche (le infrastrutture materiali) debba rimanere in mano pubblica, in quanto la costruzione delle infrastrutture è stata presumibilmente realizzata con capitali pubblici e/o contributi della collettività (anche in forma di prelievo fiscale); una simmetrica ma opposta convinzione è che la gestione dei servizi che si avvalgono delle reti infrastrutturali debba avvenire per mano di soggetti privati, di solito più efficienti e motivati a soddisfare i mercati finali dei consumatori, delle imprese e anche delle istituzioni. Le reti sono “animate” dai soggetti che le usano Questa prevalente posizione politico-culturale rivela la questione di fondo con cui oggi si può giudicare il potenziale ruolo strategico delle reti nell’era della globalizzazione: le reti sono “più o meno buone” a seconda di chi sono i soggetti che le creano e le gestiscono, degli obiettivi che perseguono, della loro capacità di rispondere efficacemente ai bisogni reali delle persone, delle imprese, delle istituzioni. Il fondamento relazionale – dal quale le reti nascono e si sviluppano – può essere un fattore assai positivo nella misura in cui esso promuove varie forme di integrazione e collaborazione tra soggetti diversi: ma, come per ogni relazione, occorre che esso venga costantemente curato e alimentato perché le opportunità e i benefici che le reti offrono potenzialmente siano sempre maggiori dei rischi e dei costi che possono generare.
Globalizzazione, reti, infrastrutture
di Lanfranco Senn / Ordinario di Economia Regionale presso l'Università Commerciale Luigi Bocconi
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