Quadrimestrale di cultura civile

Peter Thiel: la tecnocrazia
come avanguardia apocalittica

  • LUG 2026
  • Marco Dotti

Condividi

Nel marzo scorso, a porte chiuse, in uno storico palazzo romano, l’uomo che Alex Karp ha definito «il più importante venture capitalist mai esistito» ha portato a compimento un ciclo di lezioni sull’Anticristo, nel tentativo di rendere di nuovo teologica la politica. Il fondatore di Palantir, l’azienda Usa specializzata nell’analisi dei big data, non è un classico tecnocrate né un nazionalista cristiano, ma qualcosa di più sofisticato e di più inquietante. Perché è ascoltato dalla politica. In Usa ma non solo. Nel suo discorso rovescia il katechon di Carl Schmitt, privatizza la decisione sovrana e offre una «terza via, ma stretta» tra l’Armageddon e l’Anticristo. La sua tentazione è la gnosi. E la sua è una teologia che, se a parole combatte il Leviatano, nei fatti lo rafforza. Facendo fuori la democrazia…

«In privato sono un piccolo, vecchio cristiano ortodosso e un umile liberale classico, con una sola deviazione dall’ortodossia: sono preoccupato per l’Anticristo». 

Così Peter Thiel – cofondatore di PayPal e di Palantir, primo investitore esterno di Facebook, finanziatore decisivo delle carriere di Donald Trump e J.D. Vance –, davanti a una platea scelta a invito e sotto la regola della Chatham House. Alcune istituzioni cattoliche avevano preso le distanze: l’Angelicum, l’università domenicana dove negli anni Ottanta studiò Robert Prevost, oggi Leone XIV, smentì di doverle ospitare.

Da almeno il 2024 Thiel ha condensato una lunga rielaborazione dei paradigmi teologico-politici in un ciclo di conferenze a porte chiuse sull’Anticristo e l’Apocalisse, modellate sulle quattro prediche di J.H. Newman sul tema, negli anni Trenta dell’Ottocento. Dopo le prime tappe universitarie a Oxford, Harvard e all’Università di Austin, il ciclo è approdato nell’autunno 2025 al Commonwealth Club di San Francisco, dove l’associazione cristiana Acts 17 Collective ha organizzato quattro lezioni tenutesi il 15, 22 e 29 settembre e il 6 ottobre. Sono seguite le sessioni di Parigi, all’Académie des sciences morales et politiques, e di Cambridge, fino agli interventi romani del 15-18 marzo 2026, a Palazzo Orsini Taverna.

Sarebbe comodo liquidare la scena come il passatempo di un visionario apocalittico. Sarebbe un errore: quelle lezioni sono il tentativo più articolato, da una generazione, di restituire alla politica la sua sostanza teologica. Thiel non è un teocrate, né un integralista sulla scia del costituzionalista di Harvard Adrian Vermeule, né un nazionalista cristiano alla Bannon: li giudica troppo grezzi o troppo deboli. È la punta avanzata di quella galassia neoreazionaria, il “Thielverse”, che salda il pensiero reazionario d’anteguerra, da Schmitt a Spengler, a un’eredità postmoderna e transumanista. E ha un programma dichiarato: disfare la pace di Vestfalia, riportare nello spazio pubblico la distinzione tra amico e nemico, tra Cristo e Anticristo. Tra nomos e anomia.

Peter Thiel

Il buco nella trama

La diagnosi parte dal paradosso di un progresso arrestato. Dall’allunaggio del 1969 saremmo regrediti «dallo spazio esteriore allo spazio interiore»: la tecnologia, un tempo sinonimo di aerei supersonici, si è ristretta al «mondo dei bit», «ci avevano promesso auto volanti, e abbiamo avuto centoquaranta caratteri». I salari reali sono fermi da mezzo secolo, la guerra dichiarata da Nixon al cancro dura da 55 anni. E la stagnazione non è neutra: «è profondamente instabile», rende ogni cosa a somma zero e «non si dà democrazia in una società stagnante», pena l’anomia e il collasso.

Su questa premessa, Thiel innesta una rilettura apocalittica che transita dal Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv (1900) e dal Padrone del mondo di Robert Hugh Benson (1907) e arriva ai manga giapponesi. Ma quelle letture hanno un «buco nella trama»: non immaginano ciò che segna il presente, la torsione catastrofica dell’immaginario scientifico. In Solov’ëv l’Anticristo non è un mostro ma un benefattore, un ecumenista «più cristiano di Cristo» che conquista il mondo con un libro capace di sedurre «anche gli eletti». È a Los Alamos che il buco si chiude: la tecnologia si rivela capace di distruggere il mondo e rende plausibile un dominio globale in nome della «pace». Non a caso, l’Anticristo «sale al potere parlando incessantemente di Armageddon»: il suo prodigio non è scientifico ma politico, lo slogan paolino «pace e sicurezza» (1 Ts 5,3) depurato da ogni contesto, che nasconde la forza necessaria a imporla.

I suoi «legionari» sono Eliezer Yudkowsky, Nick Bostrom, Greta Thunberg, tutti coloro che invocano un governo mondiale per fermare la scienza. Il «rischio esistenziale» agitato di fronte all’Ia applicata ai sistemi d’arma sarebbe il nome laico dell’Anticristo, e alla lista delle apocalissi, dall’Ia al clima alle pandemie, Thiel ne aggiunge una che le riassume: lo Stato globale totalitario. Le profezie, però, richiamando Giona a Ninive, restano condizionali: la storia è libera.

Il "katechon" rovesciato

Thiel gioca la propria teologia politica sul terreno che le è da sempre elettivo: il "katechon", la «forza che trattiene» l’Anticristo di cui parla oscuramente la seconda lettera ai Tessalonicesi (2, 6-7). Nel 1950 Carl Schmitt aveva distinto tre modi cristiani di leggere la storia: il Grande Parallelo (un’altra caduta di Roma, l’opzione Benedetto), il katechontico (sostenere le istituzioni che frenano il male) e una misteriosa terza via (sperare, espandere, innovare). Le visioni più sane le combinano tutte e tre.

È sul "katechon" che Thiel esercita la massima tensione. Per Tertulliano e per Schmitt era l’Impero, lo Stato che trattiene il caos; Thiel ne capovolge i poli: lo Stato universale, l’Onu, i regimi di AI safety sono l’Anticristo, e il freno è il potere tecnologico privato. La posizione è rischiosa: se è troppo debole non ferma l’Anticristo, se è troppo forte si muta nel suo contrario. Da qui, un corollario spiazzante: «Se qualcosa non è abbastanza potente da diventare potenzialmente l’Anticristo, probabilmente non è nemmeno un plausibile "katechon"». 

Il vero "katechon", dal 1945 al 1989, fu l’anticomunismo, transnazionale e non puramente cristiano; poi degenerò in neoliberismo, «l’anticomunismo in un mondo senza comunisti», a un centimetro dallo Stato mondiale.

Ma ogni posizione puramente difensiva, prima o poi, viene travolta. Serve qualcosa che non si limiti a trattenere ma speri e crei, ed è «ciò che l’industria tecnologica fa quando dà il meglio di sé: superare i limiti, tutti i limiti». La tecnologia diventa l’eccedenza di speranza, la promessa baconiana di vincere la morte e il caso. Nel “Momento straussiano” (2007) e in “Da zero a uno” (2014), Thiel ricorda che il monopolio creatore svolge «la stessa funzione del katechon»: arresta la stagnazione, l’Anticristo della globalizzazione. E il fondatore di start-up è il capro espiatorio girardiano da cui nasce una regalità postmoderna. La sovranità schmittiana – «sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione» – si sposta dallo Stato al fondatore: non per nulla già nel 2009 Thiel scriveva di non credere più «che libertà e democrazia siano compatibili». Ciò che svuota non è la teologia, di cui ha più codici di chiunque, ma lo spazio della deliberazione collettiva.

La macchina dell’Anticristo

Come può un solo uomo impadronirsi del mondo nell’arco di una vita? Thiel indica due macchine costruite, in un’epoca stagnante, a velocità anomala. La prima è finanziaria: «sotto la copertura di una relativa pace e sicurezza», in venticinque anni è stato eretto un apparato di sorveglianza del denaro, dal Patriot Act alla tassazione mondiale dei cittadini statunitensi, dalla fine dei paradisi fiscali a quella del regime britannico dei non-dom, abolito dopo 225 anni. Apocalisse 13,17: nessuno potrà comprare o vendere senza il marchio della bestia.

La seconda è ideologica: i codici del linguaggio, il Regno Unito che arresta decine di persone al giorno per «discorsi offensivi», la criminalizzazione del dissenso fino al punto che in Germania è punibile dare a qualcuno dell’Anticristo, e al vertice la Corte penale internazionale dello Statuto di Roma. È qui che la teologia diventa per intero analisi: Thiel legge l’ordine liberale del dopo-1945, dalla trasparenza finanziaria ai tribunali alla regolazione dell’Ia, non come garanzie ma come l’apparato che assembla lo Stato mondiale. Non crediamo più che un grande uomo possa afferrare la macchina, e quell’incredulità è la copertura sotto cui l’Anticristo sale al potere: abolito ogni conflitto, nessuno è più autorizzato a confliggere. Nemmeno per detronizzare il male.

La gnosi degli eletti

La seduzione, per un cattolico colto, è forte: Thiel parla la sua lingua. Cita Newman e Solov’ëv, Agostino, il Ratzinger del primo saggio su Ticonio e il Benedetto XVI di Ratisbona. Venera René Girard, che gli fu maestro a Stanford e «delizioso vicino di casa», e alle cui teorie ha convertito J.D. Vance. Nel saggio “Voyages to the End of the World”, decripta quattro secoli di letteratura, dalla “Nuova Atlantide” di Bacone ai “Viaggi di Gulliver”, da “Watchmen” al manga “One Piece”, come un dibattito cifrato sull’Anticristo, e legge il fumetto giapponese come l’ultimo luogo dove sopravviverebbe una vera escatologia cristiana. Il suo metodo è quello del detective-teologo: tutto è cifra, tutto va decodificato.

Incalzato a Roma sul rischio che la sua sia una conoscenza riservata a pochi, Thiel ammette: «Rischio di sbagliare dall’altro lato, quello dello gnosticismo, offrendovi una conoscenza segreta che non avete. È la direzione in cui è probabile che io sbagli». Le porte chiuse e la platea a invito disegnano una teologia per gli eletti. 

Poi c’è il programma. Thiel data al Trattato di Vestfalia del 1648 «l’anno in cui si smise di parlare dell’Anticristo», il momento in cui il cristianesimo fu ridotto a fatto «interiore», incapace di dire alcunché su politica e storia. «Abbiamo 378 anni di storia da recuperare». Persino la democrazia è per lui una parola ambigua: «Democrazia è quando il risultato ti piace; populismo è quando non ti piace». È una dichiarazione di guerra alla politicità secolare della Costituzione. Thiel non è soltanto un esempio della riemersione della teologia politica: ne è il teorico e l’apostolo.

Ma la gnosi che conta non è il metodo, è la metafisica. Thiel ammette di rischiare la conoscenza segreta; non vede la posta più antica: il sogno gnostico di liberare la scintilla incorporea dell’io dalla prigione della materia, oggi affidato non all’ascesi ma alla tecnica. È il rovescio dell’incarnazione, lo scandalo per cui l’infinito entra in una carne mortale; qui la salvezza non si riceve, si fabbrica, e ha posto per pochissimi. Anche i maestri sono citati senza essere ereditati: di Girard trattiene la teoria mimetica e scarta lo smascheramento del meccanismo vittimario, di Schmitt prende il katechon e lascia il nomos. E lo stesso immaginario tecnognostico – ha mostrato Erik Davis – fa risorgere il demiurgo e i suoi arconti come congreghe tecnocratiche che governano con la sorveglianza: lo Stato-mondo che Thiel chiama Anticristo è quella figura, ma è della stessa pasta dell’apparato che vorrebbe costruire per contrastarlo.

La terza città

Dell’Anticristo lo attrae, confessa, il fatto che «è un argomento in cui non dobbiamo essere così morali»: contro un nemico assoluto «si ha molta più libertà di agire». È la stessa logica per cui, durante la guerra fredda, «se eri anticomunista, uccidere decine di migliaia di persone era, relativamente, una cosa molto buona». Nominare l’Anticristo riapre lo spazio dell’eccezione: sospende la misura ordinaria e restituisce la licenza. È il punto preciso in cui la teologia politica smette di descrivere il nemico assoluto e comincia a somigliargli.

Resta il giudizio che Thiel pronuncia su sé stesso e non sa applicarsi: «L’Anticristo potrebbe presentarsi credendo di essere un katechon, o dirottare il katechon. L’errore è sempre scegliere “bene” i propri nemici, il rischio che correte è diventare come loro». Palantir, il software che porta il nome della pietra per vedere il futuro, tratto dalla saga di Tolkien, è il Leviatano che Thiel dice di temere. Dove Thiel riarma la tecnica presentata come katechon, Leone XIV chiede di «disarmare» la stessa. Alla domanda «Anticristo o Armageddon?» risponde con le parole che Thiel vorrebbe far proprie, dirottandone il senso: «né l’uno né l’altro», ma addita un altrove che né lo Stato mondiale né la spada possono contemplare: non l’eliminazione dei limiti dell’umano, che «fa regredire il cuore», bensì proprio quel cuore, «il luogo dove Dio desidera abitare». 

È la sola città che l’apocalittica della Silicon Valley, prigioniera del suo patchwork teologico-politico, non riesce a vedere. E, quando la intravede, vorrebbe distruggere. 

Bibliografia

M. Chafkin, “The Contrarian. Peter Thiel and Silicon Valley’s Pursuit of Power”, Penguin Press, New York 2021.

L. Ciarrocca, “L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel”, Fuori Scena, Milano 2026.

E. Davis, “Techgnosis. Mito, magia e misticismo nell’era dell’informazione”, Nero, Roma 2023; ed. orig. “TechGnosis. Myth, Magic, and Mysticism in the Age of Information”, Harmony Books, New York 1998.

P. Perulli, “Peter Thiel, l’America oggi. Il fondatore di PayPal e Palantir, il grande ispiratore di Trump”, prefazione di M. Cacciari, Baldini+Castoldi, Milano 2026.

P. Thiel - B. Masters, “Da zero a uno. I segreti delle start-up, ovvero come si costruisce il futuro”, Rizzoli, Milano 2015 (ed. BUR, Milano 2023); ed. orig. “Zero to One. Notes on Startups, or How to Build the Future”, Crown Business, New York 2014.

P. Thiel, “Il momento straussiano”, a cura di A. Venanzoni, Liberilibri, Macerata 2025; ed. orig. “The Straussian Moment”, in R. Hamerton-Kelly (a cura di), “Politics and Apocalypse”, Michigan State University Press, East Lansing 2007.

Marco Dotti è giornalista professionista, ricercatore. Insegna Professioni dell’editoria all’Università di Pavia. La sua attività si concentra soprattutto sull’impatto etico e sociale delle nuove tecnologie. Collabora con numerose testate italiane e straniere ed ha curato, tra le altre, l’edizione italiana di testi di Simone Weil, Alexandre Koyré, Jean Cayrol e Jean Cocteau. 

Nello stesso numero