Quadrimestrale di cultura civile

John Steinbeck,
dal sogno americano
alla “terra scontenta”

  • LUG 2026
  • Fernanda Rossini

Condividi

Il racconto appassionato della vita negli Stati Uniti attraverso le opere di uno dei massimi narratori del Novecento. Premio Nobel 1962, l’autore di “Pian della Tortilla”, “Furore”, “La valle dell’Eden”, ha restituito, forse come nessuno, una fotografia realistica della questione sociale, scandagliando l’umano, evidenziando una simpatia per gli emarginati, gli sconfitti, gli scartati. Una letteratura forte, la sua, sempre dalla parte delle persone comuni. Uno sguardo sensibile, immaginativo, penetrante la realtà. Dalla sua penna tre decenni della storia degli Usa. Che vale la pena leggere o rileggere oggi in una stagione americana scalfita da mille complicazioni e contraddizioni.     

«Per le sue opere realistiche e immaginative in cui si combinano un umorismo empatico e una appassionata sensibilità sociale» recita la motivazione per il conferimento del premio Nobel per la letteratura nel 1962 a John Steinbeck (1902-1968): un puntuale ritratto dell’eclettico scrittore che, con sguardo disincantato e lucidità narrativa, ha attraversato tre decenni della storia degli Stati Uniti narrandola attraverso le voci delle persone comuni. Faticando con i braccianti, infangandosi con i migranti, sperimentando la vita al fronte, attraversando in solitaria gli Stati Uniti in cerca “del polso della nazione”, ma anche frequentando i salotti letterari e politici di New York, Steinbeck ha maturato convinzioni sull’essere umano che definiscono il suo impegno di scrittore

Nel discorso di accettazione, il manifesto del suo pensiero, Steinbeck precisa che ogni persona è depositaria «del pericolo, della gloria, e della scelta» del proprio agire, e che in quanto scrittore deve prendere posizione perché suoi sono il dovere e la responsabilità di «proclamare e celebrare la comprovata capacità dell’uomo per la grandezza del cuore e dello spirito – per il coraggio nella sconfitta – per il valore, la compassione e l’amore». Steinbeck crede nella perfettibilità dell’uomo e pertanto si assume l’incarico «di denunciare le mancanze e le colpe, di portare alla luce i sogni oscuri e pericolosi» insiti in ciascun essere umano per mostrare la possibilità di migliorarsi.

Sulla pagina ciò che corrisponde al vero

Il suo impegno a servizio «delle battaglie che si combattono nel cuore dell’uomo», inizia da ragazzino quando capisce che nel suo futuro c’è la scrittura. Insiste caparbio nel suo progetto, lascia l’università e per mantenersi si adatta ai lavori più umili. Fa così esperienze dalle quali la famiglia aveva cercato di proteggerlo: la fatica alienante, lo sfruttamento, la povertà, la fame, ma anche la solidarietà e a volte l’amicizia disinteressata. Incuriosito dalle vite di lavoratori stagionali, braccianti, scioperanti, nullatenenti, chiunque incontri, capita che li paghi per raccogliere le loro storie. Ascolta con empatia e si fa strada in lui l’idea che la libertà di pensiero e l’indipendenza di ciascun individuo, pur soggette alla pressione collettiva e all’evolversi dei tempi e delle situazioni contingenti, trovino fondamento nelle capacità creative di cui ognuno è interiormente dotato. 

La Grande Depressione infierisce, ma il padre, indiretto sostenitore del suo sogno, gli consente di vivere nel loro cottage sulla costa californiana. Determinato a usare le parole per trasferire sulla pagina ciò che corrisponde al vero, Steinbeck stabilisce fin da subito il suo modo di lavorare: trascorre ore in lenta elaborazione di ciò che ha sperimentato prima di sedersi alla scrivania a scrivere e riscrivere fino a che la storia – romanzo, racconto o articolo che sia – corrisponda a ciò che vuole davvero raccontare.

Ottiene la notorietà con “Pian della Tortilla” (1935), ritratto comico e malinconico di Danny e dei suoi amici paisanos, figure ai margini della società di Monterey, refrattarie al lavoro e alla proprietà. Grazie all’abile intervento dell’amico ed editor Pascal Covic, gli viene offerto di realizzare un servizio giornalistico sulla spinosa questione della forte migrazione interna in atto verso la California. Intrigato, Steinbeck si mette sulla strada con i migranti, in fuga dai dissesti ecologici delle pianure centrali e dalla povertà indotta dalle nuove politiche economiche definite dalle innovazioni tecnologiche. Ha già crudamente denunciato il desiderio di riscatto dalla miseria dei lavoratori stagionali in “La Battaglia” (1936); ha già raccontato del sogno di una vita non soggiogata alle prepotenze dei potenti in “Uomini e Topi” (1937), ma ciò di cui è testimone quando incontra i migranti lo sconvolge. Sente il dovere di denunciare senza reticenze la degenerazione di chi, ridotto in miseria, ha perso la propria dignità. Vuole scrivere una storia potente e travolgente che mostri, partendo dai volti che ha incontrato, dalle voci che ha ascoltato, dalle testimonianze che ha raccolto, le angosce e le speranze di ciascuno di loro. Così in “Furore” (1939) il disperato viaggio della famiglia Joad verso un futuro migliore diventa l’emblema delle sofferenze e del desiderio di riscatto dei migranti di tutti i tempi, metafora del viaggio biblico verso la Terra promessa, espressione concreta dell’American Dream in cui è ancora possibile credere

Per questo, oltre la rabbiosa constatazione del potere degli sfruttatori e l’empatica narrazione della sconfitta degli oppressi, il romanzo si conclude con una nota di speranza: dopo aver dato alla luce un bambino nato morto, Rose of Sharon Joad scandalosamente allatta uno sconosciuto per evitare che muoia di inedia. Se il tradimento delle promesse giustifica il livore e la disperazione che pervadono il romanzo, la speranza che i sogni possano ancora essere perseguiti oltre l’egoistico benessere individuale lo apre a un inaspettato, velato ottimismo. È questo il sogno americano che Steinbeck crede ancora vivo: l’idea che, attraverso il duro lavoro, la determinazione e il talento, nel rispetto dei valori morali di onestà, lealtà, coraggio e onore e nella consapevolezza di essere membri attivi di una comunità, si possano raggiungere prosperità, libertà e una vita migliore.

Nonostante lo straordinario successo, “Furore” è oggetto di graffianti critiche letterarie e di feroci attacchi da parte di chi ne contesta la veridicità. Deluso, Steinbeck si dedica alla scrittura per il cinema e il teatro, narra storie leggere ed esilaranti e chiede di poter contribuire come giornalista allo sforzo bellico americano. 

Seppur certo che la guerra sia «un sintomo del fallimento dell’individuo in quanto animale pensante», è deciso a scendere sul campo di battaglia per comprendere prima di raccontare. Entra in contatto con i profughi che fuggono dall’Europa devastata dai totalitarismi e travasa le loro vicende in “La luna è tramontata” (1942), romanzo in cui l’opposizione silenziosa e tenace della popolazione civile di un piccolo villaggio contro gli occupanti diventa allegoria di chi non si arrende all’invasore. 

Steinbeck riesce ad andare oltre le divise e i ruoli dei personaggi per mostrare che, se la libertà è un bisogno umano irriducibile, anche i nemici sono esseri umani, perché in fondo la guerra non è altro che «una cosa sporca, dove tutti, in un modo o nell’altro, si fanno veramente male». In patria il romanzo è biasimato per la sensibilità verso i soldati dell’esercito tedesco, chiaramente identificabili, ma in Europa diventa il simbolo della resistenza ed è spesso riprodotto a mano per eludere il divieto alla pubblicazione. Quello che traspare qui, ma anche nei dispacci che invierà dal fronte europeo e nei reportage che scriverà dalla prima linea della guerra in Vietnam, è l’immutata comprensione di Steinbeck per l’individuo costretto a decidere come reagire alle vicende che lo travolgono: «Quello che celebro non è la guerra – annota – , ma gli uomini coraggiosi». 

 L’esercizio del libero arbitrio

La vita privata si complica con un divorzio, un secondo matrimonio e la nascita dei due figli, ma Steinbeck si ostina a scrivere. Si sposta tra New York, Salinas e il Messico, che ha sempre rappresentato per lui una sorta di rifugio dove poter ritrovare l’integrità che ai suoi occhi gli Stati Uniti stanno lentamente dissolvendo. È sua abitudine dedicarsi contemporaneamente a più opere: mentre lavora alla produzione del film “Viva Zapata!” (1952), affascinato dall’eroica lotta del rivoluzionario Emiliano Zapata in difesa degli ideali di giustizia, rivede il romanzo “Vicolo Cannery” (1945), un omaggio all’amico biologo e filosofo Edward Ricketts e al suo laboratorio, ma soprattutto un modo per dar voce ai bizzarri abitanti della via ritratti nella loro scanzonata accettazione di una vita ai margini. Scrive “La Perla” (1947), una parabola in cui, spiega, risuonano solo tre note: «l’amore, la fame e la libertà dall’avidità». “La corriera stravagante” (1947), il racconto di un viaggio attraverso la California rurale compiuto da insoliti passeggeri su un autobus malmesso, diventa allegoria delle contraddizioni del mondo contemporaneo. Soprattutto, si predispone a scrivere “La Valle dell’Eden” (1952). Vuole che sia un romanzo potente, «una delle più grandi storie, forse la più grande di tutte: la storia del bene e del male, della forza e della debolezza, dell’amore e dell’odio, della bellezza e della bruttezza», opposti costitutivi di ogni essere umano. Steinbeck chiarisce che i membri delle due famiglie Trask e Hamilton rappresentano l’unica storia narrabile al mondo: la storia di tutti gli uomini che «sono intrappolati, nelle loro vite, nei loro pensieri, nelle loro ambizioni, nella loro avarizia e crudeltà, ma anche nella loro gentilezza e generosità». Pur nell’atmosfera dominante di cupa tensione, dal romanzo traspare la convinzione di Steinbeck che il riscatto individuale sia una possibilità concretamente realizzabile attraverso l’esercizio del libero arbitrio, atto di resistenza tanto ai limiti intrinseci della condizione umana quanto alle coercizioni imposte dalle tradizioni e dal contesto socioculturale.

I regimi totalitari? Distruggono la capacità di pensare

 Accanto alla terza moglie, Steinbeck viaggia molto e risiede per periodi sempre più lunghi all’estero, partecipa alla vivace vita culturale di New York e ne denuncia il decadimento e l’asservimento all’ideologia manichea imperante durante la Guerra Fredda. Inviato speciale nella Russia degli anni ’60, ritorna sui suoi ricordi del viaggio compiuto con il fotografo Robert Capa nel dopoguerra e ha la conferma che i regimi totalitari riescono a «distruggere ogni capacità di pensare" riducendo "gli scrittori a servi obbligati del regime», perciò esorta a «tener vivi l’integrità dell’individuo e le sue abilità di giudicare, confrontare, creare». Con questo viaggio e più direttamente con un fattivo impegno politico si avvede dei profondi cambiamenti in atto nel sostrato socio-economico e culturale della nazione. Immaginandosi come un novello Don Chisciotte, adatta un camper, che chiama Ronzinante, per un viaggio in solitaria lungo percorsi secondari attraverso tutti gli Stati Uniti. Il diario che tiene diventerà il piacevole “Viaggio con Charlie” (1962): ciò che ha rilevato in modo costante in tutti gli Stati «è la mancanza di quelle pressioni che rendono l’uomo forte e di quelle angosce che rendono l’uomo grande» perché ormai «le pressioni sono solo i debiti, i desideri sono solo per i giocattoli e la noia è la sola angoscia». 

Si lamenta di come nel tempo la sua nazione sia diventata una “terra scontenta" perché "ha ceduto alle autostrade, alla corrente elettrica e alla televisione". Riflessioni amare sul decadimento del sogno americano ridotto a ricerca di benessere materiale che reggono la trama anche del suo ultimo romanzo, “L’inverno del nostro scontento” (1961). Il protagonista, uomo onesto ma in declino economico, cede alla tentazione della corruzione e del tradimento morale per inseguire i fittizi ideali del consumismo degli anni ‘60. Come già in “Furore”, però, il personaggio della figlia Ellen si incarna l’ideale ancora possibile di un ritorno agli autentici valori tradizionali. In quest’opera Steinbeck ha ritrovato la voce, seppur disincantata, «degli oppressi, dei diseredati, degli ultimi» che resistono alle seduzioni del capitalismo, ai dettami della società ipocrita, alle visioni distopiche di un complesso dibattito socio-culturale.

Steinbeck ha esplorato stili e forme narrative diverse e conosce la potenza delle parole mentre pone la propria arte al servizio di ogni essere umano, che lui osserva perennemente in bilico tra l’aspirazione verso valori universali e la tentazione di ripiegarsi su meri interessi individuali. Nel richiamare il lettore alla necessità di una presa di posizione personale, le pagine di Steinbeck brillano per l’empatica attenzione per quanti, senza colpa, vengono annientati, allora come oggi, dalle dinamiche storiche.

Fernanda Rossini è insegnante, saggista e traduttrice. Ha concluso una ricerca dottorale sulla scrittrice Flannery O’Connor presso l’Università di Dortmund, pubblicata dall’Editrice Queriniana nel 2026. Oltre ad articoli e saggi su autori della letteratura statunitense, con le Edizioni Ares ha pubblicato “Flannery O’Connor. Vita, opere, incontri”, prima biografia della scrittrice in italiano (2020), e l’invito alla lettura “John Steinbeck. Voce inquieta del sogno americano” (2023).

Nello stesso numero