Quadrimestrale di cultura civile

Il successo
di una sintesi
anti-relativista

  • LUG 2026
  • Matthew S. Brogdon

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Dietro la forza propulsiva degli inizi c’è l’incontro tra legge naturale, repubblicanesimo classico e liberalismo, un connubio tra libertà politica e tradizione religiosa cristiana che si è rivelato decisivo per il successo dell’esperimento costituzionale americano. Poi la biforcazione: da un lato il progressismo democratico di Dewey, dall’altro il razionalismo morale di matrice tomista di Martin Luther King.

La Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America viene spesso letta come un modello di democrazia procedurale. Gli esseri umani sono uguali e non possono essere governati senza il loro consenso. Richiamandosi a questo «sacro diritto dell’autogoverno», Stephen A. Douglas sostenne notoriamente il diritto dei cittadini di ogni Stato e territorio di scegliere autonomamente se mantenere o abolire la schiavitù. Abraham Lincoln, che affrontò Douglas nella campagna per il Senato dell'Illinois del 1858, respinse nettamente questa posizione. Il consenso non può essere il fondamento della schiavitù. «Così come non vorrei essere uno schiavo, allo stesso modo non vorrei essere un padrone. Questo esprime la mia idea di democrazia. Tutto ciò che se ne discosta, nella misura in cui se ne discosta, non è democrazia». 

Contro la democrazia maggioritaria e amorale di Douglas, Lincoln insistette sul fatto che la Dichiarazione annunciava «una verità astratta, applicabile a tutti gli uomini e a tutti i tempi» e che l’indifferenza sulla questione della schiavitù stava «penetrando nell’anima umana e sradicando nel popolo americano la luce della ragione e l’amore per la libertà».

Lo spirito della libertà e lo spirito della religione

La difesa dei diritti naturali da parte di Lincoln ci conduce al significato pieno della Dichiarazione d’Indipendenza quale parte della tradizione intellettuale e politica occidentale. La Dichiarazione orienta il consenso e le istituzioni politiche in direzione della libertà e della felicità; quest’ultima implica un ordine morale, la virtù e una concezione della vita buona. 

Nonostante i costanti tentativi di fare della Dichiarazione un emblema del liberalismo illuminista, lo spirito del repubblicanesimo classico e della legge naturale cristiana pervadono questo testo.

La sintesi tra legge naturale e diritti naturali elaborata dalla generazione dei Padri fondatori è racchiusa nell’insistenza con cui la Dichiarazione presenta la felicità come fine. Tra i diritti inalienabili per tutelare i quali «i governi sono istituiti tra gli uomini», figura il diritto di «perseguire la felicità». Il passaggio meno ricordato, che attiene al diritto di modificare o abolire le forme di governo esistenti, riassume il fine dell’arte politica responsabile: coloro che si impegnano a modificare o abolire un governo hanno l’obbligo di «istituire un nuovo governo, fondandolo su tali principi e organizzandone i poteri nella forma che sembri loro più idonea a garantire la loro sicurezza e felicità».

Il fine del governo, come il fine dell’azione umana, è la felicità. Impiegata da una generazione di statisti formatasi su Aristotele, Plutarco, Tacito e Cicerone, la felicità evocava l’ideale classico dell’eudaimonia o della felicitas, se non l’ideale cristiano della beatitudo. Per quella generazione, la felicità era questione di fioritura umana – beata vita –, non di gratificazione degli appetiti o di mera sicurezza. La libertà, dunque, è un fine troppo semplice. 

Sicurezza e felicità suggeriscono qualcosa di più ampio: la libertà all’interno di un sistema di leggi che consenta, e forse incoraggi, una piena realizzazione umana. La pervasività del repubblicanesimo classico nella Dichiarazione è rafforzata dal suo ricorrente richiamo alle virtù: prudenza, pazienza, franchezza, coraggio o “virile fermezza”, spirito civico, giustizia, rettitudine, fedeltà e onore.

Inoltre, la Dichiarazione fonda i diritti e i doveri che vincolano il governo a criteri esterni, radicati nella legge naturale, e non semplicemente nella tradizione o nel consenso. Il testo sottolinea che i popoli sono governati dalle «leggi della Natura e del Dio della Natura»; che l’uguaglianza e i diritti inalienabili degli esseri umani sono loro conferiti dal Creatore; che esiste un «Giudice supremo del mondo" al quale gli uomini possono appellarsi per attestare la «rettitudine delle loro intenzioni» e una «Provvidenza divina» sulla quale possono confidare per la propria protezione.

Tocqueville descrisse in seguito questa peculiare sintesi tra cristianesimo e liberalismo come un connubio tra lo spirito della religione e lo spirito della libertà. La prima repubblica americana che egli osservò era al tempo stesso la patria del fervore religioso e la patria della libertà religiosa. La fondazione degli Stati Uniti è racchiusa tra revival religiosi nella forma del Primo e del Secondo grande risveglio, a loro volta accompagnati dalla perdita dello status ufficiale delle Chiese negli Stati americani tra gli anni Settanta del Settecento e gli anni Trenta dell’Ottocento. 

Il presupposto dell’alleanza tra libertà e religione non era lo scetticismo religioso, bensì la fiducia che la virtù morale e la vera religione abbiano maggiori probabilità di fiorire in un sistema di libertà piuttosto che in uno di coercizione. 

Nell’età della Fondazione e della Prima repubblica americani diversi tra loro abbracciarono l'idea che la fede salvifica non può essere l’esito di una coercizione; che le Chiese possono essere piene di vita senza essere religioni stabilite; e che le associazioni volontarie possono coltivare adeguatamente la virtù necessaria all’autogoverno repubblicano.

Relatività storica e attacco ai diritti naturali

La sintesi della Dichiarazione tra legge naturale, repubblicanesimo e liberalismo – l’alleanza tra libertà e religione – è stata costantemente terreno di contestazione. Abbiamo già ricordato la riduzione dei suoi principi alla sovranità popolare operata da Stephen Douglas e la decisa difesa dei diritti naturali da parte di Lincoln. Il Ventesimo secolo assistette a un tentativo più sottile di separare la Dichiarazione dalle sue fondamenta giusnaturalistiche. Probabilmente il suo portavoce più autorevole è stato il filosofo e pedagogista John Dewey, la cui figura esercita tuttora una profonda influenza sull’istruzione e sulla politica americane.

Dewey riteneva di voler recuperare, non eliminare una base morale per la democrazia. A suo giudizio, il liberalismo doveva essere salvato da una combinazione ormai logora di diritti naturali lockiani, economia del laissez-faire e ingiustificata venerazione per le forme costituzionali ereditate.

Contro il liberalismo dei diritti naturali, percepito come dottrinario, egli cercò di richiamarsi alla visione morale democratica di Thomas Jefferson. Dewey trovava in Jefferson una fede democratica nella capacità e nel diritto di ogni generazione di plasmare le proprie leggi e istituzioni: un antidoto alla venerazione acritica delle forme costituzionali ricevute. 

Lesse inoltre l’insistenza della Dichiarazione sulla ricerca della felicità come un rifiuto della centralità della proprietà all’interno del liberalismo lockiano. Come scrisse in “Libertà e cultura, «Il diritto alla ricerca della felicità rappresentava per Jefferson niente meno che la pretesa di ogni essere umano di scegliere la propria vocazione e di agire secondo la propria scelta e il proprio giudizio, libero dai vincoli e dalle costrizioni imposti dalla volontà arbitraria di altri esseri umani».

Tuttavia, la visione di Dewey di un nuovo fondamento morale per la democrazia differiva radicalmente dalla sintesi della Dichiarazione tra legge naturale cristiana, repubblicanesimo classico e liberalismo moderno. Come scrisse in “Liberalismo e azione sociale, citando con approvazione Jeremy Bentham e David Hume, «i diritti naturali e le libertà naturali esistono soltanto nel regno della mitologica zoologia sociale». Se i Padri fondatori e i loro eredi intellettuali avessero compreso che la portata e il contenuto della libertà sono storicamente relativi, «non l’avrebbero cristallizzata in una dottrina da applicare in ogni tempo e in ogni circostanza sociale». I diritti non sono vincoli alla legge positiva derivanti dalla Natura o dal Dio della Natura. Essi, come gli altri criteri del buon governo, derivano dalle condizioni sociologiche e storiche. «La libertà effettiva è funzione delle condizioni sociali esistenti in un dato momento».

Consapevole della fragilità di un criterio del giusto fondato su una base meramente sociologica, Dewey ravvisava un’«urgente necessità di una fede fondata su idee che siano oggi intellettualmente credibili». Propose una fede elevata nella capacità di un popolo di operare sperimentalmente attraverso istituzioni democratiche e di scegliere leggi giuste senza ricorrere a criteri fissi di giustizia o a una tradizione religiosa e intellettuale.

Il recupero della legge naturale

Lo sforzo di Dewey di sostituire le fondamenta giusnaturalistiche della Dichiarazione non rimase incontrastato già ai suoi tempi. Una delle risposte contemporanee più articolate si trova nel discorso pronunciato da Calvin Coolidge nel 1926 per il 150° anniversario della Dichiarazione. Ma la sua confutazione più autorevole e duratura sarebbe giunta da Martin Luther King Jr. nel pieno della lotta per i diritti civili negli anni Sessanta del Ventesimo secolo.

Di fronte alla segregazione razziale, King risuscitò la sintesi americana richiamandosi, nella sua lettera dal carcere di Birmingham, a Platone, Agostino e Tommaso d’Aquino. La sua argomentazione univa la ferma insistenza di Socrate, davanti alla giuria ateniese, sull’imperativo di una ricerca della verità libera da impedimenti, con la fiduciosa affermazione di Tommaso d’Aquino secondo cui la ragione umana è imperfetta ma adeguata a scoprire la verità.

King radicò il liberalismo nella legge naturale. "Una legge giusta è un codice creato dall'uomo che si accorda con la legge morale o con la legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice che non è in armonia con la legge morale. Per dirla nei termini di san Tommaso d’Aquino: «una legge ingiusta è una legge umana che non è radicata nella legge eterna e nella legge naturale».

Secondo King, la capacità degli esseri umani di argomentare correttamente sulla compatibilità tra legge umana e legge naturale è fondamentale nel caso della disobbedienza civile. «È in questo modo che posso esortare gli uomini a obbedire alla decisione della Corte suprema del 1954, perché è moralmente giusta; e posso esortarli a disobbedire alle ordinanze segregazioniste, perché sono moralmente sbagliate». La validità delle leggi positive è determinata dalla loro conformità a un ordine creato, al quale gli esseri umani possono accedere mediante la ragione.

Ciò è nettamente distinto da un liberalismo fondato sullo scetticismo morale o su una moralità democratica socialmente costruita. Il liberalismo della Dichiarazione, come King (correttamente) lo intende, si fonda positivamente sulla capacità della ragione di cogliere ciò che è giusto per natura: vale a dire, ciò che rende buona una vita e il modo migliore di perseguire la felicità. 

E affida ai cittadini il compito di agire secondo ragione: di essere, tanto in senso individuale quanto in senso collettivo, un popolo capace di autogovernarsi.

La Dichiarazione riserva invece il proprio scetticismo alla capacità delle istituzioni politiche di fungere da principale mezzo per la ricerca della felicità. Dal governo ci si attende che garantisca le condizioni per il perseguimento della felicità, condizioni che consistono principalmente nella sicurezza e nella libertà. Ma il perseguimento dei fini umani più elevati, in particolar modo la salvezza, è mediato dalle associazioni volontarie piuttosto che dalla regolamentazione coercitiva.

In questa luce, il repubblicanesimo dei diritti naturali incarnato nella Dichiarazione non rappresenta una rottura con le tradizioni cristiana e classica, bensì una loro elaborazione. L’affermazione fondamentale della Dichiarazione è che la libertà è indispensabile per gli esseri umani perché essi sono predisposti a perseguire una felicità che il potere politico non è in grado di conferire loro, ma la cui ricerca resta insicura senza un governo ben fondato, sorretto da un popolo capace di autogovernarsi.

Matthew S. Brogdon è titolare della cattedra “Larry H. and Gail Miller Family”, dirige il Centro per gli Studi costituzionali, e insegna Scienze politiche alla Utah Valley University di Orem.

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