L’America reale è molto diversa da quella immaginaria costruita da un diffuso antiamericanismo europeo. È un Paese complesso, dalle forti contraddizioni, dove il presidente Trump è riuscito a tradurre in forza politica il risentimento dovuto soprattutto a errori della sinistra. Non è vero che l’America è entrata in una post-democrazia; resta una società pluralista dove poteri diversi si bilanciano. E dove è notevole l’influenza del mondo evangelico pur essendo Trump un pragmatico. Gli Usa sono un impero che coltiva una logica di supremazia globale, seppur con caratteristiche diverse rispetto al passato. E nell’ordine mondiale in costruzione si vedrà sempre più una convivenza obbligata e una nuova “guerra fredda” fra America e Cina. Dialogo a tutto campo con il giornalista e scrittore “americano”.
Che cosa rappresentano oggi gli Stati Uniti d’America? Il 4 luglio 1776, tredici colonie dichiararono la loro indipendenza dal Regno Unito e dieci anni dopo scrissero la prima costituzione democratica del mondo. L’ispirazione principale era contenuta nella dichiarazione d’indipendenza: “la ricerca della felicità”. Probabilmente a partire da questo principio, la grande emigrazione verso l’America divenne il “sogno americano”.
Eppure l’America ha sempre raccolto dei giudizi contradditori e spesso molto divisi. Da un lato c’è il ringraziamento per l’aiuto dato dagli Usa durante la Seconda guerra mondiale, anche in termini di vite umane, testimoniato dai due cimiteri militari – a Nettuno (RM) e a Firenze – dove riposano i soldati americani che liberarono l’Italia dal nazismo e dal fascismo. Dall’altro, ci sono le critiche per la politica di alcuni presidenti americani, come sta avvenendo in questo periodo e come avvenne durante la “guerra fredda”.
Per meglio comprendere che cosa rappresentano oggi gli Usa, Nuova Atlantide ha intervistato Federico Rampini, editorialista del “Corriere della Sera”, giornalista e scrittore, cresciuto a Bruxelles, ma che da 26 anni in America, da 17 anni a New York. Rampini ha una doppia nazionalità, italiana e americana. È stato un giovane comunista ai tempi di Enrico Berlinguer, ha scritto su diversi giornali con incarichi importanti, ma soprattutto ha girato il mondo scrivendo ottimi libri, tra cui “L’ombra di Mao”, “Il secolo cinese”, “Grazie, Occidente!”, “America. Viaggio alla riscoperta di un Paese” e l’ultimo “Pane e cannoni”. Una competenza geopolitica di grande rilievo.

Nelle prime pagine del suo “America. Viaggio alla riscoperta di un Paese”, lei cita «quel tenebroso capolavoro», il romanzo “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline del 1932, a commento del periodo precedente all’insediamento alla Casa Bianca del presidente Franklin Delano Roosevelt. Céline è impietoso verso l’America: secondo lui, che fu filonazista, rappresenta tutti i mali della modernità ricorrendo a temi dell’antiamericanismo cattolico e comunista. A suo avviso tale visione, in una qualche misura, permane ancora oggi?
Sì, quella visione permane, anche se cambia linguaggio e simboli. Quando Céline pubblica “Viaggio al termine nella notte”, l’America è già il laboratorio della modernità industriale, della produzione di massa, del fordismo, della standardizzazione dei consumi e perfino dell’immaginario collettivo. Per lui è una civiltà senz’anima. Quell’antiamericanismo aveva radici sia cattoliche sia marxiste: da una parte la condanna del materialismo, dall’altra quella del capitalismo. Ancora oggi, in forme diverse, ritroviamo lo stesso riflesso. Ogni volta che l’America attraversa una crisi o elegge un presidente controverso, una parte dell’Europa vi proietta le proprie paure e i propri fantasmi.
Trump ha riattivato un antiamericanismo antico, ma non lo ha creato lui. Negli anni Sessanta gli slogan erano «Yankees Go Home», negli anni Ottanta Ronald Reagan veniva descritto come un cowboy ignorante, oggi Trump viene dipinto come il volto del fascismo occidentale. In Europa l’America serve spesso come caricatura terapeutica: costruendo un’immagine mostruosa degli Stati Uniti, molti europei rassicurano sé stessi sulla propria superiorità morale. Questo non significa che l’America non abbia responsabilità storiche enormi o problemi reali.
Eppure c’è una contraddizione interessante: mentre gli europei denunciano il capitalismo americano, continuano a investire negli Stati Uniti, a mandare i figli nelle università americane, a cercare lavoro nella Silicon Valley. È un rapporto di attrazione e repulsione che dura da un secolo. L’America reale è molto più complessa dell’America immaginaria costruita dagli antiamericani europei, ma anche dagli americani radical-chic che descrivono il loro Paese come l’inferno in terra.
L’elezione di Donald Trump sembra aver scombussolato l’America e il mondo. Ma Trump non è in fondo il frutto degli errori della sinistra americana?
Trump è certamente anche il prodotto degli errori dei democratici e della sinistra americana. Non si capisce il trumpismo se lo si riduce alla personalità di Trump. Una parte importante della società americana si è sentita abbandonata da élite che apparivano sempre più concentrate sui temi identitari, culturali, simbolici, ma sempre meno attente al lavoro, alla sicurezza, alla coesione sociale. La sinistra americana storicamente era una forza popolare, patriottica, vicina ai lavoratori. Roosevelt, Kennedy, perfino Clinton e Obama nei loro primi anni parlavano soprattutto di salari, industria, mobilità sociale. Poi c’è stata una mutazione. La cultura woke, il linguaggio della colpa permanente dell’Occidente, la radicalizzazione universitaria, l’idea che ogni problema dovesse essere interpretato attraverso razza, genere, identità, hanno allontanato molti elettori moderati e popolari.
A questo si è aggiunto un altro fenomeno. La tolleranza verso degrado urbano, criminalità, disordine sociale. In alcune città governate dai democratici, la sinistra ha dato l’impressione di giustificare qualsiasi illegalità purché compiuta da categorie cosiddette “vittime”. La campagna “Defund the police” dopo il caso George Floyd fu vissuta da molti cittadini come una resa dello Stato. E questo spiega perché Trump abbia guadagnato consensi tra latinos, asiatici, afroamericani: categorie che vivono spesso nei quartieri più esposti all’insicurezza. Trump ha saputo intercettare una domanda di protezione e di identità nazionale. Lo ha fatto in modo spesso brutale, divisivo, eccessivo. Ma il terreno era stato preparato anche dagli errori dei suoi avversari. Quando metà del Paese si sente guardata con disprezzo dalle élite culturali, universitarie e mediatiche, prima o poi arriva qualcuno che trasforma quel risentimento in forza politica.

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Il nuovo ordine mondiale, quando si uscirà da questo momento di “pane e cannoni”, sarà una condanna alla convivenza tra Usa e Cina (si veda anche il viaggio di Trump a Pechino), con i reciproci problemi e difetti interni, o piuttosto una nuova “guerra fredda”?
Il rapporto tra Stati Uniti e Cina sarà probabilmente una combinazione di convivenza obbligata e nuova guerra fredda. Non possono separarsi completamente perché le loro economie rimangono profondamente intrecciate. Ma non possono neppure fidarsi. La globalizzazione non ha prodotto l’effetto previsto dagli occidentali: invece di democratizzare la Cina, l’ha resa più forte, più nazionalista, più tecnologicamente competitiva.
Oggi Washington considera Pechino il suo unico vero rivale strategico globale. E la Cina, dal canto suo, ritiene conclusa l’epoca dell’egemonia occidentale. Questa competizione non sarà uguale alla “guerra fredda” contro l’Urss. L’Unione Sovietica era debole e isolata. La Cina è integrata nei mercati mondiali, domina filiere industriali essenziali, controlla terre rare, investe in Africa, America Latina, Medio Oriente. La nuova guerra fredda sarà soprattutto geo-economica e tecnologica. Microchip, intelligenza artificiale, energia, dati, monete digitali, spazio, infrastrutture: qui si gioca il confronto decisivo. Ed è anche per questo che in “Pane e cannoni” sostengo che l’economia è tornata a essere una forma di guerra. Naturalmente esiste anche la possibilità di una lunga coabitazione competitiva. Trump stesso, con il viaggio a Pechino, mostra l’ambiguità americana: da una parte il confronto strategico, dall’altra la consapevolezza che nessuno può davvero “disaccoppiare” le due economie senza provocare giganteschi choc.
Gli Usa che superpotenza sono oggi? Mantengono ancora le caratteristiche dell’“impero”? E quale tipo di supremazia stanno tentando di costruire?
Gli Stati Uniti restano l’unica superpotenza globale completa. Nessun altro Paese possiede contemporaneamente la stessa rete di alleanze, il predominio del dollaro, le università di punta, la capacità militare, le Big Tech, il controllo dei mari, l’autosufficienza energetica e la forza culturale. La Cina è una superpotenza emergente straordinaria, ma non ha ancora una proiezione planetaria equivalente. La Russia è una potenza militare e nucleare, ma economicamente limitata. L’Europa ha ricchezza ma non potenza strategica. L’America conserva ancora caratteristiche imperiali, anche se gli americani odiano definirsi un impero. Hanno centinaia di basi militari nel mondo, una moneta usata come arma geopolitica, un sistema finanziario centrale per il commercio globale.
Ma è un impero diverso dagli imperi classici europei. Non conquista territori per annetterli. Costruisce reti di dipendenza tecnologica, finanziaria, militare. Oggi la nuova supremazia americana si fonda soprattutto su quattro pilastri: energia, tecnologia, finanza e sicurezza. La competizione con la Cina passa attraverso i data center, i chip, l’elettricità, la capacità di trasformare ricerca scientifica in applicazioni industriali. E in questi ambiti gli Stati Uniti conservano un vantaggio enorme.

Quanto corrisponde al vero che agli Usi non interessi più nulla dell’Europa e che questo già si avvertiva nelle amministrazioni precedenti?
È vero che l’Europa pesa meno nella strategia americana, ma questa linea politica precede Trump. Obama parlava già di «pivot to Asia». Biden ha sostenuto l’Ucraina ma considerava la Cina la sfida fondamentale del ventunesimo secolo. Trump esprime in forma aggressiva qualcosa che attraversa ormai tutte le amministrazioni americane: la convinzione che gli europei abbiano vissuto troppo a lungo sotto la protezione militare americana senza assumersi sufficienti responsabilità. Molti americani, non solo trumpiani, guardano all’Europa come a un continente demograficamente stagnante, militarmente fragile, spesso moralista verso Washington ma incapace di difendersi da solo. Per questo, il tema del riarmo europeo non nasce solo da Trump: nasce dalla percezione americana che il vecchio rapporto sia diventato squilibrato. L’Europa comunque continua a essere importante per gli Stati Uniti, soprattutto come alleato tecnologico, finanziario e geopolitico. Ma non è più il centro del mondo occidentale come durante la “guerra fredda”. Lo spostamento verso l’Indo-pacifico è strutturale.
Perché, periodicamente, gli Usa ricascano nella pratica della guerra anche quando dicono di volersi isolare?
Gli Stati Uniti ricadono periodicamente nella guerra perché la loro posizione lo rende quasi inevitabile. Anche quando prevalgono pulsioni isolazioniste, il sistema internazionale continua a richiamarli. Rotte energetiche, commercio marittimo, terrorismo, alleanze, equilibrio asiatico: ogni crisi importante finisce per coinvolgere Washington.
C’è anche una ragione culturale. L’America alterna ciclicamente idealismo e realismo. Vuole “salvare il mondo” ma allo stesso tempo vorrebbe ritirarsi da esso. Dopo ogni guerra nasce una corrente isolazionista che promette di non ripetere gli errori del passato. Poi arriva una nuova minaccia che riporta gli Stati Uniti al centro. Infine esiste un elemento tecnico: gli Usa possiedono una superiorità militare senza precedenti storici. Quando hai in mano il martello più potente del mondo, rischi di vedere ovunque dei chiodi. Questo porta talvolta a sopravvalutare l’efficacia della forza militare.
Quali settori della società civile Usa sono in sofferenza?
Soffrono soprattutto le classi medio-basse colpite da deindustrializzazione, crisi degli oppioidi, disgregazione familiare, perdita di status sociale. In molte aree del Midwest e delle province profonde esiste un senso di declino culturale, prima ancora che economico. Ma soffrono anche le grandi metropoli progressiste, dove l’aumento del costo della vita, l’insicurezza, il degrado urbano e l’emergenza droga hanno prodotto una fuga verso Stati più competitivi come Florida e Texas.
Chi oggi comanda davvero negli Usa? È un azzardo o una lettura semplicistica dire che a reggere i fili sono le Big tech?
Le Big tech hanno un potere immenso, ma dire che “comandino loro” sarebbe una semplificazione. La Silicon Valley influenza politica, informazione, sicurezza nazionale, intelligenza artificiale. Tuttavia non è un blocco compatto. Le stesse aziende tecnologiche sono divise tra loro: alcune sono più libertarie, altre più patriottiche; alcune vicine al Pentagono, altre ostili all’uso militare delle proprie tecnologie. Il vero nodo è che il confine tra potere pubblico e privato si è fatto più ambiguo. Quando una piattaforma controlla dati, comunicazione, infrastrutture digitali e Ia, il suo peso diventa inevitabilmente politico. Ma gli Stati Uniti restano una società pluralista e conflittuale, dove poteri diversi si bilanciano a vicenda.
Che peso ha effettivamente la religione, nella versione evangelica, nel guidare le scelte dell’amministrazione?
La religione evangelica pesa molto nella cultura politica conservatrice americana. Gli evangelici influenzano il partito Repubblicano su temi come aborto, scuola, famiglia, Israele, libertà religiosa. Ma sarebbe sbagliato immaginare Trump come un leader teocratico: Trump è piuttosto un pragmatico che ha costruito un’alleanza politica con il mondo evangelico. Gli evangelici vedono in lui un difensore culturale contro il progressismo radicale. In cambio, gli offrono consenso elettorale.
Più in generale, gli europei sottovalutano quanto l’America resti una società profondamente religiosa. Non solo cristiana: religiosa in senso ampio. La fede, il volontariato, le comunità religiose continuano ad avere un peso sociale enorme, molto superiore all’Europa secolarizzata.
Condivide o rifugge dal pensiero piuttosto diffuso, anche nelle accademie, che vede negli Usa una democrazia in regressione, quasi un anticipo della post democrazia?
Esistono segnali preoccupanti: polarizzazione estrema, uso politico della giustizia, sfiducia nelle istituzioni, violenza verbale, radicalizzazione mediatica. Ma definire gli Stati Uniti una post-democrazia mi sembra eccessivo. Le istituzioni americane continuano a funzionare. Le Corti bloccano il presidente. Gli Stati federali esercitano forti autonomie. I media restano liberi. Le elezioni producono alternanza. Perfino Trump, che molti descrivono come un aspirante autocrate, ha dovuto obbedire alla Corte suprema. La democrazia americana attraversa una crisi seria, ma la sua storia è fatta di crisi cicliche seguite da rigenerazioni. Negli anni Settanta molti pensavano che il Paese fosse finito: Vietnam, Watergate, inflazione, terrorismo, crisi urbana... Eppure l’America seppe reinventarsi.
Ultima domanda. In cosa noi europei difettiamo quando parliamo degli Stati Uniti?
Noi europei difettiamo soprattutto di curiosità e di umiltà. Parliamo dell’America come se fosse un blocco unico, mentre è un continente politico e culturale. New York non è Nashville, la California non è il Texas, Harvard non è la Florida. Soprattutto, tendiamo a giudicare gli Stati Uniti con categorie ideologiche anziché cercare di capirli. Gli europei spesso confondono la propria debolezza con superiorità morale. Criticano l’America ma continuano a dipendere dalla sua protezione militare, dalla sua tecnologia, dai suoi mercati, dalle sue università.
Infine sottovalutiamo la capacità americana di correggere gli errori. Gli Stati Uniti hanno attraversato guerre civili, rivolte, terrorismo interno, crisi economiche devastanti. Ogni volta sono stati dati per spacciati. E ogni volta hanno trovato energie per reinventarsi. È questo, più di tutto, che gli europei faticano a comprendere.
