Sogno e realtà
Come si vedono gli Stati Uniti
Nei loro tornanti gli Usa hanno vissuto passaggi esaltanti come traumatiche cadute
A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, gli Stati Uniti attraversano una fase storica assai complicata. Particolarmente intensa nell’ultimo decennio dove i segnali di declino sono aumentati. Tale instabilità invita a una riflessione sullo stato di salute della democrazia americana. Passaggio fondamentale per il peso che Washington ha su scala globale. La domanda, allora, è dirimente: gli Stati Uniti conservano gli antidoti necessari per salvaguardare la propria natura e così rafforzare le nostre democrazie? La partita è aperta. Il percorso di comprensione di quel che sta accadendo è decisivo. Ma non semplice. Perché parliamo di un Paese che viene da una storia di conquiste e contraddizioni.
Il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, atto fondativo degli Stati Uniti d’America, cade in un momento particolarmente delicato della storia del Paese e delle sue relazioni con il resto del mondo.
Riflettere sulla democrazia americana oggi, come cerchiamo di fare in questo numero di “Nuova Atlantide”, dando voce a studiosi, analisti e giornalisti anche americani, significa interrogarci su uno dei modelli politici e culturali che più hanno influenzato l’Europa e gli equilibri del mondo contemporaneo. Comprenderne conquiste e contraddizioni, fino ai segnali di declino dell’ultimo decennio, può aiutare a immaginare gli antidoti necessari per rafforzare anche le nostre democrazie.
La Dichiarazione d’Indipendenza contiene affermazioni potenti presentate come «verità evidenti»: «Tutti gli uomini sono creati uguali» e possiedono diritti inalienabili, tra cui «la vita, la libertà e il perseguimento della felicità». Da quella promessa di felicità, sparita (ma non abrogata) nella più «politica» Costituzione degli Stati Uniti d’America di undici anni dopo, origina anche il mito dell’American Dream, il sogno di un paese in cui chiunque, indipendentemente dalle proprie origini, può costruire una vita migliore attraverso il proprio lavoro e il proprio merito. Decine di milioni di persone da tutto il mondo, in questi due secoli e mezzo, hanno attraversato oceani, deserti e frontiere inseguendo questa speranza. Ancora oggi l’America attrae da ogni dove gente comune, e non solo, in cerca di una “terra promessa”.
Felicità è la libertà di essere se stessi
Alta qualità democratica e profonde contraddizioni
Eppure, gli Stati Uniti sono nati all’interno di contraddizioni enormi. Alla proclamazione dell’uguaglianza dei suoi cittadini si affiancavano il genocidio dei nativi americani e le condizioni degli schiavi (persino il “padre della patria” George Washington ne aveva 300). Da allora la storia americana è stata un continuo conflitto tra gli ideali proclamati e la loro difficile applicazione.

Ci sono stati momenti straordinari. Abraham Lincoln salvò l’Unione e pose fine alla schiavitù pagando con la vita la propria scelta. Franklin Delano Roosevelt ricostruì il Paese dopo la Grande depressione del 1929, rafforzò il ruolo dello Stato e contribuì alla sconfitta del nazifascismo, sostenendo poi la rinascita dell’Europa. Lyndon Johnson promosse la Great society e le grandi riforme sui diritti civili. John F. Kennedy negli anni Sessanta fu la bandiera di un’America progressista, industrialmente all’avanguardia, promotrice dei diritti civili e, in economia, di un nucleo di welfare state e di investimenti pubblici.
Accanto a queste pagine di alta qualità democratica, si sono però susseguite profonde contraddizioni: dalle guerre in Corea e in Vietnam ai colpi di Stato sostenuti in America Latina, dallo scandalo Watergate agli interventi in Iraq, Afghanistan e Libia, fino al recente attacco all’Iran. A queste vicende si è accompagnato il progressivo predominio della finanza sull’economia reale, culminato nel 1999 con l’abrogazione, da parte di Bill Clinton, del Glass-Steagall Act, la legge con cui Roosevelt aveva separato, nel 1933, le banche commerciali da quelle d’affari.
Negli ultimi decenni quelle contraddizioni si sono acuite fino ad assumere un carattere strutturale. Secondo il Democracy Index dell’“Economist Intelligence Unit”, gli Stati Uniti sono al posto numero 28 su 167 Paesi, classificati come una “democrazia imperfetta”.
L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, dopo il rifiuto di Donald Trump di riconoscere il risultato elettorale, ha rappresentato il punto più alto di una crescente polarizzazione politica. Le istituzioni costituzionali hanno resistito, ma la fiducia reciproca tra cittadini, partiti e istituzioni è uscita profondamente indebolita. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2025, l’amministrazione americana ha privilegiato una politica di potenza ricorrendo all’uso della forza contro altri Stati, mettendo apertamente in discussione il diritto internazionale e marginalizzando in particolare l’Onu.
Si allargano le disuguaglianze
Ma il declino non è soltanto politico. Gli indicatori sociali raccontano un Paese sempre più diseguale. L’aspettativa di vita (76/78 anni) è inferiore a quella della maggior parte dei paesi europei (81); la mortalità infantile resta elevata (5,4 decessi per mille nati vivi contro i 2,3 dell’Italia); il sistema sanitario continua a lasciare milioni di persone prive di tutela. L’uso di oppioidi sintetici come il Fentanyl è la prima causa di mortalità giovanile. La mobilità sociale, che costituiva il cuore del sogno americano, ha registrato un calo significativo: quella intergenerazionale (figli che arrivano a guadagnare più dei loro genitori) è passata da percentuali molto elevate (92% per i nati nel 1940) a circa il 50% (per i nati negli anni Ottanta): il reddito e il patrimonio familiare pesano sempre più sui destini personali. Gli Stati Uniti mantengono inoltre il più alto tasso di incarcerazione (650 circa ogni 100 mila abitanti) tra le grandi democrazie (l’Italia è a 100/150), mentre la diffusione delle armi da fuoco (Secondo emendamento della Costituzione) continua a produrre livelli di violenza sconosciuti in Europa.

E attorno a un Presidente absolutus si sono raccolti i protagonisti della rivoluzione tecnologica, tycoon che hanno in mano strumenti di controllo mai conosciuti in altri momenti della storia umana, convinti che l’efficienza delle proprie piattaforme possa presto sostituire i processi democratici tradizionali. Quella descritta nel saggio di Nicholas W. Zamiska e Alexander C. Karp, cofondatore con Peter Thiel e amministratore delegato di Palantir Technologies, è una sorta di “Repubblica tecnologica” in cui l’Intelligenza artificiale viene integrata nelle strategie di sicurezza e di difesa nazionale. Lo Stato, la forma di organizzazione collettiva più efficace che l’umanità abbia mai conosciuto per raggiungere degli obiettivi comuni, viene liquidato come un ostacolo al progresso: i Parlamenti sono considerati istituzioni superate e il potere si concentra nelle mani di élite non elette.
È l’effetto più tragico delle contraddizioni Usa e il futuro più cupo che ci viene riservato.
Controbilanciare i poteri e rinnovarsi
Ma il sogno americano non è stato una menzogna. Ha cambiato il mondo e ha aperto possibilità straordinarie, anche se oggi appare profondamente in crisi. Solo studiando le ragioni del suo successo e quelle del suo declino possiamo difendere la democrazia e impedire che si ripetano gli stessi errori nel resto del mondo.
Bisogna capire come distinguersi da un modello che ha esasperato il primato del mercato, ridotto il ruolo dello Stato sociale, trasformato la finanza in fine anziché in strumento, accettato disuguaglianze crescenti e alimentato una polarizzazione che oggi mette in discussione la stessa democrazia. Infatti, la libertà senza coesione sociale diventa privilegio; il successo senza solidarietà produce esclusione; la tecnologia senza politica rischia di sostituire i cittadini con gli algoritmi.
Dell’America dobbiamo conservare la forza dell’iniziativa individuale, la capacità di innovare, anche grazie a un sistema accademico e scientifico particolarmente avanzato. Come intuì Alexis de Tocqueville visitandola all’inizio dell’Ottocento, «la grandezza dell’America non sta nell’essere più illuminata di qualsiasi altra nazione, ma nella sua capacità di correggere i propri errori», di controbilanciare i poteri e rinnovarsi
I tempi nuovi richiedono strumenti nuovi e una rinnovata iniziativa politica e sociale, perché l’antica e storicamente fragile idea della democrazia resti capace di custodire la libertà che promette, frenare le proprie derive e continuare a offrire un punto di speranza politica per tutti.

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