Nel 2026 gli Stati Uniti celebrano il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Perché, a due secoli e mezzo di distanza, la fondazione americana continua a occupare un posto così centrale nel dibattito pubblico?
Per molti storici è una situazione quasi sorprendente. Di solito passiamo il nostro tempo negli archivi a leggere documenti che nessuno consulta da centinaia di anni. All’improvviso, invece, milioni di persone vogliono parlare della fondazione americana. Credo che questo accada perché gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di forte polarizzazione politica e culturale. In momenti come questi, le società tendono a tornare ai propri miti fondativi per cercare risposte alle domande del presente. La Rivoluzione americana continua a rappresentare uno dei momenti più importanti della storia nazionale: il momento in cui colonie molto diverse tra loro riuscirono a unirsi attorno a un progetto politico comune. Il problema è che spesso quella storia viene ricordata in modo semplificato. L’anniversario offre invece un’opportunità preziosa per tornare alle fonti e comprendere che la fondazione degli Stati Uniti fu molto più complessa, conflittuale e incerta di quanto suggeriscano molte narrazioni popolari.

Quali sono i miti più diffusi intorno alla Rivoluzione americana?
Uno dei miti che cerco sempre di far comprendere agli studenti è che i protagonisti di quelle vicende sapessero prima che cosa stavano per realizzare. Noi conosciamo l’esito degli eventi e, per questo, tendiamo a leggere la storia come se fosse inevitabile. Ma le persone che vissero la Rivoluzione dovevano inventare gran parte del percorso mentre lo percorrevano, senza aver chiaro dove li avrebbe portati. Non possedevano un manuale che spiegasse come costruire una nuova repubblica dopo aver sconfitto una delle più grandi potenze del mondo. Avevano pochissimi esempi storici ai quali guardare. Ogni decisione comportava rischi enormi. Inoltre non stavano semplicemente combattendo una guerra contro la Gran Bretagna. Dovevano anche costruire un nuovo ordine politico. Una rivoluzione non può limitarsi a distruggere il vecchio sistema: deve essere in grado di sostituirlo con qualcosa di stabile. Gli americani ne erano consapevoli e, proprio per questo, conservarono molte istituzioni e pratiche britanniche.
Quindi anche l’idea di una rottura totale con la Gran Bretagna è, in parte, un mito?
Assolutamente sì. Quando si parla di rivoluzione si immagina spesso una cesura netta tra un prima e un dopo. In realtà i rivoluzionari americani conservarono numerosi elementi della tradizione britannica: principi giuridici, procedure politiche, forme amministrative e pratiche di governo. Questo non significa che non vi fosse una volontà di cambiamento radicale. Significa però che i leader della Rivoluzione capirono che una società non può essere ricostruita da zero. Molte delle strutture che permisero alla nuova repubblica di sopravvivere derivavano proprio dall’esperienza britannica.
Nel corso del tempo cinema, televisione e teatro hanno contribuito a costruire l’immagine pubblica della fondazione americana. Come è cambiato questo racconto?
In realtà, la rappresentazione della Rivoluzione americana è quasi contemporanea agli eventi stessi. Già durante la guerra esistevano spettacoli teatrali, satire politiche e forme di intrattenimento destinate ai soldati. Con il Novecento arrivarono le prime grandi rappresentazioni cinematografiche. Uno dei primi progetti a cui ho lavorato è stata la digitalizzazione di America, un film del 1924 che contiene una delle prime apparizioni di George Washington sul grande schermo. Per gran parte del Ventesimo secolo la tendenza dominante fu quella celebrativa. I Padri fondatori venivano presentati come figure quasi leggendarie, mentre gli aspetti più controversi della storia americana restavano sullo sfondo. Negli ultimi decenni, invece, il quadro si è fatto molto più complesso. Oggi vediamo protagonisti più umani, meno idealizzati e più vicini alla realtà storica. Mostrano chiaramente questo cambiamento produzioni come John Adams [una miniserie biografica in sette puntate sulla vita di uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, che divenne il secondo presidente e influì sulla nazione nei suoi primi cinquant’anni. Realizzata nel 2008 dalla Hbo, con Paul Giamatti nei panni del protagonista ndr].
Cosa ci dicono queste rappresentazioni sulle società che le producono?
Ci dicono moltissimo sul loro presente. Ogni generazione interpreta la fondazione americana attraverso le proprie preoccupazioni. Durante la guerra del Vietnam, per esempio, molte opere riflettevano il bisogno di recuperare un senso di unità nazionale in un periodo di forti divisioni. Lo stesso avvenne durante gli anni della desegregazione razziale. Anche oggi osserviamo qualcosa di simile. La Rivoluzione americana continua a essere percepita come il momento in cui individui molto diversi riuscirono a unirsi attorno a una causa comune. Per questo molte rappresentazioni tendono a enfatizzare l’unità e a ridurre la complessità. Come storica, però, credo che sia importante ricordare che quella unità non fu né semplice né perfetta. Fu il risultato di negoziazioni, conflitti e compromessi.
Quali altri miti sulla fondazione americana ritiene particolarmente resistenti?
Un mito molto diffuso riguarda George Washington e l’Esercito continentale. Spesso si racconta la guerra come una storia di soldati costantemente affamati, scalzi e vicini al collasso. È vero che le condizioni erano spesso drammatiche e che i problemi logistici furono enormi. Tuttavia bisogna ricordare che Washington era anche un politico molto abile. Quando scriveva al Congresso descrivendo la mancanza di scarpe o di cibo, non stava soltanto raccontando una situazione reale: stava anche cercando di convincere i rappresentanti politici a inviare ulteriori fondi e rifornimenti. In altre parole, era un comandante che sapeva usare la comunicazione in modo strategico. Non avrebbe mai scritto al Congresso che tutto andava bene, perché ciò avrebbe ridotto l’urgenza di sostenerlo.
C’è poi il tema di chi combatté realmente la Rivoluzione.
Esatto. Quando si parla della fondazione americana ci si concentra spesso esclusivamente sui grandi nomi: Washington, Jefferson, Adams, Madison. Sono figure fondamentali e meritano tutta l’attenzione che ricevono. Ma non furono gli unici protagonisti. All’epoca della guerra vivevano nelle colonie circa due milioni e mezzo di persone. Donne, uomini comuni, afroamericani, schiavi, popolazioni indigene e lavoratori: tutti contribuirono a plasmare gli eventi. Se concentriamo la nostra attenzione solo sui cosiddetti Padri fondatori rischiamo di perdere di vista la dimensione collettiva della Rivoluzione.
Negli ultimi anni, musical e serie televisive hanno avuto un ruolo importante nel rinnovare l’interesse per questo periodo storico.
Sì, e penso che sia un fenomeno molto positivo. Un esempio interessante è 1776 [versione cinematografica dell’omonimo musical, regia di Peter Hunt, Columbia pictures, 1972, ndr], che contribuì a diffondere presso il grande pubblico una maggiore consapevolezza del ruolo svolto dal Nord nell’economia della schiavitù. Per molto tempo gli americani avevano immaginato la schiavitù come una questione esclusivamente meridionale. Gli storici stavano già mettendo in discussione questa interpretazione e il musical contribuì a far arrivare quel dibattito a un pubblico molto più vasto. Più recentemente, Hamilton [film musicale del 2020 diretto da Thomas Kail, basato sull’omonimo musical ispirato alla biografia scritta nel 2004 da Ron Chernow, ndr] ha avuto un effetto analogo. Al di là del suo successo artistico, ha spinto milioni di persone a interrogarsi sulla relazione tra gli ideali rivoluzionari e le profonde contraddizioni della società americana del Diciottesimo secolo.
Un’altra produzione molto discussa è stata la docuserie in sei puntate del 2025 di Ken Burns dedicata alla Rivoluzione americana. Come la valuta?
La considero un’opera molto importante. Apprezzo soprattutto il livello di dettaglio storico e la capacità di restituire la complessità del conflitto. Una delle sue caratteristiche più interessanti è il ruolo svolto dai rievocatori storici. Molti di loro conoscono dettagli incredibilmente specifici sulle uniformi, sugli equipaggiamenti militari, sugli accampamenti e sulla vita quotidiana dei soldati. Quando guardiamo un documentario storico e vediamo soldati che puliscono moschetti, preparano il cibo o ricostruiscono una battaglia, molto spesso stiamo osservando il lavoro di questi appassionati. La qualità visiva e l’accuratezza di molte produzioni dipendono in larga misura dalle loro conoscenze.
In che modo i dibattiti politici contemporanei influenzano il racconto della fondazione americana?
Lo influenzano profondamente. Ho l’impressione che negli ultimi anni vi sia stata una crescente pressione verso una narrazione esclusivamente celebrativa della fondazione nazionale. Comprendo le ragioni di questa scelta: l’idea è che un racconto positivo possa favorire la coesione nazionale. Tuttavia credo che sia un approccio rischioso. Una memoria pubblica costruita soltanto sugli aspetti gloriosi del passato finisce per essere fragile e poco credibile. La storia americana contiene elementi straordinari e aspetti profondamente problematici. Ignorare una delle due dimensioni significa rinunciare a comprendere davvero il passato.
Come aiuta i suoi studenti a sviluppare uno sguardo critico su queste rappresentazioni?
Parto proprio dai film e dalle serie che conoscono. Molti arrivano in aula avendo visto The Patriot, Hamilton, John Adams o altre produzioni ambientate durante la Rivoluzione. Non considero mai questo interesse un problema. Al contrario, è un eccellente punto di partenza. Analizziamo una scena e poi passiamo alle fonti utilizzate dagli sceneggiatori: lettere, diari, documenti ufficiali. Chiedo agli studenti di confrontare le due versioni e di individuare ciò che è stato modificato, omesso o enfatizzato. L’obiettivo non è insegnare loro cosa pensare, ma fornire gli strumenti per verificare autonomamente le informazioni e costruire argomentazioni fondate sulle fonti.
Guardando al futuro, quali aspetti della fondazione americana meritano maggiore attenzione da parte della ricerca?
Credo che una delle direzioni più promettenti riguardi il rapporto tra guerra e società. Per molto tempo la storia militare è stata studiata separatamente dalla storia politica, economica e sociale. Oggi molti studiosi stanno cercando di superare questa divisione e di comprendere come l’esperienza concreta della guerra abbia influenzato la nascita delle istituzioni americane. La Costituzione e i documenti fondativi non apparvero magicamente sulla carta. Furono il prodotto di persone che avevano vissuto anni di conflitto, privazioni, paure e trasformazioni sociali. Capire come l’esperienza della guerra abbia modellato quelle idee è, a mio avviso, una delle sfide più interessanti per gli studi sulla Rivoluzione americana nei prossimi anni.

