La Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, redatta da Thomas Jefferson e approvata 250 anni fa, il 4 luglio 1776, dal Congresso continentale (l’assemblea dei delegati delle Tredici Colonie che ha guidato la Rivoluzione Americana, ndr), è anzitutto una dichiarazione di valori liberali universali. Per esempio afferma che «tutti gli uomini sono creati uguali». Una celebre espressione fornisce un esempio dei «diritti inalienabili» di cui gli uomini sono «dotati dal loro Creatore»: «la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità».
L’ultimo elemento di questo elenco è in qualche modo enigmatico. Jefferson fu chiaramente influenzato dalla Dichiarazione dei Diritti della Virginia, redatta appena un mese prima. Il suo collega George Mason aveva osservato che «perseguire e ottenere felicità e sicurezza» rientrava tra i «diritti fondamentali dell’umanità».
Tuttavia, l’origine della frase è controversa. La ricerca della felicità viene talvolta attribuita a John Locke, filosofo inglese del XVII secolo e considerato il padre del liberalismo. Locke identificava la felicità con il raggiungimento del proprio potenziale per vivere la migliore vita possibile. Ciò comprendeva presumibilmente la ricchezza e il piacere fisico ed emotivo, ma andava oltre: includeva la libertà di sviluppare e realizzare le proprie capacità latenti.
Come il pensatore Epicuro, però, Locke distingueva gli interessi duraturi dell’individuo dai piaceri che non servono, come l’alcol, che procura un’euforia immediata ma produce anche effetti dannosi sul corpo e sulla mente. Lungi dall’essere un edonista, Locke riconosceva che la ricerca virtuosa dei propri obiettivi personali era una caratteristica essenziale della ricerca della felicità.

Il pensiero di Aristotele
Un’interpretazione alternativa fa risalire il concetto al XVIII secolo e alle idee del giurista William Blackstone. Blackstone lo equiparava all’eudaimonìa, termine greco che esprime uno stato di benessere derivante da una vita onorevole. Aristotele descrive qualcosa di simile nell’“Etica Nicomachea” quando scrive che «il bene dell’uomo consiste nell’esercizio delle sue facoltà in conformità con l’eccellenza o la virtù». Anche i collaboratori di Jefferson nella stesura della Dichiarazione, John Adams e Benjamin Franklin, condividevano questa visione. Franklin elencò nella sua opera tredici virtù necessarie per la «perfezione morale», tra cui determinazione, parsimonia, operosità e umiltà. Questa concezione della ricerca della felicità non è poi così diversa da quella di Locke, ma quest’ultima viene considerata più pratica e materialistica, data l’importanza centrale attribuita alla proprietà tra i diritti che il grande pensatore liberale riteneva appartenessero agli individui.
Entrambe le interpretazioni sull’origine della concezione americana della ricerca della felicità implicano un’attenzione alla pratica concreta di tale esperienza, piuttosto che alla sua semplice aspirazione. Nessuna delle due, tuttavia, fornisce una definizione definitiva del significato dell’espressione.
In quanto fonte del liberalismo classico, la concezione lockiana del comportamento corretto dell’uomo si limita alla sua capacità di agire liberamente, senza interferenze da parte di altri individui o dello Stato. Le persone dovrebbero essere sostanzialmente libere di definire, perseguire e godere della felicità come desiderano. Questo, però, non aiuta molto a chiarire il concetto e, poiché la felicità è intrinsecamente personale, è difficile individuare eventuali violazioni di tale diritto da parte dello Stato o di altri soggetti.
L’alternativa blackstoniana impone maggiori responsabilità all’individuo e prescrive in modo più preciso il percorso attraverso cui la felicità può essere raggiunta. Tuttavia, essa considera la felicità tanto un obbligo collettivo quanto un diritto individuale all’interno della tradizione liberale americana.
Che cosa accadde nel decennio compreso tra la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione? Quando, nel 1787, alla generazione dei Padri fondatori fu nuovamente chiesto di riflettere sui diritti naturali di cui godevano i loro concittadini, essi omisero qualsiasi riferimento alla felicità nella Costituzione. Quattro anni dopo, mentre elaboravano il “Bill of Rights”, che i sostenitori della Costituzione avevano accettato di allegare al documento in cambio del sostegno alla sua ratifica, mostrarono che quella decisione non era stata casuale.
Il nuovo Quinto emendamento elencava tre diritti dei quali il Congresso non poteva privare i cittadini senza un «giusto processo di legge» (due process of law). Vita e libertà rimasero, ma la ricerca della felicità fu sostituita, alla fine della celebre triade, dalla proprietà.
La proprietà diventa valore centrale
Questa sostituzione è probabilmente attribuibile all’ambiguità della nozione di ricerca della felicità e ai disaccordi sul suo significato. Tuttavia, molto si comprende osservando il modo in cui i Padri fondatori concepivano la proprietà. Locke l’aveva considerata un diritto essenziale e, dopo la Ribellione di Shays e il temporaneo rovesciamento del governo del Massachusetts all’inizio del 1787, la classe dirigente americana divenne pienamente consapevole delle difficoltà dei piccoli agricoltori, schiacciati da credito limitato, scarsità di moneta e tassazione elevata. Essi ritenevano, come avrebbe scritto più tardi James Madison nel celebre «Federalist n. 10» – uno degli articoli destinati a convincere lo Stato di New York a ratificare la Costituzione nella primavera del 1788 – che la «varia e diseguale distribuzione della proprietà» stesse emergendo come la principale causa dei conflitti politici.
L’inserimento di una tutela della proprietà nel Quinto emendamento, invece della ricerca della felicità, rappresentò quindi un tentativo di promuovere, o almeno preservare, la posizione economica della classe dirigente fondatrice all’interno della nuova nazione.
Restava il problema della schiavitù
Anche la schiavitù proiettò una lunga ombra sulla Convenzione costituzionale. Sebbene la parola “schiavitù” sia significativamente assente dal documento prodotto a Filadelfia, l’istituzione era di fatto protetta da tre sue disposizioni. Una clausola dell’Articolo I, Sezione 2, contava «tutte le altre persone» – cioè gli schiavi, poiché non erano né «persone libere», né individui «vincolati al servizio per un determinato numero di anni», né indigeni – come «tre quinti» di una persona ai fini della distribuzione dei seggi alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti e della ripartizione delle imposte tra gli Stati. Inoltre, al Congresso fu impedito di vietare il commercio degli schiavi fino al 1808 e gli schiavi fuggitivi, secondo quanto stabilito dall’Articolo IV, Sezione 2, dovevano essere restituiti «su richiesta della parte alla quale tale servizio o lavoro fosse dovuto».

Diritti per tutti tranne che per gli schiavi
Il nuovo linguaggio dei diritti sembrava dunque escludere gli uomini e le donne schiavizzati dal loro godimento. Non si può possedere una proprietà se si è a propria volta proprietà di qualcun altro. Tuttavia, la logica universalistica dei diritti suggerisce che, pur essendo già chiaramente privati della libertà, gli schiavi americani potessero rivendicare una sorta di diritto implicito e sovversivo alla ricerca della propria felicità, anche se soltanto nel foro interiore della mente e attraverso azioni clandestine, nei pochi momenti privati di cui potevano disporre.
Una nuova visione della società
La Dichiarazione d’Indipendenza costruiva un’argomentazione a favore della separazione delle tredici colonie dalla Gran Bretagna e offriva una visione della società nella quale gli americani ritenevano di dover vivere. Richiedeva l’approvazione del ristretto gruppo di rivoluzionari riuniti nel Congresso continentale. I suoi valori liberali fondamentali erano condivisi e il suo obiettivo – la fine del dominio britannico – poteva essere perseguito a partire dalla semplice proclamazione del documento.
La Costituzione è più politica e pragmatica
La Costituzione, invece, è profondamente diversa. È intrinsecamente politica e pragmatica. In questo caso l’obiettivo era l’unione – o, come recita il testo, un’unione «più perfetta» di quella creata dagli Articoli della Confederazione ratificati nel 1781 – e la creazione di un nuovo governo nazionale capace di emanare la «legge suprema del Paese» e, presumibilmente meglio dei singoli Stati, «garantire la tranquillità interna», «provvedere alla difesa comune» e «promuovere il benessere generale».
Perché il progetto entrasse in vigore, era necessario il consenso di nove dei tredici Stati, profondamente diversi tra loro: mercanti, piccoli proprietari agricoli e piantatori; inglesi, scozzesi-irlandesi e tedeschi; cosmopoliti e provinciali; ostili agli inglesi o ai francesi.
Anche il nuovo governo creato dalla Costituzione era complesso e innovativo. Esso era composto da tre articolati poteri, ciascuno con membri selezionati mediante procedure differenti, incaricati di rappresentare gruppi diversi di cittadini, con mandati di durata differente e dotati, nel loro insieme, di ampie competenze esercitate al di sopra di Stati che fino ad allora avevano goduto di una sostanziale sovranità.
I delegati che redassero la Costituzione a Filadelfia e le migliaia di americani chiamati a valutarne la ratifica nei dodici mesi successivi – sia come delegati alle convenzioni statali sia come elettori incaricati di sceglierli – discussero, dibatterono, negoziarono, modificarono il testo e arrivarono molto vicini a non raggiungere il livello di accordo necessario per la sua approvazione.
Concessioni agli Anti-federalisti
I sostenitori della Costituzione furono, prevedibilmente, costretti a fare delle concessioni. La più importante fu l’impegno a promuovere un Bill of Rights attraverso il primo Congresso federale, concepito per limitare il potere che il nuovo governo federale avrebbe esercitato sui cittadini. Questi primi dieci emendamenti alla Costituzione rappresentavano una sorta di garanzia rivolta agli scettici della nuova nazione, comunemente noti come Anti-federalisti, che gli americani avrebbero potuto continuare a vivere e svolgere le proprie attività con la stessa libertà di cui avevano goduto quando erano governati esclusivamente dallo Stato in cui risiedevano.
Per questo motivo, tali critici desideravano garanzie concrete, non una retorica elevata o aspirazioni vaghe e indefinite. Il diritto alla proprietà – così come altri diritti sanciti nei primi dieci emendamenti, quali la libertà di parola, il diritto al processo con giuria e la protezione contro l’autoincriminazione – era qualcosa di tangibile. La ricerca della felicità, al contrario, poteva apparire sfuggente e difficile da tutelare sul piano giuridico.
Per estendere effettivamente la portata dei diritti sanciti dalla Costituzione ai neri liberati dalla schiavitù, i leader del Paese, nel redigere il Quattordicesimo emendamento nel 1868, si limitarono a riprodurre l’espressione «vita, libertà e proprietà» in una seconda clausola sul «giusto processo» (due process). Dopo la Guerra Civile, non sarebbe stato più soltanto il governo federale a essere limitato da tale formulazione, ma anche i governi statali. A quel punto, tuttavia, qualsiasi riferimento al diritto di perseguire la felicità era ormai scomparso dalla riflessione giuridica e politica.
Secondo la professoressa di diritto Carli Conklin, l’espressione «ricerca della felicità» è stata menzionata in circa cento decisioni della Corte suprema degli Stati Uniti, ma per lo più come sinonimo della libertà di godere della propria proprietà o di intraprendere scelte riguardanti la carriera, la vita privata o l’impiego del tempo libero.
La Corte suprema citò per la prima volta la formula nel 1823, in una controversia relativa ai diritti di proprietà di cittadini della Virginia che vantavano pretese territoriali nel Kentucky. In quel caso, la ricerca della felicità fu interpretata semplicemente come una sostituzione retorica del concetto di proprietà.
Oggi quasi nessuno parla della felicità come di un diritto
Oggi molti americani aspirano presumibilmente alla felicità, ma quasi nessuno parla seriamente della sua ricerca come di un diritto. È semplicemente qualcosa che le persone perseguono per migliorare la propria vita.
Eppure gli americani sembrano essere infelici, almeno se confrontati con i cittadini di altre democrazie ricche. Secondo il “World Happiness Report 2026”, elaborato sulla base del Gallup World Poll, gli abitanti dei Paesi scandinavi sono i più soddisfatti al mondo.
Il cosiddetto indice di felicità viene calcolato chiedendo agli intervistati di valutare la propria vita su una scala da 1 a 10, dove 1 rappresenta la «peggiore vita possibile» e 10 la «migliore vita possibile».
Anche altri Paesi europei ottengono risultati elevati, mentre gli Stati Uniti si collocano dietro ad altre nazioni anglofone come Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito, nonché dietro ad altri Paesi dell’emisfero occidentale come Costa Rica e Messico.
In Messico c’è più felicità
Naturalmente, se la mobilità delle persone è considerata una conseguenza della ricerca di condizioni di vita migliori, allora gli Stati Uniti potrebbero essere visti come un luogo felice: il loro saldo migratorio netto, in termini assoluti, è costantemente superiore a quello di qualsiasi altro Paese. Tuttavia, molti osservatori ritengono che gli americani siano sempre più cupi e insoddisfatti. Questo malessere viene attribuito a diversi fattori: l’influenza dei social media, la crescente disuguaglianza economica e l’aumento del costo della vita, il peggioramento degli indicatori di salute, la crescente polarizzazione politica e la sfiducia nelle istituzioni, nonché l’erosione del capitale sociale dovuta al fatto che le persone trascorrono sempre meno tempo insieme.

Pertanto, nel riflettere sui 250 anni di storia degli Stati Uniti, il progressivo arretramento della «ricerca della felicità» dalla coscienza pubblica appare particolarmente significativo. Nel 1776, in un contesto di crescente unità e fiducia in sé stessi gli americani consideravano la felicità – qualunque fosse il suo significato preciso – un ideale a cui aspirare, una componente essenziale di una vita sana e di una società prospera. Pur non essendo sempre raggiungibile, essa era considerata accessibile a tutti.
Un lusso economicamente inaccessibile
Nel 2026, invece, la felicità sembra quasi un pensiero secondario oppure, per chi ancora vi riflette, qualcosa di sfuggente, un lusso economicamente inaccessibile e una questione prevalentemente privata, quasi sempre interpretata in termini materiali. Alcuni politici e studiosi guardano con grande preoccupazione alla progressiva scomparsa della felicità dalla vita americana.
Molti cittadini vorrebbero essere felici, ma sembrano essersi rassegnati a un’esistenza caratterizzata da soddisfazioni moderate e sporadiche.
Come cittadini di un Paese ricco, gli americani possiedono certamente i mezzi per perseguire – e raggiungere – la felicità; ciò che sembra mancare, in questa epoca tecnologica segnata da conflittualità, eccessiva sicurezza di sé e crescente individualismo, è sempre più la disposizione culturale e morale necessaria per farlo.
