Quadrimestrale di cultura civile

Il potere “politico”
dei tecno-oligarchi

Condividi

Questa è l’epoca dei post capitalisti perché quelli tradizionali non fanno più notizia. L’Occidente è il territorio dove è forte l’offensiva dei tecno-capitalisti che stanno provando a modificare il volto delle democrazie già in difficoltà. O addirittura a promuovere modelli alternativi. Stati Uniti in testa. Un’offensiva che mira, in particolare, al controllo delle sovranità digitali. Per influenzare guerre, elezioni, mercati finanziari, contenuti pubblici. Visioni pericolose destinate a delegittimare il ruolo degli Stati. Ma la democrazia ha gli anticorpi per reggere l’urto di Musk e i suoi “fratelli”? Questo e altro nel libro Il nemico - Elon Musk e l’assalto del tecno-capitalismo alla democrazia (Utet, 228 pagine) del giornalista e scrittore Stefano Feltri. Cura il sito Appunti ed è editorialista del quotidiano Milano Finanza

Dopo i grandi capitalisti che hanno fatto la storia, viviamo nell’epoca dei tecno-capitalisti o, come dice Stefano Feltri nel suo ultimo libro, i tecno-oligarchi. Sicuramente il più discusso e maggiormente al centro dell’attenzione è Elon Musk, la cui genialità risiede nella capacità di unire e applicare in modo originale tecnologie già esistenti.

Musk è noto per il suo ruolo in aziende come Tesla, SpaceX, Neuralink e The Boring Company, ma non ha inventato direttamente le tecnologie alla base di queste imprese.

Per esempio, Tesla non è una sua idea originale: è stata fondata da Martin Eberhard e Marc Tarpenning. Musk è entrato dopo, come investitore e poi Ceo. Musk è eccezionale nel vedere il potenziale di tecnologie già esistenti e nel combinare persone, risorse e idee per portarle su scala industriale. C’è poi il suo coinvolgimento politico, cosa non nuova nella storia del capitalismo. Il suo rapporto con Trump, alla cui elezione ha contribuito con diverse centinaia di milioni di dollari, si è frantumato ben presto, anche se ultimamente si vedono segnali di riavvicinamento. Ha una visione politica precisa: lui sa cosa è bene per il mondo e vuole attuarlo, dice Feltri. Che la sua visione sia un bene è tutto da dimostrare: quando per esempio ha comprato Twitter, ha licenziato gran parte del personale dedicato alla moderazione dei contenuti, rendendo la piattaforma più caotica e potenzialmente pericolosa. Nessuno ha votato Musk, ma le sue decisioni possono influenzare guerre, elezioni, mercati finanziari, contenuti pubblici.

Secondo Feltri, Musk promuove una visione che delegittima il ruolo dello Stato e delle istituzioni progressiste, sostenendo posizioni culturali e politiche aggressive (contro Dei, università “marxiste”, ecc.), plasmando in modo attivo l’opinione pubblica. Una infrastruttura come Space X è oggi praticamente insostituibile per la Nasa e persino per la sicurezza militare Usa. Feltri presenta Musk non come genio industriale, ma come parte di una forza globale – il tecno-capitalismo – che mette in crisi le basi democratiche: dalla libertà d’espressione al controllo delle piattaforme, dalla sovranità digitale alla dipendenza infrastrutturale. La democrazia, sostiene l’autore, è messa sotto assedio non solo da minacce esterne ma anche internamente da figure come Musk.

Il suo libro è stato pubblicato quando Trump e Musk erano in ottimi rapporti. Musk faceva parte del governo, seppure non fosse mai stato eletto, con incarichi di grande responsabilità, in sostanza licenziare quanti più dipendenti federali possibile per pianeggiare i conti in perdita dello Stato. Poi è successo quello che nessuno si aspettava: i due hanno cominciato a litigare, anche pesantemente, e Musk ha addirittura minacciato di fondare un partito, The American Party, alternativo a democratici e repubblicani. Cosa è successo?

Quella che è cambiato è quella tensione che racconto nel libro tra potere legittimato dal consenso popolare e potere legittimato dalla tecnologia. Una tensione che per un po’ è stata gestita con la convivenza poi, come succede in certi matrimoni, è diventata tale che si è passati a una contrapposizione. Attenzione, però: quella tensione era già presente sin dall’inizio.

Cioè?

Musk pensava che dovesse essere la tecnologia a dire alla politica cosa fosse giusto fare e Trump considerava che i voti presi legittimassero anche l’omaggio nei suoi confronti da parte della tecnologia. È chiaro che tutto ciò si fondava su un equivoco: i due protagonisti sostanzialmente vedevano due film diversi ed è chiaro anche che tutto questo non è la fine di una storia, ma è una storia in evoluzione dove il potere tecnologico non si accontenta più solo di fare soldi ma vuole plasmare il mondo.

E questo partito cosa significa? Sappiamo che in America non è mai stato possibile sconfiggere il bipolarismo, terzi partiti ce ne sono già stati in passato senza alcuna possibilità.

L’equivoco che facciamo spesso è pensare che Musk voglia fare un partito che prenda il posto di repubblicani e democratici o che li sconfigga alle elezioni. Non è l’obbiettivo dichiarato né una cosa sensata perché, come dice lei, il sistema elettorale americano non premia i terzi. Ci sono però due modi per prendere sul serio questo progetto. Uno è quello che Musk sta già attuando.

Sarebbe?

Promettere un supporto a candidati repubblicani non trumpiani alle prossime elezioni di mid term. Musk come Jeff Gambardella nel film La grande bellezza ha il potere di far fallire le feste che non organizza lui. Se si appoggia a candidati non trumpiani alle primarie repubblicane e poi li fa vincere alle elezioni di mid term, contribuisce a togliere a Trump la maggioranza nelle due camere e questo avrebbe un impatto politico di prima grandezza.

L’altro?

Nel medio termine è vero che in America non è mai emerso un terzo partito che scalzasse gli altri due, ma è vero che sia democratici sia repubblicani nel corso degli anni sono stati fortemente influenzati da movimenti di nicchia che poi hanno preso spazio.

Nel suo libro lei parla di una nuova specie di capitalisti che considerano la democrazia un ostacolo alla realizzazione dei loro piani, che vogliono il potere di riscrivere le regole, rifondare la civiltà a loro immagine. Cosa li differenzia dai vecchi capitalisti? Anche loro, pensiamo a un Rockfeller, avevano una forte influenza sulla politica. Contro cosa si battono questi tecno-oligarchi e che idea hanno della nuova civiltà? Lei dice anche che per loro lo stato non va smantellato ma sottomesso e così i media, le università, le istituzioni che regolano il mercato.

 Sono cambiate diverse cose. È vero che anche Rockfeller influenzava la politica, i capitalisti come lui volevano lo stato minimo perché, dopo aver creato le condizioni per le loro ricchezze, volevano che lo stato li lasciasse liberi e non entrasse nei loro affari. Non volevano però imporre una visione pro attiva della società nelle sue declinazioni influenzando addirittura la traiettoria evolutiva della specie umana che è quello che dichiarano Elon Musk ma anche altri della Sylicon Valley che abbracciano queste teorie. C’è un salto di narrazione in cui questi tecno-capitalisti giustificano la loro ricchezza, il loro potere, la loro diseguaglianza su basi molto diverse. Non dicono «noi siamo ricchi anche nel vostro interesse perché servono i ricchi per il bene della società». Dicono «noi siamo ricchi perché siamo i migliori e abbiamo una missione storica epocale per cui dobbiamo influenzare gli eventi perché noi sappiamo come si fa».

 Cosa distingue il potere digitale di Musk da quello esercitato da altri giganti del tech come Zuckerberg o Bezos? È solo una questione di stile o anche di sostanza politica? Recentemente Zuckerberg, con il suo ex-socio con cui aveva litigato, ha fondato un’azienda che progetta nuove armi tecnologiche d’avanguardia.

Ci sono varie differenze. Una è che Musk ha iniziato con una specie di pagine gialle, un antenato di Google, poi è passato a PayPal. Quindi ha costruito la sua fortuna come industriale, come l’Henry Ford della sua generazione. Solo nel 2022 ha comprato una piattaforma digitale perché ha capito che lì sta il vero potere. Se le piattaforme potevano cacciare un presidente in carica come Donald Trump dopo il colpo di stato del 2021, allora voleva dire che contano più del presidente. Musk fonde i due mondi, l’industria tradizionale e quella digitale. Si differenzia dagli altri per la varietà delle sue attività. Tutti gli altri hanno una base digitale e altri interessi, ma non hanno una varietà così diversificata come lui. L’altra differenza è che persone di grande potere, come Zuckerberg o Bezos, sono all’interno di un sistema tradizionale: sono i fondatori con azioni della società che poi hanno venduto, rimanendo primi azionisti. Musk controlla il suo impero come persona: è contemporaneamente azionista, capo degli ingegneri e amministratore delegato. Ha una concentrazione di potere e autonomia decisionale che gli altri non hanno. Bill Gates a un certo punto ha dovuto sottostare alle decisioni del suo consiglio di amministrazione, questo per Musk non si pone.

C’è stato però un momento, quando Tesla andava molto male, in cui il consiglio di amministrazione sembrava volesse cacciarlo.

È uscita la notizia sul Wall Street Journal che il consiglio stava considerando l’ipotesi di cercare un Ceo alternativo. È meno bizzarro di quanto possa sembrare, anche su X Musk ha chiesto con un sondaggio se volevano un altro Ceo, ma nella pratica non è successo. Sono invece usciti altri suoi collaboratori storici. Musk, anche quando rinuncia al potere formale, non rinuncia a quello sostanziale. Il fatto di essere così attivo in business differenziati gli dà una capacità di incidere sugli eventi che nessun altro ha.

Lei ha scritto che Musk ha trasformato X in una piattaforma ideologica. Molti però sostengono che Trump abbia vinto due volte grazie alla cosiddetta “pancia” dell’elettorato americano, non per le piattaforme digitali. La gente oggi si fida di più delle piattaforme digitali dei tradizionali mezzi di comunicazione, o no?

Sono fenomeni di lungo periodo. Sarebbe sbagliato dire che Berlusconi ha vinto solo grazie alle televisioni, ma sicuramente le televisioni sono state una parte importante del suo personaggio e della sua influenza e così vale per le piattaforme digitali. Non si può fare un racconto mono-casuale in cui è il discorso è sì o no. Se i politici vogliono andare sulle piattaforme, se sono interessati ad avere il consenso di chi le controlla, se ne hanno timore quando ce le hanno contro... significa che qualche influenza ce l’hanno.

I casi di Romania e Germania sono significativi.

Esatto. Ci sono studi che dimostrano che un impatto c’è stato, ovviamente è molto difficile dire che una persona ha votato per Alternative for Deutschland solo perché lo ha visto su X, però ci sono altri modi per misurare come i post di Alternative hanno avuto una visibilità che non si spiegherebbe con dinamiche normali. C’è poi da dire che sta emergendo un fenomeno del tutto sottovalutato: quello dei news influencer.

Chi sono?

In America ci sono sempre più personalità mediatiche che vivono in una sfera pubblica più di quanto facciano in quella tradizionale, e sono estremamente influenti. Lo dimostra la causa di Macron all’influencer che ha accusato sua moglie di essere nata uomo: se fossero irrilevanti non ci si preoccuperebbe di farli tacere.

Si può affermare che quanto detto finora si stia rendendo possibile a causa della crisi delle democrazie occidentali? Sempre meno gente va a votare, non emergono leader di livello, la gente non si fida più della politica... I tecno-oligarchi come Musk stanno approfittando di questa falla che si è aperta?

Mi spingerei leggermente oltre, e cioè a dire che loro sono parte della crisi delle democrazie perché offrono un modello alternativo. Ripetono costantemente che c’è un altro modo di fare le cose, che la tecnologia può offrire quelle risposte che il processo deliberativo della politica non è più in grado di offrire. Quando Sam Altman, il proprietario di Open AI, dice «io so che l’intelligenza artificiale può fare grandi danni alla società se usata male ma anche usata bene causerà dei cambiamenti epocali», non sta dicendo «gestirò questo cambiamento in modo da limitarne i danni, dice che la tecnologia offrirà anche le soluzioni». Quindi promette il reddito minimo universale, sperimenta una modalità di riconoscimento biometrico attraverso lo screening degli occhi in modo da creare un’identità digitale univoca a cui si possono abbinare i pagamenti del reddito di cittadinanza per compensare i danni dell’intelligenza artificiale. Sarebbe più semplice dire: «Gestiamo l’evoluzione di questa tecnologia in modo che non distrugga la società, ma questo richiederebbe la politica, la democrazia e il consenso». Invece è più semplice dire: «Io vi creo il problema ma ve lo risolvo anche».

Starlink è il primo caso nella storia di un’azienda privata che fornisce strumenti per gli eserciti e per i governi, in questo modo influenzando l’andamento delle guerre. Non sembra che politici e opinione pubblica se ne rendano conto, è così?

È così, per due ragioni. La prima è per sottovalutazione: queste cose sono molto difficili da vedere mentre si sviluppano e, quando lo si capisce, è troppo tardi per tornare indietro. L’altra ragione è che molti sono consapevoli che in questo momento non c’è alternativa a Starlink. Se pensiamo che ha circa 7mila satelliti in orbita e che il primo concorrente europeo ne ha solo poche centinaia, capiamo che quella supremazia oggi non è in discussione. Il rischio, secondo chi tratta la questione come marginale, è che una contrapposizione frontale con Musk significherebbe che i nostri nemici potrebbero avere i satelliti e noi no. Hanno tutti un po’ paura di lui.

C’è stato però un episodio significativo: il nostro Presidente della Repubblica è stato l’unico capo di stato al mondo ad andare contro Elon Musk, quando lui è intervenuto su X accusando la nostra magistratura di fare politica.

È stato un episodio che ci ha stupiti tutti perché non ricordo altri casi in cui Mattarella abbia fatto polemiche ad personam. E poi ci è tornato sopra, parlando di tecno-feudalesimo. Non ce lo si aspettava da uno come lui, che ha il compito di indirizzare la politica sui grandi temi di fondo non solo sui singoli provvedimenti, indicare Musk come un problema che riguarda la natura stessa dello stato. Non sono io, Stefano Feltri, che sopravvaluta la questione, ma direi che è la politica a considerarlo un problema marginale.

Il libro si conclude con queste parole: «I tecno-oligarchi hanno bisogno dell’Europa, le piattaforme digitali sono anche la loro debolezza».

Sono sempre abbastanza ottimista quando si parla di Europa. Noi sottovalutiamo che è un’area economica di 450 milioni di persone ricche, se comparate con il resto del mondo. Questo significa che siamo rilevanti per qualunque azienda, soprattutto quelle che hanno una economia di scala come le piattaforme digitali. L’UE ha delle regole molto efficaci in campo digitale, così efficaci che impediscono la crescita di aziende digitali europee. Abbiamo gli strumenti per influenzare il cosiddetto “effetto Bruxelles”, l’Intelligence Artificial Act, che esiste ancora in campo digitale. Quando l’Europa lo applica è di rilevanza mondiale. Se la UE sancirà che il modo in cui Musk ha cambiato Twitter dando la spunta di autorevolezza a pagamento ingannando così gli utenti, la misura avrà conseguenze sulla credibilità di X. Non si può sempre lasciare la commissione europea a fare delle cose e poi vedere che i singoli governi si tirano fuori o prendono strade diverse.

Stefano Feltri è un giornalista e scrittore italiano, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano dal 2015 al 2019, direttore di ProMarket.org dal 2019 al 2020 e di Domani dal 2020 all’aprile del 2023. Dal 2023 cura il sito Appunti, cui è abbinato un podcast, ed è editorialista del giornale Milano Finanza.
Paolo Vites è giornalista e scrittore.

Clicca qui!