Quadrimestrale di cultura civile

Democrazie in crisi
Riemerge la teologia politica

  • LUG 2026
  • Vincenzo Tondi della Mura

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Oggi allarma il prepotente ritorno della categoria della teologia politica. Un dato che sta mettendo in crisi i tradizionali presupposti giustificativi della convivenza sociale e dell’autorità statuale. Un processo trasformativo evidente negli Usa di Trump. Come nella Russia di Putin, in Israele con Netanyahu e nella Striscia di Gaza con Hamas. Tutte realtà che poggiano su una giustificazione teocratica che si traduce in conflittualità politica. Tuttavia rimane aperta una possibilità di fuga da queste tendenze disgregatrici. Occorre raccordare l’arte del rimedio della politica alla politicità della Costituzione, dismettendo i miraggi della perfezione giuridica e confidando in una concezione della democrazia che non presuma di possedere la verità e la giustizia, ma nemmeno ne consideri insensata la ricerca.

Quattro autoritarismi minacciano l’Occidente e la democrazia. Si tratta di Trump, Putin, Netanyahu, Hamas, che vantano una legittimazione teocratica. Nel caso di Trump e Netanyahu, essa è esplicitamente biblica, per Hamas è islamica, nel caso di Putin, assolutistica. Come ha evidenziato Luciano Violante: «I retroterra religiosi conferiscono alle decisioni di Trump, Putin, Netanyahu, Hamas, rapidità, esecutività, indiscutibilità e un forte impatto motivazionale, perché legittimate da quelle matrici. Non bisogna dimenticare la straordinaria capacità trascinante dei valori religiosi»[1]. Il tutto, a discapito delle regole proprie del diritto internazionale e della diplomazia, tale che l’antico strumento della mediazione è restato spiazzato dall’intervento diretto dei singoli protagonisti e dalla volontà di potenza che è tornata a soffiare sul tavolo della Storia[2]. Come spiega la Magnifica Humanitas di Leone XIV, è riemersa «la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa”. Sicché la semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” – facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni, sostituendo la forza del diritto internazionale con il “diritto del più forte» (§ 202).

Ovvio che una tale prospettiva incida sulla coesione sociale dei singoli ordinamenti, sino a operare a cascata sulle altre democrazie occidentali. L’ipotesi, rivendicata dall’ex consigliere del Presidente Trump, Steve Bannon, di una nazione identitaria «costruita sui principi dell’Occidente giudaico-cristiano» e proiettata «in una battaglia spirituale contro il Male», è tale da spingere i confini della lotta politica oltre la dialettica costituzionale. Non a caso essa è stata accompagnata dalla rassicurazione secondo cui il nazionalismo cristiano non sarebbe incompatibile con la libertà religiosa, ferma restando la contraddittoria «conclusione che non si possono fare compromessi con questa società secolare demoniaca e atea»[3].

Ed è altrettanto ovvio che una tale prospettiva avveleni le ragioni del “vivere insieme”. Basti pensare che nel solo 2024 due film ambientati negli Stati Uniti hanno fotografato in modo drammatico e con grande impatto il declino della civiltà occidentale e le possibili reazioni alternative: la guerra civile (“Civil war” di Alex Garland) e l’utopia (“Megalopolis” di Francis Ford Coppola). E ciò quasi che il conflitto e l’utopia possano costituire le sole vie d’uscita del nuovo manicheismo per così dire dialettico, nel quale gli opposti (bene e male, vita e morte) sono i poli della stessa totalità, che annichilano ogni diversa possibilità nel cammino umano[4]

Infine, è parimenti ovvio che una tale prospettiva contrasti con la tenuta della legalità costituzionale, sino a sfociare nel conflitto civile. Nel sistema costituzionale le regole positive non possono essere disattese e contrastate bellamente alla stregua dello stato d’eccezione schmittiano, nel quale la decisione del sovrano valeva a «sospenderne» l’efficacia. La violazione delle regole, piuttosto, è destinata a generare un conflitto fra gli oppositori e la forza militare dello Stato, che rischia di consumare la stessa tenuta dello Stato costituzionale. Emblematici sono i casi dei due assalti, non solo simbolici, ai Palazzi del Congresso degli Stati Uniti e del Brasile: quello del 6 gennaio 2021 al Campidoglio di Washington, avvenuto dopo le contestazioni del Presidente uscente, Donald Trump, avverso il risultato della sconfitta delle elezioni presidenziali del 2020; quello dell’8 gennaio 2023 al Congresso nazionale di Brasilia, avvenuto come risposta alla sconfitta del presidente uscente Jair Bolsonaro nelle elezioni generali del 2022.

La recessività dei principi delle democrazie occidentali rispetto alle opposte tendenze disgregatrici, derivanti dalla prepotente riemersione della categoria della teologia politica, è un dato che nell’attuale e cruento sovvertimento dell’ordine geopolitico internazionale non può non sorprendere e allarmare. Una recessività talmente diffusa e pervicace, da porre in crisi i tradizionali presupposti giustificativi della convivenza sociale e dell’autorità statuale, così da provocarne la sostituzione con quelli radicali di una conflittualità politica verso un nemico assunto come “assoluto e totale”.

Si tratta di un dato inedito nella storia costituzionale. 

Non che nel passato fosse sconosciuto il ricorso alle categorie teologiche per consolidare i meccanismi unificatori delle comunità politiche. Tanto più che la teorizzazione della nozione della teologia politica avvenne nella Germania degli anni ‘30 del secolo scorso a opera di Carl Schmitt, proprio allo scopo di riconoscere alla decisione politica una giustificazione capace di prevalere sulle regole giuridiche ordinarie; sicché, al pari del miracolo divino che infrange le leggi di natura, anche l’eccezione del sovrano (rectius: del Führer) avrebbe avuta riconosciuta la legittimazione a sovrastare le norme positive[5]. Nell’Europa continentale dell’epoca, tuttavia, la separazione dei poteri era protetta da Costituzioni fragili, flessibili e rimesse all’arbitrarietà dei legislatori statali; non era in grado di resistere alle torsioni totalitarie sorte in reazione al tentativo rivoluzionario o anche semplicemente riformista operato dai partiti del movimento operaio[6].

L’impiego della categoria del “nemico”

Non è così nell’attuale fase storica. In questa il nuovo ricorso politico alle categorie teologiche ha progressivamente stravolto i presupposti della coesione sociale e della legittimità giuridica. L’impiego della categoria del “nemico” per regolare i conflitti politici nazionali e internazionali ha preso il sopravvento nel sistema decisionale, viziando ogni relativa dinamica di piena comprensione e composizione. La presenza di sistemi costituzionali più rigidi e resistenti all’arbitrarietà del potere pubblico non è valsa a scongiurarne l’aggiramento sostanziale, legittimando soluzioni contrastanti con il sistema democratico. Del resto, l’introduzione di una tale categoria (im)politica è destinata a mettere in moto una trasformazione qualitativa delle Costituzioni indipendentemente dalle relative modifiche formali, così da minare le fondamenta della democrazia pluralistica[7]. Sicché, a conti fatti, come di recente ha provocatoriamente rilevato Leone XIV: «Se guardiamo a molti paesi del mondo d’oggi, la democrazia non è necessariamente la soluzione perfetta a tutto»[8].

Per giunta, paradossalmente, la trasformazione rappresentata è avvenuta soprattutto nell’esperienza statunitense, che invece nel pensiero conservatore è stata tradizionalmente intesa come quella dell’«Autogoverno di un popolo virtuoso che delibera sotto lo sguardo di Dio»[9].

Oggi occorre cercare una via di fuga. Non è più tempo di riporre ogni fiducia di composizione e pacificazione sociale nella ricerca di un sistema politico-costituzionale talmente perfetto da tacitare ogni conflitto. La dimensione di quest’ultimo pertiene alla politica come alla stessa esistenza umana, sicché è inestirpabile dalle relative dinamiche. La stessa Costituzione, come ebbe a rilevare Julien Freund, l’allievo di Carl Schmitt interessato a verificare la sostenibilità della categoria della teologia politica nel diverso contesto delle democrazie pluraliste del secondo dopoguerra, dovrebbe tornare a essere considerata anzitutto come «uno strumento politico [il cui] scopo non consiste nella propria perfezione giuridica»[10]. E così, ferma restando l’essenzialità delle Corti supreme, la tenuta del sistema democratico non può essere affidata esclusivamente all’intervento delle stesse, se non con il rischio di neutralizzare per via giudiziaria un conflitto destinato a rimanere latente in via politica, pronto a esplodere al manifestarsi delle prossime contraddizioni sociali. Non per nulla l’irruente riemersione della teologia politica nelle democrazie occidentali è avvenuta proprio in coincidenza temporale con la massima esposizione di una tale forma di neutralizzazione del conflitto. 

Né tantomeno è il tempo di confidare nel solo rispetto dei valori e dei principi fondamentali. In un contesto secolarizzato, straniato dall’assenza di riferimenti, dalla disillusione sociale e dall’erosione della partecipazione popolare, gravato da una crisi economica permanente, dominato da poteri privati forti economicamente e in grado di possedere la tecnologia più sofisticata per una sorveglianza diffusa e capillare attraverso la rete, percorso da ogni tensione nazionale e internazionale, l’insistenza sui soli valori, ancorché assolutamente basilare, rischia di rinviare nel tempo, se non proprio di sviare, responsabilità politiche invece urgenti. 

 Una politica che si misura col conflitto

 Occorre piuttosto confidare nella politicità della Costituzione e nel capitale umano necessario a provvedervi. È soprattutto questa la condizione per prendere sul serio, parafrasando Ronald Dworkin, le ragioni del conflitto, accogliendone le sfide e le provocazioni, sempre in ogni caso esponenziali dei disagi propri di ogni fase storica. Prima ancora della razionalità delle scelte giuridiche, deve valere il realismo di una politica capace di misurarsi col conflitto in nome – questa volta sì – dei valori caratterizzanti la legittimità costituzionale. Una politica necessariamente aperta alla categoria della possibilità e, dunque, improntata al realismo, al compromesso e alla negoziazione in quanto strutturata – seguendo la lezione di Machiavelli – quale «arte del rimedio»[11]. Occorre raccordare l’arte del rimedio della politica alla politicità della Costituzione, dismettendo i miraggi della perfezione giuridica e confidando in una concezione della democrazia, «che non presuma di possedere la verità e la giustizia, ma nemmeno ne consideri insensata la ricerca»[12].

  

[1] L. Violante, “I pericoli delle teocrazie politiche”, in “Corriere della Sera”, 25 settembre 2025.

[2] G. Vittadini, “La tela della diplomazia. Compromesso e realismo”, in “Nuova Atlantide”, n. 16/2025.

[3] S. Bannon, “Il nazionalismo cristiano non è mai stato così forte. Trump, come me, odia i nemici. Musk viene dalla stessa cultura che ha ucciso Kirk”, int. a cura di V. Mazza, in “Corriere della Sera”, 24 settembre 2025. 

[4] M. Borghesi, “Il male necessario. L’etica del superuomo nel manicheismo romantico”, Orthotes, Napoli, 2024.

[5] C. Schmitt, “Politische Theologie, Vier Kapitel zur Lehre der Souveranität” (1934), tr. it. a cura di P. Schiera, “Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità”, in C. Schmitt, “Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica”, a cura di G. Miglio e P. Schiera, Il Mulino, Bologna, 1972, 61. 

[6] M. Borghesi, “Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana”, Marietti 1820, Milano, 2013; M. Luciani, “Il logos tripolitikos. Oggi”, in “Rivista AIC”, n. 1/2026; sia consentito il rinvio a V. Tondi della Mura, “Il patto costituzionale fra teologia politica e teologia della politica”, in “Quad. cost.”, n. 2/2015, 481 ss.

[7] G. Pitruzzella, “Il regime politico della Seconda Repubblica: il bipolarismo conflittuale”, in V. Lippolis - G. Pitruzzella, “Il bipolarismo conflittuale. Il regime politico della Seconda Repubblica”, Rubettino, Soveria Mannelli, 2007, 137; sia consentito il rinvio a V. Tondi della Mura, “Political Theology and Constitutionalism: The New Knots of an Unresolved Conflict. Preliminary Notes”, G. Demuro, S. Ninatti, M. Perini, V. Tondi della Mura (Edited by), “Constitutional Crisis, Security and Democratic Resilience, Naples”, Edizioni Scientifiche Italiane, 2026, 265 ss.

[8] Leone XIV, “Nel mondo troppe disparità, guardiamo a Elon Musk. Democrazia non sempre perfetta”, in “La Repubblica”, 14 settembre 2025.

[9] G. W. Carey, “Preface”, in W. Kendall - G.W. Carey, “The Basic Symbols of the American Political Tradition”, Washington, D.C., “The Catholic Univ. of America Press”, 1995, IX, la citazione è tratta da M. Luciani, “Il logos tripolitikos”, cit., che rinvia anche a B.P. Frohnen, “Nature, Tradition, and Virtue: Restoring the Conservative Good Life”, a disposizione in rete.

[10] J. Freund, Sociologie du conflit (1983), tr. it. di A. Campi, “Il conflitto: definizione e significati”, in Id., “Il terzo, il nemico, il conflitto. Materiali per una categoria del Politico”, a cura di A. Campi, Giuffré, Milano, 1995, 176-178.

[11] G. Ferroni, “Machiavelli, o dell’incertezza. La politica come arte del rimedio”, Donzelli Editore, Roma 2003.

[12] G. Zagrebelsky, Il «crucifige» e la democrazia, Einaudi, Torino, 1995, 6.

Vincenzo Tondi della Mura, laureato in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha conseguito la licenza in Diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense. È avvocato e professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università del Salento. È autore di numerosi studi in materia di forma di Stato e forma di governo, regioni, fonti del diritto, principio di sussidiarietà e autonomie private, giustizia costituzionale. 

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