A novembre del 2024, sulla scheda elettorale dello Stato del Maine, accanto alla scelta tra Donald Trump e Kamala Harris come presidente c’era una domanda, uno dei quesiti referendari che vengono accorpati per iniziativa popolare alle general elections. La domanda era semplice: «Vuoi limitare a 5 mila dollari i contributi agli Action Committees che spendono soldi indipendentemente per supportare o sconfiggere un candidato politico?». Il risultato è stato eclatante: tre quarti dei votanti hanno detto sì.
Che cosa ha a che vedere un quesito referendario in uno Stato di poco più di un milione di abitanti con l’assetto democratico di un paese che ne conta più di 340? Tanto, tantissimo.
La creazione dei super PAC
I soldi parlano. Non solo perché “seguire i soldi” (follow the money) è il ritornello di chi, disilluso da ideali proclamati, pretende di svelare le vere trame di potere dietro a decisioni politiche e interessi internazionali. Ma anche perché a partire dagli anni ’70, la Corte suprema degli Stati Uniti ha di fatto protetto le spese per intenti elettorali dietro lo scudo del primo e più “sacro” degli emendamenti costituzionali, quello sulla libertà di parola. La sentenza che ha avuto le conseguenze più dirette e gravi è del 2010, “Citizen United v. Federal Election Committee”. Nei dettagli legali del caso, che riguardava un documentario – “Hillary: The Movie” – mandato in onda prima delle elezioni del 2008 e che attaccava Hillary Clinton, si mescolano due principi: la libertà di parola legata alle spese per campagne elettorali, che in questo caso viene garantita anche a sindacati e imprese, e il rischio di corruzione, cioè che le spese per campagne elettorali possano diventare un quid pro quo: soldi in cambio di leggi favorevoli. La sentenza riteneva che al tempo questo pericolo non esistesse.
Il cavillo che rese le spese per campagne elettorali praticamente illimitate fu l’avverbio “indipendentemente”, vale a dire che qualunque cittadino, sindacato o impresa privata ha il diritto di spendere i suoi soldi come vuole, purché non lo faccia in accordo con un candidato politico.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti quelli che vi sanno guardare. Se nelle due campagne presidenziali di Obama, ogni pubblicità elettorale finiva con la voce del candidato che diceva: «I am Barack Obama and I approve this message» («Sono Barack Obama e ho approvato questo messaggio»), ora la responsabilità dei contenuti di tali pubblicità è relegata a scritte in carattere minore nell’ultimo fotogramma che rivelano nomi generici di super Pac’s come America Pac, Win Senate, Preserve America, Restoration, Fairshake, ecc… Oltretutto, se i finanziamenti diretti ai candidati devono essere resi pubblici, le donazioni ai super Pacs hanno molte più opportunità di rimanere anonimi. È questa la fondamentale differenza tra i Pacs (Political Action Committee) tradizionali, quelli che noi chiameremmo lobby, e i super Pacs, un ente intermediario che raccoglie donazioni e conduce campagne indipendenti a favore o contro candidati politici o temi di dibattito politico.
Auto elettriche e voti politici
Nelle vicende più recenti, Elon Musk, a seguito dell’attentato alla vita di Trump del luglio 2024, decise di scendere in campo promettendo di donare 45 milioni di dollari al mese fino alle elezioni per supportare (“indipendentemente”, questo è chiaro) l’elezione di Trump. Nella sincerità senza filtro di Trump, allora ancora candidato, traspare la dinamica. All’inizio dell’agosto 2024 dichiarò durante uno dei suoi comizi: «Io sono per le auto elettriche, lo devo essere, perché Elon mi appoggia con forza».
Un po’ di numeri: nel 2012 i super PAC raccolsero attorno a 600 milioni di dollari. La cifra raggiunse il miliardo nel 2016, 2 miliardi nel 2020 e 2,5 miliardi nel 2024.
Le analisi delle donazioni, che devono avvalersi di veri e propri siti investigativi – come opensecrets.org – per individuare l’identità dei donatori, rivelano che il 97% delle donazioni ai super PAC proviene dall’1% dei donatori. Siamo molto lontani da Bernie Sanders, che nel 2016 si vantava di avere una base di supporter che donava in media 20 dollari.
I soldi di Musk per Trump
La misura referendaria passata in Maine è stata scritta per essere contestata nei tribunali, nella speranza che gli appelli arrivino fino alla Corte suprema, dove il comitato promotore del referendum è pronto a presentare il proprio caso sulla base della ratio di Citizen United: il rischio di un quid pro quo esiste (ci sono stati casi di politici accusati di tangenti) e quindi quel precedente deve essere annullato. Ovviamente, la lunga battaglia legale richiede un certo dispendio economico e l’esito del processo è ancora incerto (la campagna è arrivata a livello federale e aggiornamenti sono disponibili su Free Speech for the People).
Il potere “politico” dei tecno-oligarchi
Il potere dei super PAC
Il potere dei super PAC appare evidente nel ciclo di elezioni primarie che un po’ in tutti gli Stati Uniti hanno avuto luogo in primavera in vista delle elezioni di mezzo termine.
Super PAC legati soprattutto alle grandi compagnie di Intelligenza artificiale rilasciano fondi per supportare (o distruggere) candidati sia di destra che di sinistra per costruire una legislatura che non si cimenti nella regolamentazione della nuova tecnologia. Finora, gli ordini esecutivi di Trump hanno protetto gli interessi delle grandi compagnie tech (soprattutto attraverso l’ordine esecutivo dell’11 dicembre 2025 che di fatto inibiva ai singoli Stati di far passare una propria legislazione in merito). Ma un congresso che cambiasse maggioranza potrebbe – finalmente, direbbe qualcuno – almeno tentare di porre degli argini al potere straordinario che Trump si è arrogato.
Elezioni finte?
Del sistema delle primarie americane e dei grandi elettori, si è già parlato in un altro numero di questa rivista (vedi Nuova Atlantide 12/2024 sul Nuovo Disordine Mondiale). Ciò che vale la pena sottolineare ora è la quantità crescente di elezioni (per il Senato, la Camera o i governi locali) che non presentano alcuna forma di competizione.
Un sistema elettorale basato su distretti a singola rappresentanza, dove vince l’unico seggio in palio chi prende un punto in più dei suoi oppositori, ha fatto sì che dagli anni Novanta a oggi il numero di elezioni realmente competitive sia sceso, secondo certe stime, fino al 20%. Per esempio, nel terzo distretto del Maryland vince un democratico da oltre cento anni; nel secondo distretto del Tennessee, un repubblicano dai tempi della Guerra civile.
Il risultato è che la vera selezione avviene non al momento della consultazione popolare, ma al momento delle primarie, con i problemi noti: alle primarie tende a partecipare un numero più ristretto e più estremista di coloro che sono registrati al partito. E siccome il partito di minoranza non ottiene alcuna rappresentanza, i deputati eletti finiscono di fatto a rappresentare solo le frange più estreme dei partiti che hanno la vittoria assicurata in quel distretto.
Distretti elettorali “ritoccati”
A questa illusione di democraticità si aggiunge – come conseguenza naturale del sistema sopra descritto – il cosiddetto gerrymandering, che nell’ultimo anno ha raggiunto un’esplicitezza mai vista prima. Ogni Stato, infatti, ha il diritto di organizzare le procedure per disegnare i distretti elettorali (il cosiddetto redistricting). La maggioranza degli Stati prevede che sia il governo in carica al tempo del censimento (ogni dieci anni) a produrre le mappe elettorali. Alcuni, pochi, hanno commissioni indipendenti, o apolitiche o bipartisan. Sull’esempio del governatore del Massachusetts Eldbridge Gerry, che nel 1812 per favorire il suo partito disegnò un distretto elettorale dalla forma così assurda da assomigliare a una salamandra (da cui il termine “gerry-mander”), molti Stati ridisegnano i distretti per “garantire” un certo numero di rappresentanti al congresso all’uno o all’altro partito. Lo fanno concentrando i votanti del partito avversario in un distretto, e distribuendo i propri sugli altri.
Così facendo, per esempio, in North Carolina, lo Stato in cui vivo, da anni i repubblicani vincono la maggioranza dei seggi al Congresso sia statale sia federale, ma il governatore (eletto da tutti i votanti dello Stato) è spesso democratico. Nell’ultimo anno, il gerrymandering è diventato oggetto di discussione esplicita da parte dei politici, da quando il presidente Trump ha chiesto esplicitamente al governatore del Texas, Greg Abbot, di “garantirgli” tre o quattro rappresentanti in più alle lezioni di metà mandato, ridisegnando i distretti elettorali.
Geografie politiche partigiane
Immediata la risposta di Gavin Newsom, governatore della California, che ha addirittura fatto un referendum per chiedere alla popolazione di sospendere temporaneamente la Commissione indipendente per stabilire i distretti elettorali (istituita dal governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger nel 2008) «in risposta al ridisegno “di parte” dei distretti dello Stato del Texas». La misura è passata con il 64.4% di voti favorevoli. I tempi sono così eccezionali, si dice, e sconfiggere Trump così importante che gli elettori sembrano disposti a privarsi della possibilità di dare valore al proprio voto, pur di ottenere il risultato che altri stabiliscono.

L’eterna lotta per i diritti politici
La legge sui diritti civili (Cra, Civil Rights Act) del 1964 pose fine alla discriminazione razziale. Il suffragio divenne finalmente universale, con l’inclusione delle minoranze afroamericane fino ad allora segregate soprattutto negli Stati del Sud. Con il Cra si introdusse un altro principio costituzionale destinato a riemergere più volte nei decenni successivi: la non discriminazione (Title IV). Infatti, il Cra prevedeva che misure temporanee potessero essere introdotte per riparare le ineguaglianze causate dalle discriminazioni del passato. Una di queste sono i cosiddetti “majority-minority districts”, ovvero distretti elettorali dove una minoranza costituisce la maggioranza della popolazione – necessari in un sistema elettorale che non garantisce nessuna rappresentanza a chi perde le elezioni maggioritarie.
Distinzioni razziali legali
Il problema, che ritorna nei casi più disparati, è che la legge fa eccezione a sé stessa (cioè introduce una distinzione razziale) per ovviare al passato. Quando la Corte suprema è interrogata in casi che riguardano questioni razziali (per esempio nei casi delle ammissioni facilitate alle università di membri delle minoranze, la cosiddetta “affirmative action”) si deve chiedere se l’eccezione sia ancora valida. Ad aprile di quest’anno, ha considerato incostituzionale un “majority-minority district” in Louisiana (in “Louisiana v. Callais”) proprio per questo motivo: le distinzioni razziali da un punto di vista costituzionale sono sempre sospette, e la Corte non ha trovato ragioni adeguate (per esempio, un metodo ragionevole per definire una minoranza e un criterio per stabilire un termine temporale all’eccezione) per mantenere il distretto disegnato su basi razziali.
I democratici sono saltati sugli scudi, accusando la Corte a maggioranza repubblicana (con cinque giudici selezionati da presidenti repubblicani) di voler portare indietro l’orologio della storia al razzismo sanzionato dalla legge.
Iniziative popolari e Poteri forti
Che cosa ci possono dire questi fatti brevemente descritti sulla democrazia americana? Innanzitutto, che il potere del popolo, secondo la famosa formulazione di Lincoln nel discorso di Gettysburg («government of the people, by the people, and for the people») è un ideale sempre in divenire. Che sia un’iniziativa popolare che sorga a contrastare la ingerente influenza dei poteri forti è la cifra della democrazia americana. Poi, questi fatti ci dicono che le tensioni descritte sono inerenti al processo stesso della democrazia, guidato da principi ideali che chiamano alla responsabilità di attuarla.
Estrazioni democratiche
Non c’è bisogno di citare Aristotele – che i governi eletti conducono all’oligarchia (Politica, IV) –, magari in nome di proposte di riforme rivoluzionarie (come suggerisce un interessantissimo libro di recente pubblicazione di Hélène Landemore, “Politics Without Politicians”) di sostituire le elezioni con estrazioni in stile ateniese, per notare che le forze del mercato senza freni pongono sfide esistenziali ai sistemi democratici.
Non è un caso se è nell’ambito dei nuovi gerarchi dell’intelligenza artificiale che si avanzano esplicitamente prospettive, per ora utopiche, che paventano la trasformazione tecnologica del dibattimento parlamentare e della consultazione democratica, rendendo la loro versione umana obsoleta.
Non è un baco: è il Sistema stesso
La grandezza della democrazia americana risiede nello sviluppare il discorso ideale contenuto nella Costituzione a tutti i livelli di funzionamento della democrazia, dalle iniziative referendarie alle domande poste alla Corte suprema. La lotta tra gli ideali di libertà di parola, non discriminazione e protezione dalla corruzione, non è un sintomo di crisi o segno premonitore della fine degli ordinamenti liberali. È la stoffa stessa della democrazia. Il problema è che se vogliamo mantenerla, occorre conoscere e partecipare, non limitarsi a lamentarsi da bordo campo.
Era lo stesso James Madison, quarto presidente degli Stati Uniti d'America, in uno dei “Federalist Papers” (una serie di saggi pubblicati nello Stato del New York per convincere i newyorkesi a ratificare la Costituzione federale) a descrivere la necessità delle “fazioni” per il funzionamento della democrazia, perché la loro esistenza è la naturale conseguenza della libertà. Madison e gli altri padri fondatori avevano la preoccupazione di proteggere le minoranze dallo strapotere di una maggioranza. Forse oggi sta succedendo il contrario. Eppure, il disegno istituzionale inventato dai Padri fondatori contiene in sé gli antidoti ai suoi malanni. Occorre non dimenticarselo.


