Trimestrale di cultura civile

Luoghi aperti per comunità creative

Alla ricerca di nuove soluzioni per un abitare radicalmente ripensato. Dal sistema della mobilità al dialogo inclusivo fra cultura e natura. A una valorizzazione complessiva della biodiversità. Un vivere insieme in spazi che finalmente favoriscano la buona pratica della reciprocità. Primi passi dentro questo numero di Nuova Atlantide. Per incontrare orizzonti plurali. E mettere in circolo un’architettura di pensieri innovativa e relazionale.

Immaginare. Reinventare. Rigenerare. E ripensare. Sono i verbi che più si richiamano e rincorrono in questo presente debilitato dalla pandemia. Verbi che indicano movimento, costruzione, pensiero. E dunque alleati. Giocoforza la loro alleanza – implicita ed esplicita – tiene insieme e connota il percorso di questo monografico allestito per mettere a fuoco temi legati ai nuovi luoghi del vivere. Nuovi perché la sfida è proprio quella di avviare un mutamento radicale del rapporto fra l’uomo e i “suoi” luoghi; fra cultura e natura, sia vegetale che animale. Una nuova architettura (che rilancia anche tendenze già in corso da qualche tempo) degli spazi che offra familiarità alle comunità di vita e a una ritrovata valorizzazione del tempo. E dove, come suggerisce l’antropologo scozzese Tim Ingold nel suo intervento che ospitiamo, l’uomo è chiamato a uscire da logiche estrattive verso la natura e le cose per mettersi in ascolto, in relazione, affettivamente attratto dalla virtù della reciprocità con quel che lo circonda.

Un’antropologia davvero umana, insiste Ingold, è quella che sa ascoltare le cose, che non rinchiude la natura in aree verdi; un’antropologia positiva finalmente consapevole, dopo il tempo della lunga dimenticanza, nel quale la natura, non più distante ed emarginata, è destinata ad assumere un ruolo da protagonista del nuovo vivere l’abitare.

Dunque, il cambiamento strutturale passa da una relazione innovativa fra persona e natura. Di questo processo di trasformazione green, di design ecologico, dettaglia Nigel Dunnet, una delle voci più autorevoli in materia di progettazione del verde urbano. Il suo è un invito a osare: “Non possiamo semplicemente immaginare di portare in città un pezzo di campagna o qualche pianta alpina: dobbiamo pensare in modo radicalmente diverso. A un nuovo tipo di natura in città. Non dovremmo guardare a come erano prima, nei secoli passati, le nostre città: dobbiamo pensare invece a cosa potrebbero essere in futuro”. Già, progettare e costruire adesso un nuovo vivere l’abitare. Perché, come dice Heidegger, “l’uomo è in quanto abita”.1

 

 

Rigenerazione urbana è rigenerazione umana

Il lavoro costruttivo scandito dai contributi si è concentrato soprattutto sul luogo-città. Come se il futuro della nostra convivenza avesse nel destino delle città il principale nodo da sciogliere. Una questione globale, cioè essenziale. Dove nulla è più periferico ma tutto centrale. Come emerge dai concetti espressi dall’architetto Stefano Boeri che, non a caso, abbiamo deciso di collocare in apertura della rivista come editoriale/conversazione del numero.

La sua visione è quella di una città aperta che funzioni come un arcipelago, ovvero come tante isole dotate di autosufficienza rispetto ai servizi al cittadino.

“Questo permette che al loro interno ci siano soprattutto spazi pedonali e ciclabili, con un sistema di mobilità fluida che si accompagna anche a questi grandi sistemi di verde nel segno della biodiversità. La metropoli-arcipelago è secondo me la sfida dei prossimi anni”. Ma, e qui si sofferma sull’Italia, Boeri registra un preoccupante ritardo dovuto a una diffusa resistenza ad abbattere edifici obsoleti per costruirne di nuovi. “Il tema vero oggi che nessuno ha il coraggio di affrontare è quello della sostituzione edilizia. Noi avremmo la possibilità di cambiare in modo radicale senza intaccare il patrimonio storico. Stiamo infatti parlando di edifici nella stragrande maggioranza dei casi mediocri, irrazionali, degradati, che generano grande spreco energetico. La sostituzione sarebbe un’operazione formidabile dal punto di vista della rigenerazione urbana vera; si potrebbero cambiare pezzi interi delle città italiane”.

Rigenerazione urbana è rigenerazione umana. Poli che, nella prospettiva del ripensamento costruttivo dei luoghi del vivere, non possono non attrarsi. Il soggetto/comunità, messo alla prova dall’esperienza della pandemia, manifesta domande e bisogni di spazi del vivere che favoriscano la convivenza. L’antropologa Alessandra Lucaioli precisa che “i luoghi non sono contenitori indefiniti, all’interno dei quali possono anche avvenire dei fenomeni ma sostanzialmente indifferenti rispetto ai corpi che ospitano e alle pratiche che vi accadono, ma materia viva che plasma le vite degli esseri umani, che inibisce o promuove azioni, interazioni, realizzazioni”.

E ricorda che “Richard Sennett, in questa direzione, ha messo in luce come la sfida del post pandemia consista principalmente in una nuova configurazione dell’architettura della densità, rispondendo al bisogno di trovare forme fisiche diverse di prossimità che permettano la relazione pur nella distanza: che consentano alle persone di comunicare, di vedere i vicini, di partecipare alla vita di strada, alla vita pubblica, senza perdere consapevolezza della corporeità”.

C’è una questione “urbana”, nel senso delle città ad alta densità e una questione “territori” più in generale. Miope la logica della contrapposizione. Il tema lo ritroviamo nel contributo di Massimiliano Monetti di Confocooperative, a proposito dell’esperienza delle cooperative di comunità. Una formula dell’abitare i luoghi che rilancia habitat ritenuti periferici da una mentalità solo “cittàcentrica”. Un percorso complesso e insieme propositivo che promuove il valore dell’interconnessione e del fare rete. Una provocazione umana illuminante e illuminata. In favore di soluzioni sempre centrali, punto di fuga sostenibile da vecchi e nuovi centralismi.

Il metodo Orfeo

Tuttavia, la nuova configurazione dei luoghi investe la responsabilità dei decisori. In uno spirito di coralità indispensabile per superare antichi impasse, come evidenzia Boeri a proposito delle difficoltà di demolire l’obsoleto per costruire il nuovo sostenibile. Anna Prat, architetto e urbanista, riprendendo e rilanciando il concetto di sviluppo sostenibile dei territori, fa sua l’architrave della coralità e individua una strada obbligata da percorrere. Scrive: “La creazione di valore territoriale condiviso è quindi la nuova grande sfida per creare ponti e collaborazioni tra mondi diversi in relazione alle sfide complesse dello sviluppo sostenibile locale e rigenerazione urbana e territoriale, in cui il settore pubblico non è più l’unico attore a guidare.

Le diverse competenze dei vari soggetti pubblici, privati, dell’economia civile, della filantropia e delle comunità locali, individuali e nelle loro forme di rappresentanza – strategiche, finanziarie, relazionali, progettuali, operative – possono e devono incontrarsi, intrecciarsi e coordinarsi in modo concreto dando vita a un nuovo paradigma di azione e sussidiarietà locale responsabile e collaborativa”.

Stefano Zamagni compie un percorso a ritroso per procedere “dentro il futuro”. Per immaginarsi e immaginare i pilastri dei nostri nuovi luoghi del vivere. Prima di tutto ci dice che la crisi prodotta da questa pandemia è di tipo entropico e quindi non se ne esce solo con interventi legislativi, economici e aggiustamenti di natura tecnica ma affrontando di petto la questione di senso. Prendendo atto di una sopraggiunta vulnerabilità, Zamagni afferma come la concezione dell’architettura urbana dipenda inesorabilmente dal senso che si dà all’esistenza.

L’esistenza vulnerabile domanda spazi nei quali trovi terreno fertile la pratica del poter costruire la propria identità in relazione con l’altro, con gli altri. Ecco, allora, la portata della sfida culturale che propone l’autore: “

Senza una comunità e un insieme di norme sociali e etiche condivise, mai si avrà avere una città come civitas (la città delle anime, secondo la celebre definizione di Cicerone) ma solo un mero agglomerato di edifici e strade, cioè una urbs (la città delle pietre)”. E invita a guardare al concetto di reciprocità (razionalità espressiva) di Orfeo piuttosto che alla razionalità strumentale di Ulisse. Con il metodo Orfeo si entra nell’esperienza della città coesa, dove ciascun soggetto è impegnato in relazioni di prossimità.

Le domande dei giovani

Soggetto a cui guardare con grande attenzione è oggi il giovane, il cui rapporto con la città è complesso, aggravato dalla pandemia. Vive la propria fragilità schermandosi e quindi rimanendo ai margini. E questa palese difficoltà lascia sul terreno dubbi nel percorso di costruzione di città metropolitane a misura delle giovani generazioni. Il demografo Alessandro Rosina solleva domande sull’attuale volto delle città sempre più vissute da una popolazione anziana e perciò deficitaria nell’offerta di spazi e opportunità per i giovani che, come noto, sono sempre meno.

L’Italia è in pieno clima di “degiovanimento”. E questo limite, limita. La domanda è se i giovani “riusciranno a diventare protagonisti positivi nel trasformare il cambiamento in miglioramento, coniugandolo alle potenzialità del territorio con le grandi sfide del mondo in cui vivono”.

Impossibile e fuorviante ripensare il modello sociale e di sviluppo urbano senza appoggiarsi e dare forma alla domanda giovanile. Si tratta, per Rosina, di una partita decisiva, strategica, caratterizzante i prossimi anni. Nella quale si inserisce quale urgenza la penuria di alloggi a canone calmierato.

L’Italia è in grave ritardo sull’housing sociale, rispetto all’offerta dei maggiori insediamenti urbani europei. Ne fanno cenno Boeri, Rosina e Alberto Fontana, presidente della Fondazione Housing Sociale, nel suo approfondimento, che pone, da un lato, l’attenzione alle non poche criticità che finora hanno impedito lo sviluppo coerente di una formula di cui si avverte sempre più l’esigenza; e dall’altro, ipotizza l’avvio di un percorso strutturato. Fontana afferma: “Definire una programmazione a lungo termine di politiche abitative capaci di mettere a sistema il contributo pubblico e privato è indispensabile per immaginare non una risposta unica, ma un sistema dinamico che consenta sperimentazioni a più livelli, che apra finalmente la strada a un sistema dell’edilizia sociale in grado di affrontare progetti di rigenerazione urbana e non di semplice recupero edilizio, come purtroppo, inevitabilmente, sta accadendo”.

Verso un nuovo sistema di mobilità urbana

Durante la fase acuta della pandemia ci siamo misurati con l’anticipo di un nuovo sistema di mobilità urbana. Si è fatta un’esperienza per certi versi inaudita, indimenticabile. Il lavoro da casa che ha decongestionato il caotico traffico cittadino; la drastica riduzione dell’utilizzo dei mezzi pubblici; un aumento sulla breve distanza della mobilità attiva, ovvero gli spostamenti a piedi e in bicicletta; il ricorso prevalente al mezzo privato per spostamenti più lunghi. Roberto Zucchetti, avvalendosi dei dati forniti in questi mesi da più report, ha svolto un’analisi circostanziata per confermare come cambierà la mobilità nelle città proprio per le indicazioni emerse nella fase pandemica. In tal senso si impone la riqualificazione degli spazi pubblici, per “strade e marciapiedi in primis, a favore della ‘mobilità attiva’, cioè non motorizzata, sviluppando piani di mobilità che cambiano le priorità d’uso dello spazio pubblico, riservando spazi al transito di ciclisti e pedoni e imponendo stretti limiti di velocità per le auto”, scrive Zucchetti. Progetti in questa direzione sono presenti in tutte le grandi città occidentali e haano subito una generale accelerazione con la pandemia, come è successo a Milano con il progetto Open Streets.

Importante, però, che queste politiche, specifiche per i centri densamente abitati delle metropoli, non divengano paradigma ideologicamente esteso anche alle aree a bassa densità, dove l’utilizzo dell’auto rimane indispensabile per non rimanere nell’assoluto isolamento”.

Siamo nell’orizzonte delle buone pratiche per declinare un modello realistico di sviluppo sostenibile per gli insediamenti urbani.

 

Architettura “dal basso”

Questioni che si amplificano, va da sé, quando ci si rapporta alle problematiche che investono le megalopoli. In proposito abbiamo raccolto due approfondimenti che accendono i riflettori su San Paolo del Brasile e Shanghai. Nel primo caso è il racconto di un’esperienza dal basso – grazie all’opera di un soggetto pro attivo con una proposta di vita attenta alla dignità della persona e al soggetto/comunità nei luoghi delle profonde contraddizioni – di risveglio di una periferia dimenticata dalle istituzioni pubbliche secondo lo spirito della cultura sussidiaria. Nel secondo caso è il racconto di chi, con la propria famiglia, ha vissuto per alcuni anni in quell’infinita realtà dell’estremo oriente che corre sempre veloce, che cambia di continuo, che respira (non a caso) delle sue contraddizioni. Che calamita e chiama a sé chi ha vissuto in villaggi e centri minori.

Una megalopoli simbolo di una metamorfosi continua, con la sua rete di trasporti funzionale, il verde che non manca ma anche con un inquinamento fuori controllo. Nel Paese dove il controllo è la regola del giorno e della notte.

E il termine contraddizione è la cifra che definisce il vissuto di una città come Napoli. I suoi quartieri sono lo spaccato di un’urbanizzazione disarticolata. All’evidenza di realizzazioni eccellenti fa da contraltare il metodo delle promesse disattese e il proliferare di insediamenti inadeguati. Un problema storico che ha provocato crepe nella comunità. Un difetto strutturale prodotto dalla politica e dalle grandi firme dell’architettura in una dialettica non di rado fuori sincrono con la concretezza delle esigenze. Anche qui, come nell’esempio riferito alla megalopoli di San Paolo, vengono raccontati tre esempi di rinascita sussidiaria in periferia, in tre luoghi simbolo del degrado urbano. Un agire non oppositivo ma in dialogo con le istituzioni (è il valore del “con” che allontana gli steccati). Riqualificazione e recupero, insomma. Soprattutto di anime, non solo pietre. Per riprendere il suggestivo percorso suggerito da Zamagni.    

M come Milano

Nel corso della discussione che ha portato alla costruzione di questo numero di Nuova Atlantide si è fatta strada la convinzione che Milano abbia le caratteristiche della città universale, più avanti di altre nella sfida di offrirsi quale luogo inclusivo di un nuovo vivere. Senza che tale evidenza impedisca di cogliere alcune forti criticità. Comunque, c’è un caso Milano, luogo che pare si stia riprendendo prima. Città a sé stante del sistema Paese. Una realtà originale, laboratorio dialogico fra l’illuminismo cattolico e la vivace tradizione del riformismo socialista, anch’esso con le stimmate della milanesità. Quel che è oggi Milano, lo deve alla sua storia generosa e ingegnosa, come spiega nel suo articolo Gianluigi Da Rold. Una città laica, cattolicamente liberale e dunque libera di pensiero e di azione. Una città che ha tenuto il passo, che mai ha ceduto allo straniero; più forte delle proprie oggettive difficoltà. Quella cultura riformista ha prodotto qualcosa che tiene ancora. Ma si tratta di una tenuta che non sta sulla difensiva.

Di lì la sua universalità come scrive Lanfranco Senn; un tratto distintivo “che, lungo l’asse del tempo, sa costantemente rinnovarsi e auto-trasformarsi senza generare discontinuità traumatiche per i suoi cittadini e per le imprese che vi operano; tanto da continuare a essere un riferimento e un centro di attrattività anche nel mutare delle condizioni storiche”.

E ancora, per chiarire: “Che, nello spazio sa relazionarsi con il mondo intero, senza perdere coesione e identità al suo interno ma dialogando con altre città, Paesi e culture valorizzando di volta in volta i talenti che possiede: operando, come dicono gli economisti del territorio, in una prospettiva glocale, cioè combinando le sue caratteristiche locali senza omologarsi e “annegarsi” nel mondo globale, ma relazionandosi e connettendosi senza limiti e pregiudizi”. Ma la città sono i suoi cittadini, il tessuto sociale ed economico. Il tessuto solidale e innovativo. La domanda, allora, se la pone il Alessandro Balducci, professore al Politecnico: Milano, e più in generale le città, verranno costruite in modo tale da risultare resilienti alle crisi future? La scommessa da vincere sarà quella di “sviluppare energie significative per riabilitare la periferia metropolitana in un modo diverso”. Riabilitare. Ecco un altro verbo/pilastro della catena del valore che richiama il superamento della fredda e anchilosata separazione. Per animare nuove forme di coabitazione. Per costruire nuovi luoghi del vivere “sensati”.

 

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