Trimestrale di cultura civile

I soggetti economici alla prova della responsabilità sociale

  • GEN 2022
  • Anna Prat

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Le nuove sfide dello sviluppo locale e della rigenerazione urbana e territoriale richiedono azioni coordinate e collettive. Per affrontarle bisogna valorizzare l’impegno civico e la collaborazione dei soggetti del mondo aziendale privato, del Terzo settore e delle istituzioni-àncora che sono sui territori e possono contribuire al benessere e sviluppo di prossimità, con risorse e competenze straordinarie, a integrazione delle strategie e azioni degli enti locali.

Sfide territoriali e urbane complesse richiedono il contributo di tutti gli attori

Il compito di sviluppare le strategie e le condizioni per lo sviluppo sostenibile dei territori e la loro rigenerazione è affidato principalmente agli enti territoriali e locali. Regioni, Province, Città Metropolitane, Comuni, Municipi/quartieri/circoscrizioni. Al loro livello di competenza, in un’ottica di sussidiarietà, hanno la responsabilità di promuovere politiche, programmi e azioni per favorire la pianificazione territoriale e urbanistica, paesaggistica, ambientale e della mobilità, lo sviluppo economico locale, le skills delle persone, il welfare sociale, lo sviluppo culturale e del capitale umano.

La spinta all’innovazione delle politiche di sviluppo e rigenerazione locali è determinata dalla complessità delle sfide da affrontare oggi, molto diverse per la varietà di “comunità di luogo” di cui è composto il nostro Paese: la transizione ambientale, la digitalizzazione, la necessità di un welfare che affronti nuove sfide sociali (ad esempio le nuove forme di povertà), la città della prossimità, i distretti dell’innovazione, la riqualificazione dei territori diffusi, il recupero dei borghi, il cambiamento del panorama economico e occupazionale, in un mondo più connesso e globale ma anche più esigente, precario, mobile e liquido.

Anche nei territori meno densi, economie e società sono interdipendenti. Le imprese sono elementi vivi, parti integranti dei territori e delle comunità.

Le innovazioni di policy prevedono già da tempo collaborazioni con altri livelli amministrativi e altri settori sociali: rappresentanze, corpi intermedi, Terzo settore, enti filantropici, aziende private, comunità locali e cittadinanza attiva. Le modalità adottate procedono però quasi sempre con un movimento che va dal settore pubblico verso gli altri stakeholder di territorio, scegliendo come e chi coinvolgere, attraverso formule di affidamento e perimetri d’azione, che non sempre riconoscono, accolgono e attivano il loro protagonismo, il loro valore e potenziale.

La pianificazione strategica di territorio, di carattere volontario, multiattore e multilivello, è stata ad esempio una grande esperienza in questo senso, mai però realmente integrata in modo permanente nelle politiche pubbliche. I piani strategici sviluppati per le Città Metropolitane, sulla base della Legge Delrio 56/2014, devono ancora fare un salto di qualità per abilitare, rendere permanente e costruttivo il dialogo e l’attivazione multi-attore per lo sviluppo locale.

Altri approcci promossi dalla Commissione Europea o dal governo italiano hanno spinto a riconoscere la fondamentale importanza della collaborazione territoriale multi-attore: modelli di rigenerazione territoriale fondati sulla comunità (Community-Led Local Development, programmi LEADER), programmi integrati d’investimento a scala (Integrated Territorial Development, in Italia non realmente sperimentati), programmi integrati di rigenerazione urbana, per le cosiddette periferie (sempre sfidanti perché richiedono di coordinare politiche molto diverse, gestite invece nei Comuni a compartimenti verticali).

La Strategia Nazionale per le Aree Interne, promossa nel 2013 dall’allora Ministro Fabrizio Barca, è forse la politica place-based italiana che ha avuto più impatto nel promuovere una reale visione strategica e integrata, da cui sono discese iniziative concrete soprattutto negli Appennini, sulle Alpi e al Sud, per aiutare il cambiamento nelle aree più marginali, deboli demograficamente e economicamente.

Il PNRR non sembra promuovere per il momento pratiche di governance territoriale che integrino le enormi opportunità derivanti da un programma così multidisciplinare.

Rapporto imprese-società: ripartire dalla visione di Adriano Olivetti

Negli ultimi tempi sono stati promossi nuovi modelli di promozione di governance multilivello, partenariati pubblici-privati, bandi innovativi e co-progettazioni per l’innovazione sociale con il Terzo settore, regolamenti per l’amministrazione condivisa e patti di collaborazione, piattaforme di crowdfunding civico, ecc. Gli enti locali colgono sempre più l’opportunità di abilitare in modo più creativo altri soggetti, non solo in termini di delivery puntuale di servizi per conto del settore pubblico, o di fundraising, ma di reale condivisione dell’analisi delle sfide e opportunità, co-progettazione e co-realizzazione delle azioni.

Questi approcci di collaborazione pubblico-privato-Terzo settore si scontrano però con i vincoli del diritto amministrativo italiano e della burocrazia. Ad esempio, se un’impresa vuole dare una sponsorship a un Comune, deve comunque partecipare a un bando di sponsorizzazione, per evitare ipotesi di discrezionalità dell’Amministrazione.

I partenariati pubblico-privato, quali le Società di Trasformazione Urbana, vengono evitate a priori dalle Amministrazioni. Le scuole, attraverso l’autonomia scolastica, se la cavano un po’ meglio nel cogliere i contributi dei privati e del Terzo settore, ma anche solo attivare il volontariato dei genitori è a volte complesso. Le cooperazioni tra mondi diversi sono oggettivamente difficili, ad esempio tra mondo aziendale e Terzo settore, perché i soggetti parlano “lingue” diverse, hanno culture lavorative diverse, hanno modalità e tempi d’azione disallineati e, a volte, diffidano ontologicamente l’uno dell’altro.

Le difficoltà non devono però scoraggiare. Il tema è troppo importante. Le imprese e le altre attività di carattere economico sono concretamente localizzate sui territori con i loro uffici e stabilimenti, beneficiano e traggono vantaggi competitivi dal capitale umano locale, dalle risorse naturali e ambientali, dai servizi sociali, educativi, formativi, d’innovazione, dal grado di attrattività di un territorio; impattano sul paesaggio e sui fenomeni di mobilità, generano occupazione ed economie legate a servizi necessari ai lavoratori.

Lo spirito da promuovere è quello dell’appartenenza di tutti i soggetti a una comunità interdipendente e responsabile, che guarda in primis al benessere della persona e dell’ambiente. Come sosteneva Adriano Olivetti, promotore di una visione sociale avanzata, di welfare comunitario e città diffusa di qualità: “La fabbrica non può guardare solo al profitto. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”.

La Responsabilità Sociale delle Imprese (RSI o Corporate Social Responsibility, CSR) è maturata significativamente nelle strategie, strumenti e approcci, capacità di governance, comunicazione e impatto negli ultimi anni, sulla spinta della sempre maggiore consapevolezza degli impatti sociali ed ecologici dell’azione delle imprese, e di promuovere il raggiungimento dei fondamentali obiettivi globali sociali e ambientali dell’Agenda 2030 e degli obblighi di redazione di bilancio sociale o rendicontazione non finanziaria, ormai previsti in molti settori. Da filantropia restitutiva e ricompensativa, nelle realtà più avanzate, la RSI è andata verso la creazione di “valore condiviso”, nella definizione di Michael Porter1, intrinseco e integrato strutturalmente nei processi e attività aziendali.

Permane certo una dose di corporate washing (social, green, blue, pink, rainbow) nel vasto mondo della Responsabilità Sociale d’Impresa, ma la spinta delle politiche internazionali e nazionali, dei movimenti ambientalisti, delle richieste dei consumatori, dei lavoratori e dell’impact investment, sta spingendo verso un reale cambiamento degli approcci. Ma anche il washing non può essere un motivo per trascurare il potenziale di una sfida così importante.

Le sfide globali sociali e ambientali si affronteranno solo con il contributo di tutti, soprattutto del mondo economico. Inoltre l’implementazione di una responsabilità sociale, anche se inizialmente più frammentaria e marginale rispetto al business, alla lunga può diventare più impattante, internamente e esternamente. La responsabilità sociale e ambientale ci riguarda tutti e in ogni momento, come imprenditori, investitori, lavoratori, cittadini (genitori, studenti, volontari, turisti, ecc).

Il IX Rapporto Socialis 20202, riporta che l’impegno etico e ambientale delle aziende è stato in crescita costante negli ultimi anni, con una leggera contrazione solo nel 2020 a causa della pandemia. Tende a concentrarsi verso il miglioramento delle condizioni lavorative e il benessere dei dipendenti (ad esempio la parità di genere), welfare aziendale, la promozione di processi sostenibili, riduzione dell’impatto ambientale di prodotti e servizi, attenzione alla catena del valore, sicurezza ambientale. Circa il 50% delle aziende italiane afferma di investire in attività legate al proprio territorio e comunità locali.

“Dal 2015 si conferma l’allontanamento dalle forme di CSR più vicine a quella che viene definita comunemente ‘beneficenza’, ossia investimenti e donazioni in Paesi lontani, più poveri o in difficoltà, e si concentra l’impegno sul territorio di prossimità”.

 

Uno studio svolto nel 2020 sulla RSI legata al Piano Periferie del Comune di Milano3 ha individuato le “attività a favore della comunità locale” quale secondo ambito d’intervento delle 126 imprese d’area milanese intervistate. La prima motivazione della RSI indicata è la “responsabilità verso le generazioni presenti e future”, la seconda il “rafforzamento dei legami con territorio e comunità locali”.

La RSI di territorio e comunità è quindi già un tema di forte interesse delle aziende, rafforzato oggi dalla riscoperta della prossimità legata alla pandemia. In questo quadro bisogna anche introdurre l’importante ruolo giocato dalle fondazioni d’impresa, di famiglia, le fondazioni di origine bancarie, molto diverse tra loro, ma tra le quali alcune si distinguono storicamente per forte radicamento e vocazione territoriale.

Analogo discorso si applica a quelle che, nella letteratura anglosassone, vengono chiamate “istituzioni-àncora”4. Le grandi funzioni urbane – università, enti formativi, ospedali, istituzioni culturali, impianti sportivi, utilities, infrastrutture, agenzie pubbliche – hanno numerose caratteristiche che le rendono rilevanti per i territori e le comunità: sono funzioni in genere ospitate in grandi edifici, spesso chiusi e monofunzionali, che però impattano sul tessuto urbano, sul suo funzionamento e identità. Determinano le economie di prossimità del commercio e servizi. Attraggono e ospitano quotidianamente numerosi lavoratori, utenti o clienti, che usano il quartiere, l’area e i servizi di mobilità. Sono acquirenti importanti di beni e servizi locali ed extra locali. Come le aziende, possono produrre esternalità negative locali, quali traffico, aumento dei prezzi, spostamento di altre attività.

 

Le funzioni àncora, quali le università, strutturano la vita delle nostre città. A sinistra foto di Città Studi a Milano costruita a partire dal 1927. A destra recente manifestazione contro lo spostamento di alcuni Dipartimenti all’Expo (photo © Corriere della Sera)

Quali azioni da parte delle imprese e degli enti per lo sviluppo locale e la rigenerazione urbana?

Ma quali tipi di iniziative con e per le comunità territoriali promuovono le aziende o le istituzioni àncora, attivando quali relazioni con il Terzo settore, il settore pubblico? E con quali impatti?

Non esistono molte analisi su quelle che la Fondazione Symbola ha definito le “imprese coesive”5, a cui si potrebbero aggiungere le “funzioni àncora coesive”. Alcune attività di RSI delle aziende sono riconducibili al contributo al recupero di beni storici, manutenzione del verde, supporto alle squadre sportive locali, sostegno al Terzo settore in ambiti di welfare (povertà, bambini, persone con disabilità, ecc.), sponsorship di eventi locali. Nel tempo sono cresciute anche le pratiche di volontariato aziendale6, promosse dall’azienda stessa o dai dipendenti, che in modo interessante rompono i compartimenti stagni che separano la vita da lavoratore/trice, da quella di cittadino/a responsabile che si prende cura della propria comunità.

Aziende di dimensioni e settori economici differenti possono adottare approcci diversi tra loro. Anche in questo ambito non esistono ricerche sistematiche. I grandi corporate internazionali produttivi o di servizi spesso derivano il proprio approccio alla sostenibilità sociale e ambientale da linee guida internazionali del colosso. Le aziende di servizi avanzati attivano maggiormente risorse legate alle proprie competenze avanzate, oppure volontariato aziendale. Le grandi aziende manifatturiere, soprattutto se vocate all’export, nei territori della città diffusa, sono quelle che meno facilmente attivano una RSI di territorio e comunità, concentrandosi più spesso sulle condizioni di lavoro e vita dei dipendenti, e sulla sostenibilità ambientale. La grande distribuzione, che ha notevoli impatti territoriali – ad esempio sulla mobilità – ha iniziato a occuparsi del tema. Le medie e piccole aziende manifatturiere o di servizi, l’ossatura dell’economia italiana, sono in genere meno coscienti rispetto al loro impatto sociale e ambientale, ma la loro natura proprietaria e occupazionale determina in genere un forte attaccamento al territorio, attenzione ai temi sociali, aggregativi e formativi.

I distretti industriali, agricoli e i territori a forte integrazione economica, a volte rappresentati da enti datoriali e reti imprenditoriali forti e proattive, sono estremamente interessanti, perché riconoscono maggiormente la loro interdipendenza con il sistema territoriale. Nelle forme più evolute, come Appennino L’Hub, hanno già creato strutture a rete tra settore pubblico, privato, Terzo settore, filantropia, che sono una base straordinaria per iniziative economiche, ambientali, sociali e culturali d’impatto.

Appennino l’hub mette in rete 26 enti pubblici, privati e Terzo settore, per generare insieme “economie abilitanti”

Il panorama delle tipologie di attività che le aziende promuovono è analogamente molto variegato. In alcuni casi ha introdotto un grado d’innovazione e sperimentazione di grande interesse anche per le politiche pubbliche. Ad esempio, il bando Culturability della Fondazione Unipolis ha assistito a livello nazionale la nascita di nuovi luoghi culturali e sociali multidisciplinari, recuperando spazi abbandonati, sulla scia di un bando precedente per progetti di comunità della Fondazione Vodafone. Snam e Fondazione CDP Arbolia srl hanno creato una società benefit nel 2020 per sviluppare nuove aree verdi e boschive in Italia. Fondazione Pellegrini promuove il ristorante sociale Ruben in un quartiere periferico a Milano, nella sua sede, che si pone a integrazione delle politiche sociali cittadine. Leroy Merlin ha realizzato progetti di rigenerazione di spazi e giardini nei pressi dei punti vendita, attingendo dalle proprie risorse e competenze interne, coinvolgendo tirocinanti con disabilità che poi sono stati assunti.

In ultimo, in alcuni casi, anche le piccole attività urbane, quali i negozi, iniziano a capire la necessità di occuparsi della qualità e attrattività dello spazio pubblico, della mobilità sostenibile, dei servizi, dell’offerta culturale e per il turismo, anche grazie all’aiuto di strumenti quali i Distretti Urbani del Commercio, promossi in Lombardia, Veneto, Puglia e recentemente anche in Piemonte.

Si tratta di collaborazioni in cui, innanzitutto, viene messa in campo una strategia che attiva il commercio di prossimità, a fini di sviluppo economico, anche in contrasto al grave fenomeno della desertificazione commerciale, ma con uno sguardo ampio e partenariale alle sfide della rigenerazione urbana.

photo © Gabriella Clare Marino_Unsplash

Come si costruisce la sussidiarietà locale

Il tema delle istituzioni àncora è ancora da costruire. Le Università hanno un enorme potenziale attraverso la loro terza missione, in un’ottica di civic engagement locale. Alcune esperienze universitarie sono uscite dalla “torre d’avorio” e hanno iniziato a strutturare il loro ruolo civico, attivando le capacità del mondo accademico nei confronti dei quartieri e dei contesti in cui sono insediate. Le iniziative sono però ancora occasionali e deboli.

Le altre grandi istituzioni, quali ospedali, infrastrutture, enti culturali devono ancora cogliere l’opportunità di creare collaborazioni progettuali locali, a beneficio di lavoratori, utenti, studenti e abitanti in generale.

Guardando all’insieme della RSI di territorio e comunità, le aziende, o le fondazioni d’impresa, agiscono spesso da sole, disponendo di ridotte conoscenze, sulla base di progettualità autodeterminate. Nulla di male se la singola azienda sostiene un’associazione che si occupa di persone con disabilità perché l’AD ne ha incontrato il Presidente e ha deciso di fare una donazione per le loro attività; o se un’azienda supporta un anno la realizzazione di un giardino per il quartiere, l’anno dopo un corso di italiano per stranieri, poi ancora un programma di volontariato aziendale per la giornata del recupero cibo, ecc.

Però forse si possono creare forme di dialogo e co-progettazione tra privato e Terzo settore (e naturalmente settore pubblico) meno occasionali, più evolute, in cui si scambia in modo regolare, si conosce e vive insieme il territorio, per dare luogo a pratiche di collaborazione concrete e d’impatto. Quegli approcci a rete multi-attore e di governance strategica integrata, anche se faticosi da sviluppare e gestire, tornano a essere fondamentali per creare piattaforme interattive in cui nascano iniziative davvero generative, su misura per le sfide del territorio specifico, attivando nel miglior modo le risorse di tutte le parti.

La creazione di valore territoriale condiviso è quindi la nuova grande sfida per creare ponti e collaborazioni tra mondi diversi in relazione alle sfide complesse dello sviluppo sostenibile locale e della rigenerazione urbana e territoriale, in cui il settore pubblico non è più l’unico attore a guidare. Le diverse competenze dei vari soggetti pubblici, privati, dell’economia civile, della filantropia e delle comunità locali, individuali e nelle loro forme di rappresentanza – strategiche, finanziarie, relazionali, progettuali, operative – possono e devono incontrarsi, intrecciarsi e coordinarsi in modo concreto dando vita a un nuovo paradigma di azione e sussidiarietà locale responsabile e collaborativa.

 

NOTE

1. M.E. Porter and M.R. Kramer (2006), Strategy and society: the link between competitive advantage and corporate social responsibility, in Harward Businesss Review, dicembre 2006, https://hbr.org/2006/12/strategy-and-society-the-link-between-competitive-advantage-and-corporate-social-responsibility

2. Osservatorio Socialis (2020), IX Rapporto Socialis 2020, L’impegno sociale delle aziende in Italia.

3. Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore (2021), Responsabilità Sociale per la Rigenerazione delle Periferie. Imprese ed esperienze sul campo, Fondazione Cariplo, Milano.

4. ICIC, Anchor institutions and urban economic development: from community benefit to shared value, in Inner City Insights, vol. 1, issue 2, 2011, http://icic.org/wp-content/uploads/2016/04/ICIC_Anchors-and-Urban-Econ-Dev.pdf

5. Fondazione Symbola, Rapporti Competizione e coesione, 2014, 2016, 2018, 2021, https://www.symbola.net/collana/coesione-e-competizione/

6. Diverse ricerche e pubblicazioni sul Volontariato d’impresa della Fondazione Sodalitas, https://www.sodalitas.it/fare/comunita-territorio-qualita-vita/volontariato-dimpresa

Anna Prat è laureata in architettura e urbanistica al Politecnico di Torino e ha conseguito un Master in Pianificazione alla London School of Economics. Attualmente lavora come consulente e sta lanciando il progetto Valore Urbano Condiviso, per promuovere la collaborazione tra gli attori e la responsabilità sociale di territorio e comunità.

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