Trimestrale di cultura civile

L’originale illuminismo di Milano

  • GEN 2022
  • Gianluigi Da Rold

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Le ragioni storiche di un laboratorio creativo che non si è mai fermato. Al tempo di Ludovico il Moro venne soprannominata “L’Atene d’Europa” a sottolinearne la bellezza. Trattenuta, mai ostentata. Soggetta a dominazioni straniere, eppure sempre orgogliosa e intraprendente. Per via di una sua specificità e del radicamento, di continuo aggiornato, di un pensiero riformista capace di mettere a frutto l’esperienza del socialismo non massimalista e del cattolicesimo liberale. Una storia importante di donne e uomini. Di imprese e decisori pubblici. Che fa del tratto meneghino un caso unico di rigenerazione.

È con il Settecento che Milano ritorna al ruolo di grande capitale europea della cultura, e non solo, che aveva guadagnato sin dall’epoca romana e poi nel secolo XV con il ducato dei Visconti e degli Sforza. Era stata una città bellissima, soprannominata l’“Atene d’ Europa” al tempo di Ludovico il Moro, con il grande Leonardo da Vinci che dipingeva L’ultima cena e La Dama con l’ermellino e continuava i suoi studi avveniristici.

Furono scelte politiche sbagliate, nell’Italia dei “cinque Stati”, che condannarono anche la Lombardia alla perdita dell’indipendenza, prima con i francesi e poi con gli spagnoli. Indipendenza che Milano manteneva da quando era un libero comune, prima dell’avvento della signoria e del ducato.

La cultura razionale della città

Milano poteva ricordare la sua rapida ascesa da villaggio celtico-insubro, fondato nel VI secolo a.C., fino a capitale dell’Impero romano d’Occidente. Poteva ricordare la grande importanza dell’arrivo a Milano di Ambrogio da Treviri, nominato vescovo il 7 dicembre del 1374, che si ispirò al cristianesimo di sant’Agostino e che mise fine allo scontro tra ariani e cattolici, e fece costruire, tra le altre, una delle più belle basiliche di Milano tra il 379 e il 386 d.C.: quella che si chiamerà Sant’Ambrogio.

La decadenza era avvenuta con il Cinquecento e soprattutto con il Seicento, descritto dai cronisti inglesi viaggiatori con lo stupore per quello che avevano sentito decantare e ora osservavano in una indescrivibile desolazione. Del Seicento, Milano ricorda volentieri solo la Biblioteca Ambrosiana, inaugurata nel 1607 dal cardinale Federico Borromeo, proprio all’incrocio del vecchio castro romano tra il cardo e il decumano.

Prima nel 1706 e poi definitivamente nel 1738, Milano e la Lombardia diventarono parte dell’Impero austriaco e nel passaggio dalla dominazione spagnola, con quel drammatico Seicento contrassegnato dalla peste e dalla guerra dei Trent’anni, fu poco prima dell’avvento di Maria Teresa d’Austria che nacque l’Accademia dei Pugni e poi quella dei Trasformati.

Così iniziò l’Illuminismo lombardo, contrassegnato da una cultura razionale, libera, laica, sempre legata a un cattolicesimo popolare. Venne fondato un celebre giornale Il caffè (che usciva ogni dieci giorni) dove scrivevano Cesare Beccaria, Alessandro Verri, ma anche l’abate Alfonso Longo.

 

Beccaria aveva già dato alle stampe un libro fondamentale per quegli anni, Dei delitti e delle pene di materia giuridica, ma la sua opera principale era quella di analisi economica, quella che Joseph Schumpeter non solo lodò, ma scrisse che aveva anticipato le stesse analisi e teorie di Adam Smith.

Maria Teresa d’Austria ammirava Milano ed era attenta anche alla sua espansione edilizia e chiamò l’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini per restaurare palazzo Ducale, per sistemare piazza Fontana, la zona di Porta Orientale, ma soprattutto il progetto della Scala, insieme al restauro di palazzo Belgioioso e palazzo Greppi.

Milano era una città in pieno sviluppo e “restauro”, se così si può dire, ed era ritornata famosa al punto che Caterina la “grande” di Russia cercò di chiamare Beccaria a San Pietroburgo, ma questi preferì restare nella sua Milano per insegnare alle Scuole Palatine. Quando lo scrittore francese Marie-Henry Beyle, Stendhal, vide la Scala, la descrisse come il teatro più bello del mondo e chiese di incidere “milanese” sulla sua tomba nel cimitero di Montmartre a Parigi.

Libera e unica nonostante le occupazioni straniere

L’entrata nell’Ottocento per Milano fu soprattutto l’arrivo di Napoleone Bonaparte e del suo figliastro Eugenio di Beauharnais, che divenne viceré del Regno d’Italia napoleonico con Milano capitale. Napoleone lasciò un segno nei milanesi, basta pensare a quanti parteciparono alla campagna di Russia che terminò con la prima sconfitta dell’imperatore. Se la grande storia ricorda il 5 maggio di Alessandro Manzoni, la piccola storia ricorda il caffè Cova, di cui era proprietario un reduce che si salvò alla Beresina e che, al suo ritorno a Milano, edificò il locale in stile neoclassico vicino alla Scala.

Ma nell’Ottocento che arriva, si realizza tutto quello che Milano è stata e ha rappresentato nella sua storia: una città libera e unica, malgrado le dominazioni straniere; una città laica e di religione popolare cattolica; pragmatica e legata a quella che diventerà un suo tratto inconfondibile: la “politica del fare”.

Milano partecipa all’epopea risorgimentale, con le Cinque giornate del 1948, ma si troverà in conflitto con Carlo Alberto al ritorno degli austriaci in città e, in seguito, vedrà nell’unità nazionale, a cui parteciperà anche con molti suoi patrioti nella spedizione dei “Mille”, una grande speranza, a cui seguirà una parziale delusione perché l’Italia non sembra valorizzare del tutto Milano, anzi spesso la esclude dalle grandi decisioni politiche. È sintomatico che il patriziato e l’alta borghesia milanesi siano rimasti estranei alla politica italiana.

La presenza di Anna Kuliscioff e di un certo socialismo

Milano, con il suo retroterra lombardo, conosce invece uno sviluppo imprenditoriale impetuoso. Il popolo che cresce a Milano ha già i connotati delle grandi masse dei lavoratori, di quella che comincia a essere chiamata classe operaia. E la classe dirigente che si forma è quella rappresentata dagli anarchici e dai socialisti di vario tipo, sino ai riformisti di formazione marxista.

A Milano fa l’avvocato il fondatore del Partito Socialista Italiano, Filippo Turati, con la sua compagna Anna Kuliscioff, un’ebrea russa bellissima che si chiama in realtà Rozenstejn e che studierà prima filosofia a Zurigo e poi medicina in Italia. Kuliscioff è il cognome tipico degli schiavi russi, che Anna adotta per le sue esperienze rivoluzionarie giovanili. Ha una bambina, Andreina, dalla sua prima unione con un altro socialista italiano, Andrea Costa, ma vivrà sempre con Turati fino alla morte, circondata da altri intellettuali come Leonida Bissolati e Claudio Treves e tanti allievi che si riuniscono nella casa sotto la galleria di piazza Duomo, oggi ricordata da una piccola targa.

Quando si arriva alla svolta politica reazionaria di fine Ottocento, condotta soprattutto da Francesco Crispi, ex garibaldino diventato monarchico e reazionario, allo scandalo della Banca romana e alla sconfitta di Adua (1896) per la politica coloniale italiana, Milano e la sua classe operaia si ribellano.

A Genova nel 1892 era stato fondato il PSI che si separa dagli anarchici e nel 1906 le leghe operaie fonderanno a Milano la CGIL, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Sono presenti all’atto di quella fondazione quasi 700 sindacati locali in rappresentanza di 250mila iscritti.

È tra questi due grandi eventi storici, maturati per lungo tempo nel 1800, che scoppiano nel maggio del 1898 i moti di Milano, per protestare contro il continuo aumento del prezzo del pane e le disumane condizioni di lavoro. Il governo Di Rudinì reagirà con lo stato d’assedio e il generale Fiorenzo Bava Beccaris piazzerà i cannoni sui bastioni di Porta Venezia: 200 morti (ufficiali), oltre 450 feriti, con 129 processi e 828 imputati. Due anni dopo, il 29 luglio 1900 a Monza, l’anarchico Gaetano Bresci sparerà, uccidendolo, al re Umberto I, proprio in seguito alla tragedia dei moti milanesi del ‘98.

Il laboratorio sempre aperto del riformismo milanese

È in questa sequenza di fatti che cresce il riformismo milanese e induce a modificare la politica nazionale che, con i governi di Giuseppe Zanardelli e di Giovanni Giolitti, cambia completamente linea. Giolitti arriverà a dichiarare di essere pronto a una collaborazione anche parlamentare con i socialisti e invocherà i principi di uno Stato liberale.

Il socialismo milanese, attraverso Filippo Turati e Anna Kukiscioff, attraverso la rivista Critica sociale, dove scrive persino Federico Engels, e la collaborazione con l’Umanitaria fondata nel 1893 dal massone Prospero Loisé Loria, diventa un grande movimento che sorprende tutti il 30 giugno del 1914, quando viene eletto sindaco l’avvocato Emilio Caldara, un allievo di Filippo Turati. Il Corriere della Sera di Luigi Albertini lancia un grido di allarme con il titolo “Barbarossa a palazzo Marino”.

Il ruolo dei Comuni è decisivo nella strategia dei socialisti riformisti, tanto che viene coniato un programma dal titolo “socialismo municipale”, che prevede: garantire sussidi ai disoccupati, procurare posti di lavoro, calmierare i prezzi dei generi di prima necessità, promuovere l’edilizia popolare, rendere equa l’impostazione tributaria con l’imposta sulla proprietà, procedere con le municipalizzazioni. Questi interventi sono alla base del programma di Caldara. Ma il nuovo sindaco socialista, neutralista e contrario alla guerra, deve far i conti proprio con la Prima guerra mondiale, che scoppia dopo pochi mesi e coinvolge anche l’Italia.

Il programma di Caldara dovette subire inevitabilmente dei cambiamenti ma, principalmente, l’azione della giunta partì con l’istituzione dell’Ufficio del lavoro. Durante la guerra il sindaco mise in atto un piano di assistenza che fece cambiare idea al Corriere di Albertini. Gli aiuti ai profughi e ai rimpatriati (in soldi, abitazioni, assistenza) che arrivavano a Milano furono organizzati da un Comitato, che aveva proprio il compito di dare destinazione a questi fondi raccolti dal Comune e dalle associazioni cittadine. L’Ufficio per l’assistenza economica alle famiglie dei militari era presieduto dallo stesso Caldara. L’Ufficio per il collocamento e soccorso dei disoccupati, residenti da un anno, e il ricovero e sussidio a profughi e rimpatriati continuò dopo Caporetto in altra forma, in modo molto più incisivo.

Emilio Caldara era, inoltre, un innovatore. Esiste ancora il progetto di una rete di metropolitane che doveva collegare Milano con le province lombarde e che ovviamente, a causa della guerra, non poté essere realizzato. Ma in realtà, la giunta di Caldara non si fermò nella sua azione solo all’assistenza; venne data vita all’Azienda consorziale dei generi di consumo per togliere alla speculazione i rifornimenti dei generi di prima necessità come il latte, il pane, l’olio, le scarpe, i vestiti, la legna, il carbone. Arrivò la municipalizzazione dei tram, approfittando della scadenza della concessione alla Edison. Venne anche istituito il servizio farmaceutico comunale.

Poi Caldara si dedicò alla costruzione di molte scuole elementari e speciali per portatori di handicap. Le grandi opere dovettero invece subire ritardi, come la nuova Stazione Centrale, l’Ospedale di Niguarda, il Tribunale, che poi terminarono i podestà fascisti, attribuendosi un merito che non era loro.

Seguì per due anni la giunta di un altro socialista, non turatiano, ma appartenente alla linea degli “intransigenti” del PSI, Angelo Filippetti, che fu sindaco dal 20 novembre 1920 al 3 agosto del 1922, quando Gabriele D’Annunzio guidò l’assalto a Palazzo Marino e da quel momento il consiglio comunale fu sciolto e poi guidato da commissari prefettizi e dai podestà durante la lunga notte del fascismo.

Filippetti, non turatiano, si oppone alla linea di Caldara, e rappresenta il massimalismo al potere. Ma quella è l’Italia perdente e il riformismo è di fatto già entrato nel DNA della città.

Del resto, Turati al Congresso di Livorno del 1921 aveva ribadito con coraggio il metodo riformista e rivolgendosi ai massimalisti, che poi fondarono il PCI, aveva fatto un discorso profetico nel pomeriggio del 19 gennaio: “Il mito russo sarà evaporato e il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato... il nucleo solido a cui ritornerete è l’azione, non l’illusione, il miracolo, il precipizio, la rivoluzione in un dato giorno ma l’abilitazione progressiva libera per conquiste successive: subiettive e oggettive; della maturità proletaria improntata ad azioni sociali: sindacati, cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura, tutto ciò è il socialismo che diviene”.

Anna Kuliscioff fu fiera del discorso di Turati e bollò ancora una volta il massimalismo, che doveva trionfare storicamente mentre il fascismo soggiogava l’Italia, come un gruppo di “giacobini da strapazzo”.

Il sindaco Greppi, socialista riformista e cattolico convinto

Alla lunga, la storia ripaga quasi sempre la coerenza degli uomini. Dopo l’ultima guerra, dall’aprile 1945 al 1951 ritorna a palazzo Marino un allievo di Turati, un sindaco socialista riformista e cattolico convinto, si chiama Antonio Greppi ed è stato un partigiano. Nella lotta di Liberazione ha perso un figlio, anche lui partigiano, in un’azione. Greppi è il protagonista della ricostruzione della città nel dopoguerra.

Tra i suoi primi interventi mise subito mano al piano regolatore. Fu Greppi a mettere in atto la ricostruzione urgente delle case, quelle delle periferie isolate, le famose case di ringhiera: una impresa lunga e difficile, ma che alla fine ottenne almeno l’effetto di assicurare una dimora ai milanesi, come ricordava Luchino Visconti nel suo Rocco e i suoi fratelli: “Una casa a Milano, anche per uno che viene dal Sud, te la trovano sempre”. Comincia in quell’epoca una spinta ancora più forte per l’edilizia popolare e le vecchie cooperative di varie categorie di lavoratori, costruiscono case, magari non belle ma almeno dotate di un minimo conforto. Ma Greppi non si ferma solo a questo, vuole ricostruire la bellezza di Milano, quindi mette mano alla ricostruzione di monumenti ed edifici di arte e cultura: dalla Galleria a palazzo Marino, a palazzo Reale, al Cenacolo, al Castello, alla Cà Granda, ai numerosissimi restauri di palazzi e chiese bombardate e, ovviamente, alla Scala.

Anche se è tempo di guerra fredda, con la sinistra che si divide, l’impronta riformista rimane a Milano, con maggioranze diverse, con i suoi sindaci socialisti o socialdemocratici. Il riformismo turatiano ritornerà con il più giovane sindaco eletto a Milano, Carlo Tognoli, che farà anche l’elogio della politica di Carlo Rosselli, il teorico del social-liberismo che verrà ribattezzato lib-lab.

Sarà la risposta alle turbolenze del 1968 che degenereranno nel terrorismo per dieci anni. Tognoli governa Milano dal 12 maggio 1976 al 21 dicembre 1986. È diventato socialista a 19 anni nel 1957, quando il comunismo sovietico uccide per le strade in Ungheria e Palmiro Togliatti “brinda” ai carri russi che riportano ordine.

Il PSI ritrova in quel periodo la sua originale vocazione riformista, da Turati a Bettino Craxi, e Tognoli presiede giunte anche con i comunisti milanesi, prevalentemente ormai amendoliani e quindi in dissenso con Enrico Berlinguer, che vogliono il superamento del leninismo. Nel nuovo PSI ci si può finalmente chiamare di nuovo riformisti, termine desueto e malvisto prima della segreteria Craxi.

Tognoli affronta con coraggio i nuovi problemi di Milano. C’è una crisi economica strisciante, un periodo di de-industrializzazione che sposta persone dalle fabbriche al settore dei servizi con le conseguenze che comporta in termini di edilizia popolare e di mobilità cittadina.

La stagione del buio e un presente interrogativo

È Tognoli che inaugura nel 1984 il “passante ferroviario”, che congiunge le linee provenienti da nord ovest con quelle provenienti da est e sud est passando prevalentemente sotto il centro urbano. Sarà sempre Tognoli che inaugurerà la terza linea metropolitana e valorizzerà talmente il Made in Italy nel mondo che Milano spodesterà Parigi come “regina della moda”. E la moda, da sola, in quel periodo fa il 5 per cento del PIL nazionale.

Tognoli prima e poi Paolo Pillitteri saranno i sindaci che qualcuno per invidia definirà i gestori della “Milano da bere”. Sarà Tognoli a replicare così: la “Milano da amare”, che fa le cose “senza promettere la luna”.

“L’invasione” della magistratura nel 1992 blocca Milano. Ci vorrà del tempo perché la città si riprenda, con l’Expo ad esempio, ma occorrerà aspettare ancora anni per raggiungere il livello del periodo del riformismo resuscitato.

Salta all’occhio un nuovo problema. Nelle ultime votazioni amministrative, solo il 48 per cento degli aventi diritto vota a Milano e i voti che rappresentano il sindaco sono circa il 24 per cento. Commenta Sabino Cassese: “la democrazia nasce anche con la paura della dittatura della maggioranza, ma una democrazia si deve intanto basare su una maggioranza che rappresenta gran parte della popolazione”.

Gianluigi Da Rold è giornalista e scrittore italiano. È stato inviato speciale del Corriere della Sera e condirettore della rete regionale della RAI a Milano. Nel 1978, con Tobagi, promuove la fondazione di Stampa Democratica, nuova corrente sindacale del giornalismo italiano.

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