Trimestrale di cultura civile

Botta: la città, umana conquista
di memoria e di cambiamento

  • APR 2022
  • Giacomo Giossi

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“Valore dello spazio collettivo e capacità di trasformazione sono caratteri propri della civiltà urbana europea. Se vogliamo progredire dobbiamo favorire l’incontro: esso è la prima forma di scoperta”

Mario Botta è tra i più importanti e influenti architetti contemporanei. Nato a Mendrisio, cresciuto professionalmente a Milano e per certi versi adottato da Venezia, porta con sé una visione dell’architettura in perenne tensione tra pragmatismo e senso del sacro.
Fondatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio e allievo ideale di Carlo Scarpa, Botta ci aiuta a riflettere su questo tempo d’emergenza, e anche di paura, che da un paio di anni sta cambiando il nostro modo di percepire la città, per cui le attività umane si ritraggono spesso dentro gli schermi dei computer e degli smartphone.
In questi anni in cui le persone si sono allontanate l’una dall’altra, e le architetture, dei più vari generi, rischiano di diventare di nuovo “castelli”, fortilizi di identità chiuse di ritorno, magari dotati di bunker antiatomico, per Botta il compito di un progettista “è ritessere fili civili”, badare un po’ meno alle forme e un po’ più “alla vita dell’uomo”.

Dopo questa pandemia, cosa resterà dell’idea di città?

Credo che la città sia e resti una conquista dell’umanità. Sin dal Neolitico, è la forma di aggregazione umana più performante, più bella, più flessibile e più intelligente che l’uomo conosca. Non c’è un’altra forma che permetta di vivere e di vincere il sentimento terribile della solitudine, e che apra liberamente alla vita sociale – l’uomo è un animale sociale – in maniera così funzionale ed efficace come la città.

Di fronte a un pericoloso virus, improvvisamente la città ci è apparsa come una zona di eccessiva promiscuità, di facile contagio: è un modello aggregativo in crisi?

Anche se la circostanza tecnico-sanitaria ci ha imposto a lungo delle rigide condizioni di sicurezza, la città resta una conquista enorme. E per quello che credo e penso, è assolutamente impossibile immaginare la nostra vita senza la città. Essa non è solo un insieme di funzioni, la città è il territorio della memoria, il luogo dei popoli estinti. Noi andiamo a Venezia non perché abbiamo bisogno delle funzioni di Venezia, e nemmeno della sua straordinaria bellezza, ma perché abbiamo bisogno di riconoscere noi stessi attraverso le generazioni passate che hanno costruito quella meravigliosa città. Ci andiamo a cercare noi stessi.

Quindi è importante restare in città nonostante le difficoltà di questi anni?

Ma certamente! E non è una questione tecnica o banalmente pratica e distributiva. Noi cerchiamo la città perché è il luogo dei nostri progenitori, perché lì ci sono le piazze e le strade in cui si incontravano loro. Quando lavoravo al progetto per la Scala di Milano avevo ben presente cosa rappresentava quel luogo al di là del valore storico e artistico. Io so infatti che quando vado alla Scala non ci vado solo per sentire della musica straordinaria o per ascoltare l’opera e avvertire la magia di un rito collettivo, ma ci vado perché quel rito contiene anche un immaginario che è stato già vissuto da altri prima di me e che in me, come in ogni altro spettatore, rivive per l’ennesima volta. Mia nonna che era una domestica, una serva, alla Scala ci andava con il calesse, con i cavalli bianchi. Assisteva allo spettacolo rigorosamente in piedi, in quella che oggi è diventata la platea. E poi aspettava con gli altri servi che il calesse ripartisse per tornare a Luino a riportare a tarda notte i signori, nel buio più completo. Perché la città ha bisogno del teatro? Per permettere questo elemento di memoria che l'alta tecnologia più avanzata non ci potrà mai trasmettere. E l'architettura del teatro è parte di questo racconto. Noi di solito ne siamo inconsapevoli, ma siamo chiamati a celebrare dei riti e dei miti che non appartengono solo alla nostra cultura attuale ma a un grande passato. Quindi io alla Scala mentre ascolto musica, vivo una parte di me che fu di mia nonna. Vivo la memoria di qualcosa che non si esaurisce e non scompare certo nella superficialità del vivere immediato, che è la vera catastrofe dei nostri giorni: al contrario, la città è permanenza di valori.

Il suo lavoro la porta spesso in Asia, cosa vede in quella società?

Ho lavorato in Cina, ad esempio a Shanghai, e devo dire che anche lì si cerca e si insegue il modello della nostra città europea, fatta di verde, spazi comuni etc. Tuttavia, non bisogna dimenticare che per la Cina questo rappresenta un salto incredibile compiuto in poche decine di anni. Ciò che noi abbiamo costruito, stratificato e trasformato in mille anni loro lo hanno fatto in dieci, venti, trent’anni al massimo. Un balzo enorme che li ha scaraventati da una situazione praticamente medievale fin dentro alla contemporaneità, e questo ha creato evidentemente grandi squilibri.

I nostri valori urbani sono avvertiti in culture così diverse?

Soprattutto lì. Sono i lontani a percepire la sintesi di questi valori racchiusa nella città europea, nelle sue forme, nelle sue dinamiche, nelle sue abitudini, come qualcosa che cercano di far proprio. Infatti, chiamano i nostri architetti a dar forma al loro modo di vivere venturo.

Quali sono le differenze tra la città di stampo europeo e quella asiatica?

La città asiatica è molto più primitiva, semplice e schematica. In sostanza, è una struttura estremamente funzionale, dalle strade fin dentro all’ascensore che porta direttamente ogni abitante nel proprio spazio privato. La città europea invece ha una serie di spazi di transizione che ne sono la principale ricchezza. La città sta negli spazi aperti, negli spazi pubblici, le contrade, le grandi piazze e i viali. La città è lo spazio collettivo, non quello privato. Il privato poi può modificarsi di volta in volta, il cambiamento d’uso in città è molto diffuso e comune: una struttura nata per essere una scuola si trasforma in un insieme di uffici, un’altra nata per essere una residenza diventa una galleria d’arte, o altro ancora. E questa capacità di trasformazione è una forza tipica e particolare della città europea. Anche all’interno dell’emergenza, sono gli spazi pubblici il luogo da cui ripartire. Non ho dubbi che la città continuerà più di prima a evolvere in maniera sempre più bella e accogliente.

Cambierà il disegno delle nostre città?

Probabilmente sì, si ridefinirà la sua architettura. Del resto, l’uomo è l’animale che più si adatta alle condizioni, lo sappiamo bene. Ma dobbiamo anche considerare che la città che siamo abituati a vivere noi non è una costante, non è una permanenza fissa. La città di oggi è diversa dalla città che hanno vissuto i miei genitori, che è ancora diversa da quella che hanno vissuto i miei nonni.

Si adatta e cambia come un organismo.

Ha una flessibilità incredibile, più di quanto ci si possa immaginare. Certo, ha delle costanti e delle permanenze, ma poi ha tutta una serie di variabili continue. Le nostre città sono molto diverse da come sono state fondate e da come sono state trasformate attraverso la sedimentazione e la stratificazione storica. La ricchezza che ha una città è data dalla sua capacità di trasformazione e interpretazione del tempo che vive, come della memoria. Io credo che ogni società abbia la città che si merita. Da questo punto di vista la città è impietosa, riflette sempre la tensione morale che la storia di quel momento offre.

Non crede che, come molti hanno ipotizzato, nei prossimi anni assisteremo a una fuga verso la campagna?

Forse, ma per condizioni strutturali temporanee. Io non dico certo che si debba vivere sempre in città, parlo più che altro di un bisogno esistenziale che è tale da cinquemila anni. La città è sempre stata un attrattore non solo economico. L’idea della città è più forte anche della nazionalità, perché è una forma identitaria: ci dice da dove veniamo.

I “social” non sono una forma nuova di vita civile?

Lo scambio umano, la fisicità, è parte integrante del pensare, del comprendere. A distanza, sì, certo, si mandano tanti messaggi e si fanno un sacco di videochiamate, ma non si pensa. Ciò che si fa è attingere ognuno al proprio archivio personale, ripetere quello che già sappiamo, essere quello che già siamo. Ma se vogliamo evolvere, risolvere e cambiare le cose dobbiamo progredire, e l’unico modo che conosco è quello che nasce dall’incontro. L’incontro è una forma semplice, umanissima di scoperta.

Mario Botta è un architetto svizzero di fama mondiale, si occupa di progetti su scala nazionale e internazionale.

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