Trimestrale di cultura civile

Stiglitz: integrare gli emarginati

Il premio Nobel non teme una ripresa dell’inflazione: “Chi sta in fondo alla scala sociale in questo momento è in grado di fare meglio di chi sta in alto: questo aiuterebbe ad affrontare il problema diffuso e preoccupante della disuguaglianza”. Perché, non dimentichiamolo, “la pandemia ha aggravato e aggrava le disuguaglianze”.

“La salute pubblica, il controllo delle malattie contagiose, è un bene pubblico globale” ha detto il premio Nobel per l’economia (2001) Joseph Stiglitz nella sua lectio di giugno alla Summer School dell’Istituto di Studi economici e per l’Occupazione (Iseo), in Italia, parlando de “L’impatto economico della pandemia”.
Stiglitz definisce le conseguenze del Covid-19 sull’economia mondiale come “un esperimento incontrollato” con effetti differenti: “

Se ci guardiamo intorno, ci sono modelli diversi di impatto economico e di politiche che vengono perseguite”. Gli effetti sono stati spesso “drammatici, ma hanno colpito diversi gruppi in modo molto variegato: purtroppo la pandemia aggrava le disuguaglianze”.
Uno dei problemi principali che dobbiamo affrontare è che “il calo dell’occupazione dei lavoratori a basso salario è stato molto maggiore di quello dei lavoratori con salario più alto”. Negli Stati Uniti – dice l’economista –, “nelle industrie in cui i sindacati erano deboli, poco si è fatto per tutelare i lavoratori”. E osservando “le drammatiche differenze tra gli individui a reddito più alto e quelli ai livelli più bassi” della scala sociale, è evidente che “l’influenza delle condizioni educative è stata enorme”.
Una delle grandi questioni su cui si sta discutendo è quanto le misure di assicurazione contro la disoccupazione possano essere utili: “Sia nei termini di come proteggiamo la spesa, sia in termini di offerta di lavoro”. Quello che è molto chiaro – dice Stiglitz – è che i sussidi di disoccupazione hanno fatto una grande differenza quanto a capacità di mantenere il proprio tenore di vita”. Nel mondo, alcuni Stati hanno sussidi di disoccupazione molto alti, altri molto bassi.

Ma per l’economista un’elevata assicurazione contro la disoccupazione non è la causa del mancato rientro delle persone nel mercato del lavoro: “Più importante è la distribuzione del reddito”.
Senza dubbio “alcuni Paesi democratici hanno fatto molto meglio di altri”. Stiglitz è molto critico con l’amministrazione Trump e indica “la Nuova Zelanda come uno degli esempi di buone prestazioni”. Al contrario, non solo il Brasile ma anche “la performance più recente dell’India è un cattivo esempio”. L’eminente economista è interessato a capire “perché alcuni Paesi hanno ottenuto risultati così scarsi”. Ciò ha a che fare – dice – con le precarie condizioni sociali preesistenti, come una “maggior disuguaglianza in tema di ricchezza, un sistema sanitario scadente, bassa coesione sociale tra gli individui – c’è poco rispetto gli uni per gli altri, e c’è meno rispetto anche per la scienza”.

Più coesione, maggiore governo delle economie
Di fronte all’attacco del Covid-19 abbiamo scoperto ancora una volta che “in qualsiasi situazione come questa emergenza, il governo centrale gioca un ruolo molto importante, soprattutto se sono in ballo problemi di salute. Ciò significa che c’è bisogno di una risposta pubblica, ma allo stesso tempo tra i cittadini c’è meno fiducia, e meno fiducia nel governo”.
Il settore pubblico però non è l’unico pilone debole dell’edificio sociale: “Ci sono ulteriori problemi in quello privato: esso si è dimostrato non elastico e reattivo, allo scoppiare della pandemia non è stato in grado di produrre rapidamente presidi semplici come indumenti protettivi o mascherine, per non parlare di prodotti più complicati come ventilatori e tamponi”.
“Ho presieduto una commissione internazionale sulla performance economica e sul progresso sociale – dice Stiglitz – e una delle cose che abbiamo sottolineato nella nostra relazione è che un elemento determinante della performance economica che viene sottovalutato è la misura della coesione sociale e della fiducia.

Grandi divisioni nella società tra ricchi e poveri, contrapposizioni etniche e razziali impediscono quel tipo di fiducia, e ovviamente in Paesi come gli Stati Uniti enormi divisioni, sia in termini di reddito che di razza, ci sono ancora”. I Paesi che hanno mostrato un senso di coesione e di fiducia hanno governato meglio le loro economie durante questa crisi globale.
Così come la risposta alla malattia è stata diversa da Paese a Paese, allo stesso modo anche quella economica e sociale: “Alcuni Paesi sono riusciti a limitare l’entità della disoccupazione e quindi le sue conseguenze. Dato che gli Stati Uniti non avevano, di fatto, un sistema di assistenza sociale all’altezza e i programmi di protezione dei redditi non sono stati ben progettati, abbiamo avuto un enorme aumento della disoccupazione. Ma abbiamo usato un bazooka e, soprattutto dopo il pacchetto di salvataggio di 1.900 miliardi di dollari di Biden, l’entità del danno è stata più limitata che in Europa e in altri Paesi, e gli Stati Uniti hanno a portata di mano l’obiettivo di tornare prima degli altri in una condizione migliore rispetto a prima della pandemia”.
Se lo scopo ora è “ricostruire meglio”, la nostra agenda deve basarsi “sul riconoscimento che c’era molto di sbagliato nel mondo nel gennaio 2019”, e che la pandemia ha aggravato una situazione preesistente: “I problemi del cambiamento climatico e di una necessaria trasformazione delle strutture di base della società sono solo peggiorati, e la pandemia ha messo in luce la mancanza di strutture sia del settore privato che di quello pubblico”. Ora abbiamo allo stesso tempo “una crisi climatica, una crisi sanitaria, una crisi di disuguaglianza”, e questo significa che “i fondi che stiamo spendendo – un’enorme quantità di denaro – dovranno fare un doppio lavoro, un triplo lavoro: affrontare non solo la ripresa delle nostre economie, ma anche la disuguaglianza e la trasformazione economica e green”. Dunque, per Stiglitz, “questo è per molti versi un momento entusiasmante e stimolante per l’economia”.

 


Il premio Nobel dice apertamente che dopo il Covid-19 la scienza economica stessa deve cambiare direzione: “I modelli standard sono inadeguati a rispondere alla situazione”. La pandemia “ha messo in luce alcuni limiti in economia e politica, ha reindirizzato la nostra attenzione su sorprese e discrepanze tra ciò che facciamo e come dovremmo invece rispondere alla situazione.

È tempo di incoraggiare una riformulazione generale, pensando a cambiamenti di politiche sia transitori che permanenti”. Ricordandoci che i vecchi modelli economici “hanno alimentato le disuguaglianze, i fallimenti del mercato”, e si spera che ci portino “a ripensare l’equilibrio tra governo, mercati e società civile e a ripensare tutti i nostri obiettivi di politica economica e sociale”.
Per risolvere i nostri problemi – dice Stiglitz – gli strumenti a disposizione ci sono: “Sono strumenti antiquati? Il progresso non è sempre un avanzamento, aver reso i nostri modelli economici più complicati, negli ultimi decenni, non li ha resi strumenti di politica migliori, anzi, li ha resi più irrilevanti. Non ci hanno affatto fornito una descrizione migliore di come le persone si sarebbero comportate nel breve periodo, in risposta a una pandemia”.
L’economista pensa che ora “ci sarà molta più attenzione alla parte inferiore della distribuzione del reddito. La pandemia ha sia reso evidenti che aggravato i problemi di quella gente, lo vediamo molto bene negli Stati Uniti, dove l’amministrazione Biden si è impegnata in un pacchetto di salvataggio che in un anno si stima possa ridurre la povertà infantile dal 40 al 50%”. Questo è importante nel lungo periodo perché sappiamo che “se i bambini crescono in povertà, senza un’adeguata nutrizione e salute, quando raggiungeranno la maturità non saranno membri attivi della forza lavoro. Quindi il modo in cui trattiamo le persone che stanno in fondo alla scala sociale non è solo una scelta di ‘politica umanitaria’, ma anche un passaggio importante di una strategia di crescita economica a lungo termine”.

Restare all’erta
Di fronte a un intervento pubblico così significativo a sostegno dell’economia, molti analisti temono ora una ripresa dell’inflazione. “Non sono molto preoccupato per un surriscaldamento dell’economia, devo dire però che c’è molta incertezza. Non abbiamo mai avuto crisi come questa, dunque chiunque dicesse che sa per certo ciò che sta per accadere sarebbe ovviamente uno spaccone. Io non sono molto preoccupato, penso tuttavia che dobbiamo restare all’erta”.

La situazione – dice Stiglitz – si sta evolvendo molto rapidamente: “Alcune delle carenze a cui stiamo assistendo sono carenze a breve termine. Abbiamo fermato le nostre economie e ora le stiamo riavviando, e il sistema non è molto bravo a farlo.

Ci vuole molto coordinamento, il meccanismo dei prezzi va bene per guidare l’economia in aggiustamenti effettivi attorno a un sentiero di equilibrio quando le cose vanno abbastanza bene. Quando fermi un’intera economia è una cosa molto diversa. Per esempio, le aziende che producevano semiconduttori hanno chiuso perché pensavano che non ci sarebbe stata domanda per un po’. Poi l’industria automobilistica ha iniziato a crescere, quindi hanno dovuto riavviare la produzione, ma ci vorrà del tempo. Eppure, la capacità produttiva sottostante c’è. Molte delle cose che stiamo vedendo sono solo delle strozzature temporanee, dei colli di bottiglia che verranno presto superati”.
Se l’economia si surriscalda, abbiamo gli strumenti – sottolinea il Nobel – per raffreddarla: “Penso che sarebbe bene aumentare i tassi di interesse. I bassi tassi hanno distorto i mercati di capitali, hanno portato a remunerazioni del rischio compresse, e il risultato è che il capitale non viene allocato in modo efficiente.

Quindi sarebbe meglio per l’economia di mercato globale se tornassimo a tassi di interesse più normali, piuttosto che continuare con i tassi reali negativi che abbiamo avuto negli ultimi anni”.

E per controllare una ripresa dell’inflazione “abbiamo anche strumenti fiscali: il rapporto fra tasse e Prodotto Interno Lordo negli Stati Uniti è basso – dice Stiglitz –, troppo basso per finanziare il livello di opere pubbliche di cui abbiamo bisogno, come infrastrutture, istruzione, progetti di ricerca e sviluppo. Abbiamo bisogno di molta più spesa e abbiamo ampio margine per aumentare le tasse. Alcune di esse migliorerebbero le prestazioni dell’economia: tasse ambientali, la tassa sulle transazioni finanziarie – per alcuni aspetti; le plusvalenze vanno tassate a un’aliquota più alta, altrimenti distorcono l’economia”.

E ricordiamoci – conclude il Nobel – che l’unico momento in cui la nostra economia fa un buon lavoro quanto a integrazione dei gruppi più emarginati è proprio quando è surriscaldata e il tasso di disoccupazione è molto basso: questa situazione si chiama ‘compressione salariale’, chi sta in fondo alla scala sociale va meglio rispetto a quelli al vertice, e ciò aiuterebbe ad affrontare il problema della disuguaglianza”.

 

 

Joseph Stiglitz è professore di Economia presso la Columbia University, è stato consigliere di Bill Clinton durante il primo mandato e, dal 1997 al 2000, senior vice president e Chief Economist della Banca mondiale. Nel 2001 è stato insignito del premio Nobel per l’economia con G.A. Akerlof e A.M. Spence per il contributo offerto, sin dagli anni Settanta, alla teoria dell’informazione.

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