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In “Corriere della sera/Buone Notizie” 8/9/2026

Vittadini: la sussidiarietà
non manda lo Stato in pensione

Il protagonismo della società è fondamentale. Ma per il bene comune occorre mettere a sistema il contributo di tutti. Questo compito di regia deve essere assolto dalle istituzioni pubbliche

La sussidiarietà è stata spesso raccontata come alternativa tra Stato e società. Quest’ultima sostanzialmente identificata con il mercato. Nell'ubriacatura neoliberista degli anni Novanta essa è servita da foglia di fico per anteporre interessi privati a quelli pubblici, nell'idea – corretta – che "pubblico" non dovesse coincidere esclusivamente con "statale". Sappiamo però come è andata: prevalsero le logiche del mercato, e politica e istituzioni persero terreno e credibilità. Il bene comune, fatto di partecipazione, rappresentanza, obiettivi di sviluppo equo (costituito da politica industriale - oggi inesistente - e welfare universale) ne ha pagato il prezzo più alto. 

Distribuire il potere tra Stato, istituzioni locali, società civile non è di per sé sussidiarietà, se non ha come obiettivo l’affermazione del bene di tutti. Come ha sancito la sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale, “in relazione alla natura della funzione, al contesto locale e anche a quello più generale in cui avviene la sua allocazione”, il principio può indicare un intervento “dall’alto”, dello Stato, e non dell’istituzione locale o della società civile.

Oggi, in un mondo caotico e globalizzato dove torna a dominare la legge del più forte, salvaguardare le istituzioni democratiche è prioritario. Certamente, per farlo serve innanzitutto arricchire il capitale sociale – fiducia, reciprocità, reti, senso civico, disponibilità a cooperare – risorse che rendono una comunità più capace di affrontare i problemi collettivi. Ma oggi più che mai un Paese democratico ha bisogno anche di una visione di società, di giustizia, di sviluppo. 

La sussidiarietà è precisamente il principio per cui viene messo a sistema il contributo di tutti. Questa regia "alta", però, spetta allo Stato, non alla società: la società dà il contributo fondamentale, ma può farlo solo con lo Stato, non contro. Le regole le dà lo Stato, l'azione per farle rispettare è dello Stato, orientare il sistema economico è compito dello Stato. 

Sussidiarietà e corpi intermedi pilastri della democrazia

La sussidiarietà è quindi innanzitutto un metodo: partendo dal problema si individua chi può contribuire a risolverlo, mettendo in comune competenze, risorse, responsabilità, sotto una regia pubblica. Questa deve però fare un salto di qualità nella capacità di coinvolgere, definire obiettivi, mettere a disposizione risorse e verificare i risultati. Senza una pubblica amministrazione efficiente e lungimirante, molte iniziative restano isolate o non raggiungono una dimensione stabile. 

Lo si vede in quelle aree interne dove cooperative di comunità, imprese sociali e associazioni cercano di mantenere servizi e coesione sociale. Esperienze preziose, ma che vanno sostenute: da chi? Prima il PNRR, ora i fondi di coesione mettono a disposizione risorse; ma chi ha la capacità di spenderle, invece di restituirle all'Europa? Il recente riordino della classificazione delle comunità montane conferma il punto: intercettare risorse e tradurle in interventi richiede capacità progettuale e amministrativa reale – strumenti urbanistici aggiornati, cooperazione intercomunale, una strategia condivisa, personale tecnico adeguato.

Anche perché le reti sociali, per vivere fuori dalle aree metropolitane, hanno bisogno di welfare, sanità, istruzione. In Garfagnana la telemedicina è stata implementata dai ricercatori della Scuola Sant'Anna di Pisa. Ma decidere che la spesa sanitaria non è un lusso rinviabile è decisione politica.

La logica della sussidiarietà non è "o questo o quello" ma "e questo e quello": collaborazione, valutazione paziente della soluzione migliore. Resta il problema di come organizzare la collaborazione tra capacità sociale e capacità pubblica. La fiducia favorisce la sussidiarietà, ma non è ancora organizzazione, né capacità di raccogliere risorse economiche, idee, iniziativa, né di scegliere un obiettivo sistemico e assumersene la responsabilità. Si può avere capitale sociale ma non bene comune, cioè vera capacità sussidiaria.

Il passaggio dalla relazione all'azione richiede condizioni precise: una società civile attiva ha bisogno di istituzioni capaci di dialogare con essa. Il Comune di Milano, ad esempio, nel Sistema cittadino di promozione dell'autonomia e prevenzione della grave emarginazione, ha coinvolto 32 enti del Terzo settore, riuniti in 9 ATI, per progettare insieme gli interventi.

Non solo la sussidiarietà non manda lo Stato in pensione, ma gli chiede qualcosa di più difficile: essere più forte per garantire ciò che deve garantire e per essere capace di lavorare con chi, sul territorio, può o potrebbe dare un contributo.

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