Nei loro tornanti gli Usa hanno vissuto passaggi esaltanti come traumatiche cadute. Comunque ancorati a un preciso e drammatico preambolo ideale. E oggi? Il quadro della situazione si presenta assai complesso da decifrare. E questa incomprensione desta inquietudine. Ecco una nuova sfida per la democrazia americana. Che, per la sua natura, ha sempre accettato l’impegnativa e ambiziosa prova degli stress test. Spunti da questo numero di Nuova Atlantide.
Oggi di cosa si parla quando si parla di Stati Uniti? E cosa pensano gli americani del loro Paese, della propria vita negli Usa? Domandarselo al tempo dei 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza e, soprattutto, in una fase storica piuttosto delicata per quella che resta, pur tra numerose criticità, una grande democrazia e una società aperta, plurale, è stata la ragione che ci ha portato alla costruzione di questo monografico di “Nuova Atlantide”. Che vuole essere, per l’appunto, un contributo costruttivo.

Un cammino audace
Quella degli Usa, da 1776 a oggi, è stata una parabola affascinante, complessa, densa di slanci e desideri, come di cadute e contraddizioni. Un Paese che si è sempre misurato con la propria identità, con radici ambiziose proprio perché esito del distacco dall’impero britannico e per i richiami scintillanti alla domanda di libertà, di uguaglianza fra tutti gli uomini, di esercizio del governo basato sul consenso dei governati. Insomma, una Dichiarazione innovativa, sorprendente, di sicuro impatto, di certo “pericolosa” per come andavano allora le cose. Ma, nei contenuti, assai provocante anche venendo in qua negli anni. Al punto che la sua idea di democrazia contiene per intero la caratteristica dell’esperimento, del laboratorio. Nella sua incompiutezza vi è il senso di un cammino audace. Perciò, un test sempre probante chiamato di continuo alla verifica, alla prova dei fatti. In nessuna fase della sua parabola storica si è avuta mai la certezza che quanto esplicitato nella Dichiarazione e in seguito plasmato nella Costituzione trovasse il conforto della conquista, della soddisfazione raggiunta una volta per tutte. Il dato indiscutibile è il contributo che gli Usa hanno fornito sul terreno della democrazia. Un patrimonio soggetto a una continua messa alla prova. D’altronde, in partenza, l’asticella era davvero alta e il grado di difficoltà già prevedeva la concreta possibilità di inciampi, soluzioni irrisolte, realistiche fragilità.
Grazie ai contributi che ospitiamo, si è provato a porre l’attenzione su alcuni snodi che hanno caratterizzato e caratterizzano la traiettoria di quella fondamentale parabola. Tenuto conto che il cammino umano, storico, politico, culturale e sociale degli Stati Uniti è un fatto che riguarda il mondo intero. È sempre stato così, lo è a maggior ragione oggi, con il mondo in fibrillazione per via di scomposizioni e ricomposizioni di alleanze che dovrebbero anticipare quel che sarà il nuovo ordine mondiale, la sua faccia, i criteri per nulla chiari che potrebbero animarlo.
L’intervista a cura di Gianluigi Da Rold che apre il numero è al giornalista e scrittore Federico Rampini. Profondo conoscitore degli Usa nonché cittadino americano, nella conversazione si è soffermato su questioni che scottano scansando l’insidia di cadere nei luoghi comuni, appiglio piuttosto in voga. L’autorevole commentatore e studioso ha infatti privilegiato la riflessione alle letture parziali, alle visioni pregiudiziali. Certo non lesinando critiche all’amministrazione Trump e allo stesso tempo invitando a provare a guardare gli Usa non con la lente, spesso deformata, con cui l’Europa osserva Washington. Le cose sono assai più complicate di quel che si è portati a credere. Rampini è ovviamente preoccupato dello stato in cui versa oggi la democrazia negli Stati Uniti e ha fatto esempi concreti a supporto del suo pensiero. Come si è soffermato sullo spinoso tema di una nuova “guerra fredda” all’orizzonte, dovuta all’inevitabile confronto-scontro tra Usa e Cina. In generale, le sue pacate risposte hanno avuto il pregio della chiarezza e del rinvio a nuove domande. D’altronde, questo è il tempo delle domande…
Il viaggio del monografico prosegue con alcuni articoli di carattere più squisitamente storico. Per comprendere qualcosa degli Usa di oggi è necessario tornare alle idealità messe nero su bianco nella Dichiarazione, e poi nella Costituzione. Analisi autorevoli ci hanno aiutato. Andrew Taylor, professore di scienze della politica, ha posto in rilievo quanto e come ha pesato la parola felicità nella stesura programmatica della Dichiarazione. Delle ragioni per cui nella Costituzione non compaia più esplicitamente pur rimanendo un punto non secondario, ma esplicativo di un’aspirazione connaturata all’individuo ed elemento positivo di coesione sociale. E, a proposito di Costituzione, Taylor, ha spiegato perché quella americana è intrinsecamente politica e pragmatica. Due caratteristiche virtuose.
La profezia di Tocqueville
Non poteva mancare il richiamo agli studi di Jill Lepore, brillante giornalista e storica di vaglia, per andare in profondità in merito alla discussione che ha portato alla stesura della Costituzione Usa. È stato un percorso non lineare perché idealmente intenso. In quelle feconde e provocanti idee vi è la natura dello Stato federale come forma politica dinamica. Dunque, come materia viva, anche contradditoria, eppure terreno fertile di un modello sempre in divenire che, per certi versi, ha interagito e cambiato il mondo. Il pensiero di Lepore (su cui si è soffermato Carlo Dignola) rappresenta una bella scossa. Afferma che sono sempre i grandi ideali a cambiare il corso della storia. E il popolo rimane un fattore decisivo di questo cambiamento. Invece, allo scienziato politico Carson Holloway abbiamo chiesto di farci entrare nell’opera fondamentale di Alexis de Tocqueville “La democrazia in America”. Lo storico e filosofo francese arrivò nello Stato federale ai primi dell’Ottocento e nello scritto evidenziò i punti positivi e gli elementi di criticità di quel modello. Si può dire che il suo studio continua a mantenere grande freschezza. Anzi, in più passaggi dell’intervista si è evidenziato come le sue osservazioni hanno avuto quasi il carattere della profezia. Per esempio, quando rileva che una democrazia non è, per definizione, esente dal pericolo della “tirannia della maggioranza”, quale forma di conformismo sociale e culturale che soffoca il dissenso e i diritti fondamentali del singolo individuo.
Nel suo contributo, il professore di Scienze politiche Matthiew S. Brogdon, nell’analizzare l’esperimento costituzionale americano, si è soffermato in modo particolare sul fatto che «il repubblicanesimo dei diritti naturali incarnato nella Dichiarazione non rappresenta una rottura con le tradizioni cristiana e classica, bensì una loro elaborazione. L’affermazione fondamentale della Dichiarazione è che la libertà è indispensabile per gli esseri umani perché essi sono predisposti a perseguire una felicità che il potere politico non è in grado di conferire loro, ma la cui ricerca resta insicura senza un governo ben fondato, sorretto da un popolo capace di autogovernarsi».
Anche qui ci troviamo a registrare un concetto assai provocante per il presente, e dunque sarebbe limitativo circoscriverlo agli Stati Uniti.
La centralità nella Dichiarazione d’indipendenza del tema della libertà, vero e proprio elemento spartiacque per promuovere una convivenza autentica nella società in un rapporto fruttuoso tra governati e governanti, è stato lo spunto indiretto del fitto dialogo tra Michael Sandel, professore all’Università di Harvard e Paolo Carozza, docente di Diritto e Scienze politiche (l’incontro si è svolto all’ultimo New York Encounter). Per Sandel, la crisi della democrazia ha avuto un immediato e drammatico riscontro nella crisi della globalizzazione. Si è ritenuto di annacquare la cultura liberale in generici e vuoti richiami con il risultato che il soggetto – persona si è pensato slegato da qualsiasi legame morale e comunitario. Un affrancamento, nella sostanza illiberale, che ha permesso il sorgere di fenomeni quali fondamentalismo, populismo e nazionalismo. L’Occidente ha accusato il colpo. Usa in testa. Occorrerebbe una svolta profonda e razionale. A partire da un recupero del significato illuminante e illuminato della libertà, che non può essere ridotto alla mera pratica del consumo di opportunità. La società occidentale deve accettare questa sfida. Una sfida sul terreno degli ideali, non semplicemente intesi come principi, ma in quanto motore propulsore di sviluppo creativo e ordinato. La “vita buona” non è utopia. Non si tratta di essere ottimisti, si tratta di avere speranza che qualcosa in tal senso possa accadere.
L’insidia della teologia politica
L’argomento America non è facile da approcciare. Tanto più quando è necessario occuparsi di consolidate criticità. La professoressa Elisabetta Vezzosi ci ha portato dentro alle periodiche turbolenze in materia di politiche di welfare. Una vicenda parecchio controversa, segnata per lo più da risultati deboli. Un excursus storico, il suo, che ha fatto emergere i notevoli contrasti tra i diversi orientamenti politici. Tra timidi avanzamenti e decisi arretramenti, la vicenda del welfare – in particolare sul fronte della sanità – rimane una crepa profonda nella società americana. Che, alla luce dei presupposti della Dichiarazione e della Costituzione, non può non far riflettere. Un’altra crepa, di cui si parla poco, specie fuori dagli Usa, è quella dei super Pac. Ovvero, i finanziamenti illimitati dei privati alla politica. Ne ha dato conto Alberto De Simoni per evidenziarne la pericolosità. Si tratta di una forma di pressione e d’influenza che indebolisce la struttura della democrazia. Ne incrina le peculiarità. La adombra. De Simoni ha affrontato il problema presentandoci un congruo numero di esempi. Dai quali emerge il pericolo, se non si interviene, di un progressivo sfarinamento del sistema democratico in quanto tale. Urge, insomma, una presa di coscienza e un cambio di passo.
Il professore Carlo Pelanda ha concentrato il suo articolo sulla necessità di una rigenerazione del capitalismo di massa. Come condizione indispensabile per far uscire la democrazia dalle secche in cui si dibatte. A suo avviso, gli Stati Uniti, per quel che rappresentano, non possono che essere il Paese faro di questa operazione di rilancio, nello spirito di un liberismo ritrovato e innovativo. Laddove gli Usa si adoperano in collaborazione con le altre realtà d’occidente, verrebbe a sorgere un mercato libero assai vasto a garanzia di ricchezza e benessere per le democrazie.

L’America è tante cose. Lo abbiamo visto: è nella sua natura. E, specie nelle stagioni più caotiche, vi affiorano tentativi che, in qualche misura, destano preoccupazione. Oggi è il tempo del ritorno sulla scena della teologia politica che, nelle crisi, trova la sua ragion d’essere con indubbi effetti attrattivi. L’amministrazione Trump attinge a un certo messianismo per dare motivazioni alte al suo dirompente procedere, al suo decisionismo sfacciato, alla sua volontà di potenza. Come, per vie diverse, si appoggia alla teologia politica l’autocrate Putin. Messianismo e fondamentalismi vanno a braccetto. Il professore di Diritto costituzionale Vincenzo Tondi della Mura, nel suo articolo, ha sostenuto che il potere che attinge a una giustificazione teocratica è destinato a esprimersi solo in termini di conflittualità politica. La promessa messianica in politica è un inganno. Che riduce la democrazia a comparsa. Necessita allora una democrazia «che non presuma di possedere la verità e la giustizia, ma nemmeno ne consideri insensata la ricerca». E la tecnologia, nella variante che può essere aggressiva dell’intelligenza artificiale, per così dire sta provando a mettersi culturalmente e fattivamente alla testa, negli Usa in primis, dei progetti ideologici di teologia politica. Essa intende infondere certezze basate sulla contrapposizione amico – nemico. Il professor Marco Dotti, studioso dell’insidiosa materia in quanto esperto di nuove tecnologie, ha raccontato di una figura controversa, Peter Thiel, imprenditore, fondatore di Palantir, il fautore principe della tecnocrazia (significa che la democrazia è un modello superato). Una sua frase dice molte cose: «In privato sono un piccolo, vecchio cristiano ortodosso e un umile liberale classico, con una sola deviazione dall’ortodossia: sono preoccupato per l’Anticristo».
L’America che oscilla
Altra criticità: il fenomeno migratorio. La questione attiene in tutto e per tutto con lo spirito della Dichiarazione d’indipendenza. E perciò dirompente con la storia degli Stati Uniti. Lo ha ricordato a più riprese anche papa Leone XIV. Ne ha scritto su “Nuova Atlantide” il professore Brendan A. Shanahan che insegna Storia degli Stati Uniti e del Canada alla Yale University. Si è alle prese con una storia segnata da conflitti e tensioni, che mette in evidenza l’incerta portata dei poteri nazionali in materia di immigrazione. Oggi gli aspetti controversi appaiono quasi come fattori normali, ha chiarito l’autore nel suo articolo. Siamo dentro una fase dove vige un conflitto ad alta temperatura tra Governo federali e amministrazioni locale. E dove la Corte suprema è impegnata a dover affermare la propria autorità messa da più parti e per interesse di parte in discussione. L’attuale situazione, per molti aspetti drammatica, potrebbe lasciare ferite profonde nella società statunitense anche nel succedersi delle amministrazioni.
Dunque, questo monografico si è misurato con una certezza: la complessità dell’America. E la sua complessità, molto spesso veicolo di contraddizioni sul piano sociale, ha provocato assai la cultura. Per dire nel linguaggio visivo, nella letteratura, nella musica. Molto cinema e numerose serie tv si sono cimentate con la storia della Rivoluzione americana e affini, non sempre con adeguato apparato storico. Un fenomeno in ogni caso significativo e di supporto per i giovani. Ne ha discusso con Martina Saltamacchia Susan Brynne Long, che insegna storia alla University of Nebraska at Omaha.
A chiudere il numero di “Nuova Atlantide” ci sono voci dell’altra America. Nella Letteratura la grandezza lucida e dolente di John Steinbeck nel guardare alla realtà degli invisibili, degli scartati (con un approfondimento offerto dalla critica letteraria Fernanda Rossini). Nella musica, l’affondo poetico e tambureggiante di Bruce Springsteen (il contributo appartiene al giornalista Luca Miele, esperto come pochi del vissuto e del percorso artistico del Boss). John e Bruce, pietre d’inciampo per cogliere in profondità squarci di umanità e bellezza. Per accostarci agli Stati Uniti da un versante impossibile da trascurare. Per prendere atto che il sogno americano continua a oscillare tra desiderio di giustizia per tutti e fastidiosa retorica.
Buona lettura.