Jill Lepore, giornalista e storica, Premio Pulitzer 2026, racconta in modo magistrale quel 1787 in cui, riunendosi a Philadelphia, i primi 13 Stati americani sottoscrissero una Costituzione comune per dare forma a una nuova entità politica indipendente, sovrana e solidamente democratica, che nel giro di 150 anni avrebbe cambiato la faccia del Nuovo Continente ma anche quella dell’Europa.
È il 16 maggio 1787, siamo a casa di Benjamin Franklin in Virginia: «Quella notte – scrive Jill Lepore –, alla luce delle candele nella sala da pranzo, i primi sei delegati arrivati per l’assemblea concordarono che, invece di limitarsi a revisionare gli Articoli, che non erano molto più di un trattato di alleanza tra Stati sovrani, l’assemblea avrebbe dovuto ideare un governo nazionale. Il giorno dopo James Madison si mise al lavoro».
In quel momento decisivo, forse per scaricare la tensione, Franklin prese in mano la sua corrispondenza, un po’ come oggi si scrolla sul telefonino: gli aveva scritto sua sorella Jane, che aveva un suggerimento da dargli. «“Spero che, unito in assemblea insieme a un tale numero di uomini saggi quanto te, tu ottenga un glorioso successo, e ponga fine alla necessità della coscrizione e del capestro, che sono strumenti odiosi”, scrisse, esortando il fratello a supportare l’eliminazione della leva obbligatoria e della pena capitale. “Piuttosto, mi piacerebbe sentire di spade trasformate in vomeri di aratri, e di capestri usati per le coperture dei carri, se in questo modo potessimo vivere in pace l’uno con l’altro”. Jane Franklin, come tanti americani, aveva sofferto molto durante la guerra. Aveva perso la propria casa. Uno dei suoi figli era morto per le ferite riportate nella battaglia di Bunker Hill; un altro era impazzito. Ne aveva abbastanza di armi e violenza».
Per aiutarci in questo percorso esplorativo attraverso l’America e le contraddizioni in cui si dibatte oggi, ci siamo fatti aiutare da Jill Lepore, una guida di alto livello: docente di Storia americana all’Università di Harvard, collaboratrice fissa del “New Yorker”, ha lavorato per diversi anni a un saggio monumentale: la versione italiana di “Queste verità. Una storia degli Stati Uniti” pubblicata da Rizzoli (28 euro) conta un migliaio di pagine.
È un progetto che ha l’imprinting del grande giornalismo anglosassone: solide basi di ricerca e di conoscenza storica, lingua ricca e pulita, stile sobrio e mai partigiano, «inclusive and fair”» [inclusivo e leale, ndr] come ha scritto il quotidiano inglese “The Guardian”. Non a caso Lepore, proprio mentre avevamo in lavorazione questo numero di “Nuova Atlantide” e andavamo sfogliando le sue pagine, ha vinto il Premio Pulitzer 2026 nella categoria Storia, con un altro libro però, “We the People: A History of the U.S. Constitution”, saggio che uscirà a breve in italiano sempre da Rizzoli.

«La storia non è solo una materia scientifica», scrive Lepore. «È anche un metodo. Il mio metodo consiste, in genere, nel lasciare che i morti parlino da sé».
Nella città dell'amore fraterno
Il cuore del racconto è ciò che accadde da maggio a settembre di quel 1787 a Philadelphia, città dell’amore fraterno, nella quale si erano riuniti i rappresentanti di 12 dei 13 Stati allora esistenti (il Rhode Island non partecipò) per provare a stendere sotto traccia, senza dichiararlo apertamente, una Costituzione federale che riunisse in un’unica entità politica gli Stati Uniti. E in politica “costituire” qualcosa – nota Lepore – significa creare, a volte anche dal nulla: «Un corpo è costituito dalle sue parti, una nazione dalle sue leggi».
“Queste verità” in realtà racchiude oltre cinquecento anni di storia americana: dagli insediamenti europei iniziali e dalle culture dei nativi fino alla presidenza Trump. Mettendo spesso in luce le debolezze del sistema politico americano, ma al tempo stesso facendo percepire la grandezza di questo “esperimento sociale” che in 250 anni non solo ha imposto gli Stati Uniti alla guida dello sviluppo mondiale, ma ha anche fatto da apripista a novità politiche, geografiche, militari che hanno cambiato profondamente il volto della stessa “Vecchia Europa”.
Lepore intreccia storia politica e sociale, passando in rassegna le figure dei "grandi uomini" della storia americana, raccontati anche nelle loro debolezze di persone reali, senza cercare di ridimensionarli a tutti i costi né di metterli su un piedistallo. Ma ci descrive anche le storie di persone poco note che la aiutano a illuminare realisticamente i dettagli del quadro. La sua America è un’entità complessa sin dalla sua nascita, attraversata da contraddizioni e conflitti, una nazione che cerca incessantemente di reinventarsi e di definire la propria identità. E riesce a farci entrare in questo “romanzo” politico e umano coniugando il respiro ampio della narrazione storica con toni più intimi, quasi familiari. Come ha scritto Bharat Chugh, «il suo modo di scrivere è stupefacente: sa essere, al tempo stesso, storico, filosofico e anche poetico».
Ma il punto di forza del lavoro è aver saputo indirizzare tutto il libro verso la grande domanda di fondo, che è quella che tocca un po’ tutti noi nel presente: perché gli Stati Uniti d’America, nati da un esperimento illuminista di democrazia, alimentato da diverse tradizioni politiche, filosofiche e religiose, ancora oggi sono dilaniati da forze interne opposte? Perché ci appaiono, in questo inizio del XXI secolo, al tempo stesso potentissimi e fragili, paladini della democrazia e aggressori militari, difensori dei diritti civili e incubatori di sistemi potenzialmente repressivi guidati dalle nuove tecnologie digitali?
Lepore la prende alla lontana, parte dal viaggio di Cristoforo Colombo, anno 1492, ci hanno insegnato a scuola, una data che divide il Medioevo dal mondo moderno. Passando per la Guerra civile americana, i primi crolli dei mercati azionari, le due Guerre mondiali, la lotta epocale contro il comunismo sovietico, lo sviluppo del programma nucleare e il crollo delle Torri gemelle l’11 settembre 2001, il viaggio si conclude nell’America del XXI secolo, quella che vede nello Studio ovale Donald J. Trump presidente pacifista e guerrafondaio, isolazionista e imperialista, liberista e protezionista: quasi che tutte le ambiguità dell’America, che conosciamo da tempo, dovessero ora venire improvvisamente al pettine della Storia.
Nel primo documento fondativo degli Stati Uniti, la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, di cui si stanno festeggiando in questi mesi i 250 anni, Thomas Jefferson aveva scritto: «Riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi vi siano la vita, la libertà e il perseguimento della felicità».
Jill Lepore all’inizio del suo saggio guarda più alla Costituzione adottata nel 1787 che all’idealistica Dichiarazione d’Indipendenza. Un documento, quello sottoscritto a Philadelphia, che mirava a stabilire anzitutto se il governo del «Nuovo mondo» potesse reggersi «non sul caso e sulla forza, ma sulla ragione e sulla scelta», cercando di ereditare in un colpo solo la tradizione di Pericle e di Aristotele, miscelati con le riflessioni teoriche e pratiche di Pascal e di Montesquieu, di Rousseau, Hume e di John Locke.
È possibile che gli Stati Uniti, o qualsiasi altra nazione – si chiede Lepore – siano governati da «queste verità» che, appunto, negli ultimi cinquanta lustri hanno dato una direzione precisa, progressista, alla storia umana? Oppure si tratta solo di illusioni, di verniciature ideologiche di un sistema di potere nuovo negli assetti ma vecchio, come qualsiasi ancien régime, nel suo essere una macchina di sfruttamento dell’uomo sull’uomo? L’America è ancora il paese sognato da tanti popoli del mondo perché tiene in massimo conto la libertà di ogni uomo?
Quella di Lepore è anche una storia dei tentativi, sempre imperfetti, di realizzare quegli ideali scritti nero su bianco nei documenti dei Padri fondatori, e delle lotte sanguinose intraprese dagli oppressi per affacciarsi sul palco della storia. Come diceva Martin Luther King, «la grande gloria della democrazia americana è il diritto di protestare in vista di ciò che è giusto».
Uno dei pregi di Lepore è quello di usare un linguaggio e un approccio tipicamente liberal sul tema dei diritti delle minoranze, ma al tempo stesso saper cogliere e capire a fondo il retroterra del repubblicanesimo classico, l’altra forza che ha fondato e che tutt’oggi regge il paese. Il libro è anche una prima bozza di una storia del XXI secolo che è evidentemente ancora tutta da scrivere.
Il fattore ideale
Leggendolo, ci si rende conto della forza degli ideali necessaria per cambiare la Storia, qualcosa che, soprattutto in Europa, abbiamo un po’ dimenticato, avvolti dalla nebbia di una cultura spesso semplicemente cinica e reattiva. Avere degli ideali, anche di fronte all’impossibilità di realizzarli, fa parte da sempre della storia degli Stati Uniti. Ed è il fattore che permette l’evoluzione di un sistema, anche in momenti di crisi radicali.
Soprattutto, si comprende che l’esperimento americano non è un progetto concluso, ma una forma politica dinamica, se volete magmatica, che cerca ancora incessantemente di reinventare sé stessa e i propri fini: «L’America – come ha scritto Joseph Chuman – è sempre stata un processo continuo di contestazione, contraddizione e conflitto, di scontri e di lotta per l’autodefinizione».
Lo conferma Lepore stessa. L’esperimento americano non è giunto al termine: «Una nazione nata dalla rivoluzione sarà per sempre alle prese con il caos. Una nazione fondata sui diritti universali lotterà contro le forze del particolarismo. Una nazione che ha abbattuto una gerarchia basata sulla nascita, solo per erigerne una basata sulla ricchezza, non conoscerà mai la tranquillità. Una nazione di immigrati non potrà mai chiudere le proprie frontiere. E una nazione nata nella contraddizione – libertà in una terra di schiavitù, sovranità in una terra di conquista – combatterà per sempre sul significato della propria storia».
Ma come spesso accade nelle svolte più “idealiste”, la libertà e l’autodeterminazione, già alla fine del Settecento, valevano solo per qualcuno: non per i nativi, non per le donne, e soprattutto non per gli schiavi.
La divisione riguardo allo schiavismo, che rischiò di impedire la formazione dell’Unione, avrebbe spezzato a lungo la nazione in due. Dei primi cinque presidenti degli Stati Uniti, quattro possedevano schiavi. Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione d’indipendenza del 1776 e terzo presidente degli Stati Uniti (1801-1809), grande difensore dei principi di libertà, uguaglianza e autodeterminazione, aveva 600 schiavi. Il padre della patria George Washington, all’inizio della Rivoluzione insieme a sua moglie Martha possedeva circa 200 schiavi, saliti poi a 317 alla fine della sua vita, mentre si continuava a discutere se abolire l’istituto della dominazione bianca.

Uno degli schiavi della tenuta di Mount Vernon avrebbe preso addirittura il suo nome: Henry Washington, che alla sua seconda fuga (inseguito dagli sgherri di George) si sarebbe liberato per sempre dalle catene. In pubblico, l’adorato primo presidente americano non poteva dirlo, ma in privato ammetteva che l’ondata di defezioni tra gli schiavi sarebbe cresciuta «come una palla di neve che rotola».
Il razzismo irrisolto
Il razzismo non è un incidente di percorso in questa «terra di libertà e di schiavitù», ma una radice politica precisa: «La schiavitù – scrive con grande lucidità Lepore – non esiste al di fuori della politica. La schiavitù è una forma di politica, e la rivolta degli schiavi una forma di violento dissenso politico. Nella storia americana, il rapporto tra libertà e schiavitù è al contempo profondo e oscuro».
E in un tempo in cui nuove forme, più soft ma non meno disumane di schiavitù, realizzate attraverso catene immateriali, balenano all’orizzonte, questi sono contrasti tutt’altro che relegati nel passato degli arretrati Stati del Sud, né possono essere superati dal ben pensare di intellettuali progressisti che, alzando il vessillo dei popoli nativi e del “Black Lives Matter” amano dar sfoggio della propria magnanimità in favor di telecamera, mentre continuano a consolidare i propri privilegi. E Lepore lo sa bene.
Per capire l’irrompere, a partire dal 1776, dell’elemento politico “America” sulla scena internazionale, è interessantissimo il capitolo “La Costituzione di una nazione”, che racconta per filo e per segno come si è arrivati alla Carta fondamentale americana del 1786, conflitti interni compresi (e ben dettagliati).
L'assemblea iniziò i lavori con undici giorni di ritardo, il 25 maggio, «quando finalmente – scrive Lepore – si arrivò a un quorum di ventuno delegati. Washington, che a 55 anni era attraente quasi come da giovane, fu eletto presidente all’unanimità (la sua bellezza era guastata solo dai denti terribili, che erano marciti ed erano stati sostituiti da protesi in avorio e da nove denti estratti dalle bocche dei suoi schiavi). Profondamente e quasi universalmente ammirato, Washington rappresentava per molti americani tutto quello che c’era di più nobile in una repubblica. Niente testimoniava delle sue virtù civili quanto le sue dimissioni dal comando alla fine della guerra: invece di prendere il potere, l’aveva dato via».
La Guerra civile americana non era stata uno scherzo: «In campagne di ferocia inaudita, 2,1 milioni di nordisti affrontarono 880 mila sudisti in oltre duecento battaglie. Morirono più di 750 mila americani; il numero di coloro che persero la vita a causa delle malattie fu doppio rispetto a quello dei caduti per ferite. Morivano a mucchi; venivano sepolti in fosse comuni».
Sono dati che non vengono quasi mai studiati a fondo nelle nostre scuole, ma la stretta connessione del mondo che stiamo vivendo domanda una nostra comprensione della storia molto più attenta rispetto a cinquant’anni fa.
La Costituzione degli Stati Uniti d’America – spiega Lepore – non è stata “la prima nella storia del mondo”, perché l’avevano preceduta proprio quelle degli Stati Americani (New Hampshire, Massachusetts, Virginia, Pennsylvania) già sorti negli anni immediatamente precedenti, ai quali il corpo ufficiale delle Leggi democratiche appariva come un’opera creativa, che si innalzava sullo “stato di natura” di società giovanissime e caotiche.
In questo contesto di dopoguerra, i Padri fondatori capivano benissimo che stavano uscendo dal livello accademico del grande pensiero politico europeo e stavano invece costruendo, con le loro nude mani, la Storia. Gli Stati Uniti nascenti muovevano i loro primi passi in mezzo agli spettri della Rivoluzione francese del 1789 che stava squassando l’Europa, ma ancor più preoccupava i Padri fondatori quella di Haiti (colonia francese, allora chiamata Saint Domingue) del 1791, durante la quale centinaia di migliaia di schiavi si erano liberati da soli.
La Costituzione redatta a Philadelphia – spiega Lepore – fu anche un modo per fermare il radicalismo della Rivoluzione americana: «Se la Rivoluzione aveva spostato l’equilibrio tra governo e libertà verso la libertà, la Costituzione lo riportò verso il governo. Sotto molti aspetti, tuttavia, la Costituzione realizzò anche le promesse della Rivoluzione».
Un sistema democratico nasceva in un momento storico in cui l’Europa era ancora governata dalle teste coronate e dalle loro solide aristocrazie: «Chi devono essere – si chiedeva James Madison, padre della Costituzione, poi quarto presidente degli Stati Uniti (1809-1817) – gli elettori dei rappresentanti federali? I ricchi non più dei poveri; gli istruiti non più degli ignoranti; i nobili eredi di famiglie eminenti non più degli umili figli di oscure e infauste fortune. Gli elettori devono essere l’intero corpo del popolo degli Stati Uniti».
«Noi, il popolo....»
Lunedì 17 settembre 1787, dopo quattro mesi di ardui dibattiti, una copia revisionata della nuova Costituzione era finalmente pronta nella Independence Hall: «Erano le quattro del pomeriggio quando i delegati iniziarono a firmare l’ultimo foglio di pergamena dei quattro che componevano il documento».
Il giorno dopo la chiusura dei lavori, ciò che era stato tenuto segreto a lungo venne copiato e reso pubblico, stampato su giornali e volantini, spesso con l’attacco del testo, «We the People» («Noi il popolo») scritto in caratteri giganti. «La Costituzione – ebbe a dire Madison – non ha più valore della carta su cui è scritta – una pagina vuota –, a meno che non venga marchiata dall’approvazione di colui a cui è rivolta. IL POPOLO STESSO».
Una stampa molto in voga al tempo mostrava «Washington che dà le leggi all'America» aiutato dall’arcangelo Gabriele – spiega Jill Lepore: «Vestito con una toga romana e seduto tra gli dèi, egli tiene uno stilo in una mano e nell’altra una tavola di pietra in cui sono incise le parole: “The American Constitution”. Era come se la Costituzione fosse discesa dai cieli, scolpita su una tavola di pietra, sacra e infallibile», consegnata al primo dei presidenti americani da Dio stesso, come se questi lo avesse chiamato a essere il Mosè di un nuovo popolo eletto.
Una grande spinta ideale era incisa in quella pietra. Con tutti i rischi connessi di un messianismo politico che vediamo ancora oggi sinistramente in campo.
