Lo scienziato politico spiega l’opera dello storico e filosofo francese che all’inizio dell’Ottocento mise piede nello Stato federale nato da poco e ne individuò in breve i punti di forza e di debolezza, con acume quasi profetico: la democrazia dà forma a una società più solidale e sussidiaria, più giusta rispetto all’aristocrazia europea, ma rischia di diventare materialista, individualista, edonista e di tradursi in una pericolosa «tirannia della maggioranza». È un sistema che non può essere esportato facilmente, richiede un terreno molto particolare

Alexis de Tocqueville (1805-1859) è stato un filosofo, storico e politico francese, uno dei padri del pensiero liberale e precursore della sociologia. È famoso per aver analizzato i punti di forza e i pericoli delle società democratiche, soprattutto nella sua opera “La democrazia in America”, scritta fra il 1835 e il 1840, che è stata a lungo la base, per le classi colte europee, per comprendere gli Stati Uniti d'America.
Nell’aprile 1831 Tocqueville, che era un magistrato, venne inviato dalla Francia negli Stati Uniti d'America, nati solo una cinquantina d’anni prima, e vi rimase un anno. Rimase colpito soprattutto dall’assenza di privilegi di nascita e di ceti chiusi, e dalla possibilità per tutti di partire dallo stesso livello nella competizione sociale.
Professor Holloway, perché la democrazia è riuscita a radicarsi con successo e così precocemente proprio negli Stati Uniti, che in fondo 250 anni fa erano un «esperimento sociale» visionario ma anche precario? Quali sono stati i fattori storici, sociali e culturali che hanno reso l'esperienza americana unica?
Su questo tema il mio pensiero è stato molto influenzato da Alexis de Tocqueville, quindi partirei subito da lui. Tocqueville, quando parla delle origini, insiste su ciò che chiama il «punto di partenza», la natura dei primi insediamenti: la stabilità della democrazia americana, dice, è che la maggior parte dei primi coloni apparteneva al ceto medio, erano dunque già relativamente eguali tra loro.
Ci furono tentativi di fondare, o in qualche modo di trapiantare un’aristocrazia – come quella che governava gli Stati europei – negli Stati Uniti?
Sì, ma Tocqueville ci racconta che non funzionarono molto bene, perché c’era così tanta terra disponibile che le persone potevano semplicemente spostarsi e in questo modo sottrarsi al dominio di qualsiasi proprietario terriero. Naturalmente questo comportò anche aspetti profondamente deplorevoli, come lo spostamento forzoso dei nativi americani, con i quali i coloni entravano in conflitto. Tuttavia, il progetto di stabilire un’aristocrazia negli Stati Uniti, anche se alcuni ci provarono, non attecchì. Se pensiamo, per esempio, alla colonia di Plymouth, dove sbarcarono i Puritani, vediamo che erano persone del ceto medio. Dunque esisteva già tra loro una certa eguaglianza, che divenne la base della loro democrazia.
L’America partiva avvantaggiata?
Tocqueville considera importante il fatto che l’America ebbe la democrazia fin dall’inizio, e senza bisogno di una rivoluzione democratica. La rivoluzione crea molte animosità, ostilità, turbolenze e dislocazioni sociali; crea anche una classe di aristocratici spodestati o privati dei loro beni, spesso persone di notevole capacità, che conservano risentimenti duraturi e pensano di avere il dovere di attaccare la democrazia. In America non si è verificato nulla di simile.
Tocqueville ritorna più volte su questo tema: il progresso della democrazia americana è più stabile e più tranquillo perché non è il prodotto di una rivoluzione.
Noi pensiamo subito alla democrazia politica, cioè l’autogoverno attraverso elezioni e cose simili. Ma il minimo essenziale che Tocqueville ha in mente è ciò che chiama «condizione sociale democratica»: una società, appunto, senza aristocrazia. Nella quale tutti devono lavorare, non esistono grandi concentrazioni di ricchezza fondiaria protette da privilegi legali. Quel modello, tipicamente europeo, non fu mai davvero trapiantato in America: le leggi di primogenitura furono abolite piuttosto presto e, dice Tocqueville, ciò ha creato le condizioni della democrazia, perché ende a produrre uguaglianza. C'è un bel passo in cui afferma che, con la legge di primogenitura, l’aristocrazia sembra «germogliare dal suolo».
Questo in America non è mai successo. Una legge sull'eredità egualitaria tende a ridurre in polvere ogni grande concentrazione della proprietà.
Come giudicava la religione?
Tocqueville guarda ai primi coloni puritani del New England (la situazione del Sud era un caso diverso, la schiavitù è un’istituzione aristocratica che lui considera un’anomalia deplorevole), e ritiene che il carattere dominante del paese derivi proprio da ciò che portarono loro. Non erano cattolici; non avevano un modello monarchico e aristocratico di governo ecclesiale. Tutto passava attraverso la congregazione: si votava per scegliere il pastore e a scegliere la direzione era la comunità. Il fatto di credere che gli affari più alti di una comunità umana, ovvero la gestione di una Chiesa, potessero essere condotti democraticamente, li portò a pensare che anche gli affari più ordinari e secolari potessero essere amministrati in quel modo, e diede loro anche le abitudini e la pratica necessarie per farlo
Aggiungerei una cosa, di cui Tocqueville non parla: per lungo tempo le colonie vissero in una condizione di cosiddetta benign neglect, di trascuratezza benevola da parte britannica. Solo oltre la metà del Settecento, quando cominciarono davvero i problemi, il ministero britannico cercò di interferire con il governo delle colonie. Per i primi cento anni o più, in sostanza, le lasciò fare. Credo che anche questo spieghi perché la democrazia mise radici in America: i coloni si consideravano parte dell’Impero britannico ed erano leali alla Corona e al re, ma per più di un secolo poterono amministrare in proprio e secondo la pratica democratica le nuove terre.
Quali intuizioni dell’analisi di Tocqueville restano oggi più rilevanti?
Lui sviluppa gran parte della sua analisi attraverso il confronto tra aristocrazia e democrazia. È piuttosto distaccato e sta attento a non prendere posizione nel modo in cui ci aspetteremmo oggi, dicendo semplicemente che la democrazia è migliore dell’aristocrazia.
A un certo punto afferma che la democrazia è più giusta dell'aristocrazia; ma, chiaramente, pensa anche che l’aristocrazia sia più elevata, che alzi il tono della società quando esiste una classe dirigente che non deve lavorare e può dedicarsi alla cultura e alla vita della mente. C’è qualcosa di “volgare” nella democrazia, non necessariamente in senso negativo, ma in senso descrittivo: tutti devono lavorare per vivere e le loro preoccupazioni sono dunque molto pragmatiche. Diverse condizioni sociali producono tipi umani altrettanto differenti. Tocqueville è interessato a mettere in luce i punti di forza e di debolezza di entrambe.

La società neutrale sta fallendo Senza ideali la democrazia muore
La sua grande preoccupazione è preservare le condizioni della libertà e della dignità umana all’interno della democrazia, perché ritiene che vi siano tendenze capaci di minarle. La democrazia, se non viene guidata correttamente, ha realmente una propensione a diventare dispotica e disumanizzante. Tendenze che lui vuole correggere.
Ci sono però anche dei punti di forza del nuovo sistema.
Ne ho già menzionato uno: la democrazia – dice Tocqueville – è più giusta. Per quanto si possa ritenere elevata e raffinata l’aristocrazia, è difficile superare il fatto che intere classi di persone rimangono bloccate in condizioni di estrema povertà e analfabetismo, senza possibilità di avanzare. Nella democrazia, invece, esiste mobilità sociale: le persone possono farsi strada e cambiare la propria condizione, se si impegnano. Un altro vantaggio della democrazia, da lui menzionato, è che essa tende a produrre una società molto energica.
Nelle aristocrazie, tra i contadini, Tocqueville vede molto fatalismo: sanno di non poter migliorare la propria condizione e quindi sono spinti a rivolgere la loro immaginazione verso l’Altro mondo. Sono molto pii perché hanno poco da sperare da questa vita. In democrazia, invece, tutti sono inquieti e in movimento, perché credono di poter migliorare la propria situazione con i propri sforzi. Da questo derivano anche follia, imprudenza e cattiva condotta; ma nel complesso è un bene, perché molte persone lavorano duramente per migliorare la propria condizione e la realtà che le circonda. In condizioni democratiche si ottiene così molta prosperità e un progresso materiale accelerato. Un terzo pregio per Tocqueville è la simpatia o compassione diffusa: i popoli democratici, in un certo senso, sono più gentili. Questo aspetto mi ha sempre personalmente affascinato: Tocqueville sostiene, in sostanza, che in un’aristocrazia i legami di fedeltà e lealtà sono estremamente potenti. La moralità è più disinteressata, più altruistica e più orientata al gruppo. Ma è anche ristretta, perché non pensa molto ai doveri verso l'umanità nel suo complesso. Tocqueville cita una nobildonna francese di qualche secolo addietro che nelle sue lettere parla di una rivolta contadina. Scrivendo alla figlia, dice più o meno: «Il tempo qui è bello, la stagione è buona… Ah sì, abbiamo impiccato un paio di centinaia di contadini nella piazza pubblica per dare loro una lezione». Si potrebbe pensare – osserva – che questa donna sia un mostro, ma non lo è: tiene alla sua famiglia e ai propri servitori. Semplicemente, non ha una chiara concezione di che cosa significhi soffrire se non si appartiene alla condizione dei gentiluomini.
Nella democrazia, invece?
I vincoli di simpatia e compassione si estendono in larga misura a tutto il genere umano. Il rovescio della medaglia è che sono più deboli.

Immagina qualche correttivo?
Questo è un aspetto importante del suo progetto. Una grande debolezza della democrazia è il rischio di pervenire alla «tirannia della maggioranza». Può sembrare strano a noi contemporanei, ma per Tocqueville la democrazia non coincide necessariamente con una società libera. Una società libera è una società in cui esistono freni al potere realmente efficaci. Una delle cose che egli ammira dell’aristocrazia è che vi sono limiti al potere incorporati nella struttura sociale. Il re è, in sostanza, l’aristocratico più potente, ma duchi e conti, presi insieme, sono più potenti di lui e quindi gli impediscono di governare dispoticamente. Il suo potere è frenato da quelli che chiamiamo poteri intermedi.
Anche la Chiesa, naturalmente, era molto potente nelle società feudali e anche questo è stato storicamente un freno al potere assoluto: il re deve tenerne conto. Nel Medioevo abbiamo esempi di sovrani sottoposti a pubblica penitenza perché avevano fatto qualcosa di sbagliato.
Pensiamo a Enrico II d’Inghilterra dopo l'uccisione di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, il 29 dicembre 1170: dovette sottoporsi a una pubblica flagellazione. Questo mostra la forza di un’istituzione intermedia capace di controllare il potere. La preoccupazione di Tocqueville è che nella democrazia non sorga spontaneamente nulla di simile. Ci sono soltanto molti individui uguali e relativamente deboli, che non hanno molto potere rispetto allo Stato. Da qui nasce la sua inquietudine per la «tirannia della maggioranza».
Quasi profetica, verrebbe da dire.
Che cos’è la maggioranza se non una sorta di individuo collettivo, con interessi distinti da quelli della minoranza e capace, come qualunque individuo, di abusare della propria superiorità? È dunque importante che la maggioranza sia in qualche modo contenuta.
Tra gli elementi che Tocqueville ritiene importanti a questo scopo c'è lo spirito religioso diffuso in America. Scrivendo e osservando negli anni Trenta dell’Ottocento, egli nota che gli americani sono diversi sul piano teologico: ci sono già cattolici, molte sette protestanti, e dissentono sul modo di adorare il Creatore. Tuttavia concordano sui rudimenti della morale. Questa mi pare una sua osservazione fondamentale ed eccellente. Tocqueville dice che nessuno in America è stato così audace da sostenere che tutto sia lecito nell’interesse della maggioranza. Cosa che legittimerebbe ogni futuro tiranno. È molto salutare che la maggioranza in America creda nell’esistenza di un potere superiore, Dio, e che pensi di dover rendere conto a Lui del proprio operato.
Per questo, preservare la religione all’interno della democrazia è una parte molto importante del progetto di Tocqueville. In un passo egli dice persino che il cristianesimo dovrebbe essere preservato a ogni costo nelle società democratiche moderne, per ciò che offre loro sul piano politico.
Un altro elemento di moderazione del potere è il decentramento politico.
Gli Stati Uniti sono uno Stato federale: la Costituzione non riunisce tutto il potere nelle mani del Governo federale, ma lo distribuisce anche agli Stati. In un certo senso è qualcosa di analogo al rapporto tra re e signori: gli Stati, insieme, possono limitare il Governo federale; o viceversa, se gli Stati si comportano in modo tirannico, il Governo federale può intervenire per correggerli.
Lo abbiamo visto nella storia americana, per esempio con il movimento per i diritti civili, che venivano negati agli afroamericani, soprattutto negli Stati del Sud, e fu il Governo federale a intervenire per proteggerli. In altri casi, invece, è stato il Governo federale a comportarsi in modo abusivo, e gli Stati hanno reagito. Tocqueville è interessato a questo equilibrio.

Lui ammira anche lo «spirito di associazione» americano. Qualcosa che oggi chiameremmo forse sussidiarietà.
Gli americani erano molto capaci, almeno al tempo di Tocqueville ma probabilmente ancora oggi, di creare organizzazioni volontarie che svolgono molto del lavoro della società. Unendo gli individui, queste associazioni rendono il gruppo più forte dei singoli presi isolatamente.
C’è un passo interessante in cui Tocqueville confronta la natura centralizzata dello Stato francese con ciò che vede in America: dice che un francese, di fronte a una tempesta o a un disastro che abbatte degli edifici, tende a stare con le braccia conserte in attesa che lo Stato venga a ricostruire. Gli americani, invece, si mettono all’opera: creano un’associazione e agiscono.
Mi viene in mente quando nel 2019 è esondato il fiume Missouri e, invece di discutere di chi fosse la responsabilità, come si farebbe in Italia, le persone si sono riunite immediatamente per organizzarsi e riempire sacchi di sabbia.
È questo che Tocqueville ammirava. Egli dice che in un’aristocrazia questo genere di iniziativa nasce quasi naturalmente: se un membro della classe aristocratica si accorge di un problema sociale e decide di intervenire, dispone già di una rete di persone al suo seguito, pronte ad agire per lui. Gli americani non hanno questo; devono costruirlo dal basso, e Tocqueville pensa che siano molto bravi a farlo.
Sottolinea altri elementi di debolezza?
Due pericoli gli sembrano particolarmente gravi, l’individualismo e quello che chiama «materialismo democratico». Le aristocrazie non hanno uno spirito individualistico, ciascuno è collegato a qualcun altro da una catena di obblighi, verso l’alto e verso il basso. Anche la famiglia ha un’importanza diversa da quella che ha in democrazia, perché spesso possiede una dimora stabile. E resiste nel tempo, nell’immaginazione dei suoi membri, molto più facilmente che in una democrazia, dove il patrimonio familiare viene venduto e disperso. In democrazia quei legami si spezzano.
C’è una battuta molto acuta ne “La democrazia in America”, quando Tocqueville dice che in America «la mente di ogni uomo ruota continuamente attorno a un oggetto molto meschino: sé stesso». Questo è l’individualismo.
L'altro problema è il materialismo, o quello che Tocqueville chiama «edonismo democratico».
Oggi questo effetto della democrazia è molto evidente, e tende a indebolirla.
Gli americani sono molto interessati ai comfort e ai piaceri fisici. Tocqueville offre una sorta di psicologia di questo fenomeno. Dice che ciò che rende le persone molto interessate ai comfort non è il fatto di possederli senza problemi, né esserne totalmente privati; è averne abbastanza da prenderci gusto ma non abbastanza da esserne soddisfatti.
Per questo osserva, in modo molto interessante, che gli aristocratici non sono poi così edonisti: una bella casa, i servitori e i privilegi fanno semplicemente parte della trama della loro vita. Quanto ai contadini, non hanno abbastanza esperienza di queste cose per provarne invidia o per pensare continuamente a come ottenere una casa più grande o un’auto nuova. In una cultura del ceto medio invece, come quella americana, accade proprio ciò che ho descritto: si ha abbastanza per desiderare di più, ma non abbastanza per sentirsi appagati perciò si pensa continuamente a come ottenere vantaggi. Tocqueville è attento a precisare che non considera depravato questo edonismo. La maggior parte degli americani, dice, non è dedita a forme estreme di vizio: devono lavorare per vivere e non possono abbandonarsi interamente ai piaceri. Quelli che cercano sono per lo più innocenti. Ma Tocqueville pensa che occupino troppo spazio nella loro immaginazione. Egli considera in qualche modo disumanizzante pensare così tanto ai comfort materiali. C’è il rischio che questi piaceri si frappongano tra l’anima e Dio e abbassino il livello a cui l’essere umano dovrebbe aspirare.
Anche qui, torna alla religione come «grande correttivo».
Osserva con soddisfazione che, in mezzo a tutta l’attività e alla ricerca del guadagno che vede in America, la domenica tutto si ferma. Oggi probabilmente non sarebbe più così, ma duecento anni fa la domenica si andava in chiesa e si ascoltavano sermoni elevati sul destino dell’anima umana, sulla bellezza della virtù e sui doveri verso Dio e verso il prossimo. Per Tocqueville questo è un correttivo essenziale. Altrimenti il materialismo sfuggirebbe al controllo: ha in sé qualcosa di degradante, e induce le persone a trascurare la politica, perché sono troppo assorbite dalla ricerca della ricchezza. Per partecipare alla vita politica bisogna sottrarre tempo al lavoro; se non si è disposti a farlo, la politica rischia di essere dominata dalla minoranza più spietata e più determinata a perseguire i propri interessi.

Il principio dello Stato laico è ancora ampiamente accettato negli Stati Uniti? Di solito vengono descritti come una società più religiosa dell’Europa.
È una domanda molto interessante, e ho alcune riflessioni in proposito; anche Tocqueville ne ha. Lui insiste molto sul fatto che la separazione tra Chiesa e Stato in America renda la religione più forte. Secondo lui è un errore, specialmente in una democrazia, che i capi religiosi pensino di poter rafforzare la religione e renderla più influente nella società legandola al potere dello Stato.
Quanto alle sue convinzioni personali, è piuttosto prudente; si identifica come cattolico, ma dalla sua biografia sembra che abbia attraversato una crisi di fede.
Era consapevole dell’esistenza di secolaristi aggressivi che volevano screditare il Cristianesimo e distruggerlo, ma lui non apparteneva a quel campo. Ne “La democrazia in America” chiarisce che guarda al Cristianesimo da un punto di vista sociologico e di teoria politica. Non lo difende su basi teologiche, ma perché lo ritiene necessario per mantenere la democrazia sana e decente.
Tocqueville pensa che gli esseri umani siano religiosi per natura: il cuore umano ha desideri che questa vita non può soddisfare. Disse una volta: «Passo ogni giorno un po’ di tempo con tre uomini, Rousseau, Pascal e Montesquieu». In questa frase c’è Pascal: il cuore umano ha desideri che non saranno soddisfatti in questa vita; ha un desiderio d’infinito, di immortalità. Perciò, dice Tocqueville, se la religione vuole essere potente deve semplicemente rivolgersi a questo desiderio. Le persone risponderanno spontaneamente. Non è necessario avere il potere dello Stato dalla propria parte.
Egli pensa che in Europa molto dell’odio verso il Cristianesimo derivi dall’alleanza politica della Chiesa con le monarchie. Se si spezzasse questa alleanza le persone tornerebbero alla loro religiosità naturale. In questo senso l’America è un buon modello di Stato laico. Tocqueville non crede in alcuna forma di teocrazia. La religione offre un’influenza morale utile, e questa è più potente quando è indiretta: quando informa l’opinione pubblica e fornisce principi morali al dibattito. Ma se qualcuno cercasse di prendere il controllo dello Stato americano e imporre un’istituzione religiosa ufficiale, per Tocqueville sarebbe un enorme errore.
Credo che questo sia vero ancora oggi. So che alcuni pensano che l’America stia tendendo verso una sorta di teocrazia cristiana, e ho sentito accuse di nazionalismo cristiano. Ma, nella mia esperienza, avendo seguito da vicino la politica americana per molto tempo, anche gli attivisti cristiani più conservatori non hanno interesse a creare uno Stato teocratico o a fondare una religione nazionale ufficiale, come è accaduto in Inghilterra con la Chiesa anglicana. Ciò che li interessa è che i principi morali cristiani tradizionali influenzino le politiche e il dibattito pubblico; come cittadini, hanno il diritto di farlo quanto chiunque altro. In questo senso mi sembrano molto “tocquevilliani”. Il Primo emendamento alla costituzione, che vieta al Congresso di approvare leggi che istituiscano una religione di Stato, è così profondamente radicato nella società americana che è difficile anche solo concepire un progetto del genere. Le accuse nascono, a mio avviso, perché in America esiste una corrente di opinione molto più secolare, che guarda con profondo sospetto a qualsiasi attività politica motivata religiosamente, e tende a definirla teocratica.
Ci sono persone che vedono la religione e la morale tradizionale soprattutto come fonti di oppressione da cui liberarsi, e persone – tra cui includo me stesso – che le considerano fonti preziose di significato, da non abbandonare. Questo non significa necessariamente volerle imporre con la forza agli altri. Credo però che molte delle “guerre culturali” nelle società moderne derivino proprio da questa divaricazione.
Guardando oltre gli Stati Uniti, la democrazia non sembra oggi espandersi a livello globale come accadeva un tempo. Perché, secondo lei, è così difficile vederla fiorire in molte parti del mondo? O, detto altrimenti, quali condizioni sono necessarie perché le istituzioni democratiche possano stabilirsi?
Rispondo anzitutto a titolo personale, e poi aggiungo qualcosa su Tocqueville. Non sono uno studioso specializzato dei movimenti democratici globali, né uno studioso di politica comparata. Però credo sia di buon senso dire che le democrazie moderne sono emerse da un contesto culturale particolare, sviluppatosi nel corso di molto tempo, e che questo contesto non esiste ovunque nel mondo.
Il terreno è diverso.
Esatto. Ed è stato preparato a lungo da molti sviluppi rilevanti che non si sono verificati altrove. Quanto a Tocqueville, penso che vada compreso correttamente: ne “La democrazia in America” è guidato da una sorta di filosofia della storia: considera la democrazia come l’onda del futuro. La democrazia è ciò che sta arrivando, nulla può fermarla. Se si guarda indietro di settecento anni, dice Tocqueville, si vede che tutto ciò che è accaduto ha favorito l’avanzata della democrazia, che gli uomini lo volessero o no. Persino i suoi nemici l’hanno fatta avanzare. Credo che Tocqueville sia sincero, ma dice questo anche per cercare di moderare gli oppositori aristocratici in Europa, coloro che pensavano fosse loro dovere restaurare la monarchia o qualcosa di simile. In sostanza dice loro: «La vostra non è un’impresa costruttiva, non avrà successo; voi siete il tipo di persone che potrebbero dare un contributo positivo alla democrazia assumendo un ruolo guida e nobilitandola, non arriverete da nessuna parte cercando di disfarla».
Arriva persino ad affermare che la democrazia sia un fatto provvidenziale e che Dio stesso vuole che accada. Chi tenta di disfare la democrazia, quindi, si oppone a Dio. È un appello importante presso gli aristocratici europei, affinché comprendano che non potranno restaurare il mondo dei loro antenati. Quello futuro sarà in ogni caso un mondo diverso.
Tocqueville afferma anche di pensare che la democrazia e la diffusione dell’uguaglianza siano destinate a verificarsi nel mondo cristiano, o nelle nazioni cristiane. C'è un passo, nella parte finale del libro, in cui parla del mondo antico, e osserva che anche le comunità politiche che chiamiamo democratiche non erano davvero tali, perché si basavano su una vasta classe di schiavi. Pensiamo ad Atene: anche i pensatori più illuminati dell’antichità davano la schiavitù per scontata. E lascia cadere una frase potentissima: «Gesù Cristo è dovuto scendere sulla Terra per insegnare agli uomini la semplice idea che tutti sono uguali nella loro dignità e nel loro valore». Credo quindi che, a un certo livello, Tocqueville pensi che la rivelazione cristiana, o l’emergere del cristianesimo abbia posto le basi per la nascita della democrazia moderna.
Le società nate da il contesto cristiano, però, in questi ultimi due secoli hanno sviluppato uno spirito secolare che entra spesso in tensione con la religione.
Credo che anche Giovanni Paolo II lo avesse capito; e credo che una Chiesa moderna colta e acuta, come quella rappresentata da lui e da Benedetto XVI, comprenda che la modernità è in qualche modo un prodotto del Cristianesimo, ma finisce anche per diventargli ostile sotto certi aspetti.
Tocqueville ha una preoccupazione simile. Il terreno in cui è sorta era cristiano, eppure c’è spesso molta ostilità verso la religione nella democrazia moderna, guidata da materialismo, individualismo e da uno spirito rigidamente razionalista.