Quadrimestrale di cultura civile

La rigenerazione del capitalismo
di massa nelle democrazie

  • LUG 2026
  • Carlo Pelanda

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In questo periodo storico segnato da sovrabbondanza di incertezza, non è una via facile da perseguire quella che prevede di sostituire con una Nova Pax la tradizionale Pax Americana. Si tratta di una sostituzione corroborante, per dare una spinta propulsiva ai sistemi democratici. Laddove gli Stati Uniti restano il perno, in qualità di prima potenza, ma secondo una dinamica collaborativa e non unilaterale. Un mercato così grande permetterebbe di sostenere la rigenerazione delle condizioni di ricchezza per le nazioni democratiche. Il presente certo non favorisce questa soluzione. Ma è dentro scenari così caotici che è necessario studiare, con uno sguardo improntato all’ottimismo, novità virtuose.

Dalla metà degli anni ‘90 mi occupo, attraverso un gruppo di ricerca euroamericano, sia della rigenerazione dei modelli economici interni delle democrazie – con lo scopo di rinforzarne il capitalismo di massa – sia di un’alleanza tra democrazie organizzata come moltiplicatore di ricchezza per le nazioni democratiche partecipanti e in prospettiva. L’innesco di questo programma di ricerca continuo e a lungo termine, ancora attivo nel 2026 e ospitato dal think tank Stratematica, fu il libro in comune con Giulio Tremonti ed Edward Luttwak: “Il fantasma della povertà” (Mondadori, 1995). Seduti a un tavolo, nell’estate del 1994, in riva al lago di Como io portai dati proiettivi che mostravano una tendenza degenerativa nel più delle democrazie, in particolare quella di poveri più poveri in maggioranza e di ricchi sempre più ricchi, cioè la restrizione della classe media. Luttwak portò dati di stress sociale insostenibile causato – in America – dall’impatto di un capitalismo selettivo. Tremonti, ai tempi Ministro delle finanze in Italia, confermò i rischi di impoverimento e, raccogliendo gli appunto scritti sui tovaglioli di carta, suggerì il titolo del libro per dare un segnale di allarme: bisognava rigenerare il modello economico interno ed esterno delle democrazie. 

 La crisi delle garanzie economiche

 Oggi il problema evidenziato nel 1994 è confermato dai dati correnti, ma le soluzioni restano molto incomplete. Ciò rende più intensa la priorità di riformare il ciclo del capitale interno ed esterno delle democrazie. Qui sintetizzo una possibile soluzione su cui sto facendo ricerca e pubblicazioni fin dalla seconda metà degli anni ‘90 (bibliografia in www.carlopelanda.com).

Il modello che sto studiando da tempo è la sostituzione del welfare redistributivo/assistenziale (modello europeo) e di quello più liberalizzato meno esteso (modello statunitense) con un welfare di investimento applicabile ad ambedue le suddette geoaree e, nel tempo, alle altre democrazie del globo. Finora, la ricerca in campo economico e politico ha proposto soluzioni mixate: socialismo corretto dai requisiti di mercato e liberalismo economico corretto da requisiti assistenziali. Ma questa terza via tra liberismo e socialdemocrazie non ha funzionato né sta funzionando per difendere il capitalismo di massa e la sua speranza. Ciò vale sia nell’Europa più sociale sia nell’America, che carica l’individuo di maggior responsabilità per il proprio destino economico via modello liberista. Un dato può semplificare il punto: in ambedue i continenti, sempre di meno i figli ottengono posizioni di reddito superiori a quelle dei genitori. L’analisi in materia dovrebbe tener conto della crisi demografica, ma anche inserendo questo fattore nello scenario resta l’inadeguatezza sia dei modelli economici con eccessi di garanzie sia di quelli con meno garanzie stesse nel difendere il capitalismo di massa e la sua speranza diffusa. Un’altra prova è l’aumento dei debiti pubblici nelle democrazie: la ricchezza viene sempre più prodotta con debito e non con crescita. Semplificando, c’è una crisi delle garanzie economiche. Quelle dirette in ambiente europeo deprimono il ciclo del capitale. Quelle indirette di tipo statunitense – cioè “non ti do soldi direttamente, ma garantisco che il sistema ti darà un lavoro” – tendono a produrre un numero crescente di “lavoratori poveri”. Inserendo nello scenario il rischio selettivo della rivoluzione tecnologica (sul piano del potere cognitivo individuale), mi sento di dire che siamo di fronte a un’emergenza che richiede una soluzione di modifica delle garanzie.  

Nel presente, è osservabile che sia il modello europeo sia quello statunitense offrono risorse insufficienti per la formazione iniziale e continua degli individui. In Europa un massimo di garanzie economiche è fornito ad adulti nel pieno delle forze e una quantità insufficiente ai pensionati. In America il fenomeno è diverso, ma la sintesi sistemica mostra che giovani e anziani non hanno risorse sufficienti e che gli adulti nel pieno della loro forza fisica e mentale godono di maggiori garanzie. Io ritengo più espansivo un ciclo del capitale dove sui giovani ci sia un massimo di investimento per rendere meno probabile il loro bisogno di assistenza nel corso della vita. E anche maggiori redditi per l’età anziana, trasformabili in sostegno alla domanda di beni, a sua volta produttiva di offerta. 

Welfare d’investimento

Semplificando ancor di più, se investo risorse maggiori sulla giovane età aumento la probabilità che, in fase adulta, gli individui abbiano un più alto valore di mercato e un reddito che permetta loro di avere una pensione autofinanziata robusta. Per tale motivo, la proposta di welfare di investimento sposta più spesa pubblica o detassazione e comunque garanzie per la formazione iniziale e continua degli individui, riducendo le garanzie stesse per la vita adulta. Ovviamente una tale riforma delle garanzie ha tempi lunghi, che possono essere accelerati per la necessità di fornire più competenze – mobilità intellettuale e anche geografica – agli individui esposti alla selettività nelle nuove tecnologie. Tale parte del welfare di investimento appare, di necessità, sostituiva per i modelli economici di tutte le democrazie.

Ovviamente, se aumento l’investimento per aumentare il potere cognitivo di massa devo necessariamente creare un’architettura economica di continua espansione. Due considerazioni. La nuova via dovrebbe essere una riforma della prima via, il liberismo, rendendolo più sociale e non una variante della seconda via, cioè la socialdemocrazia o simile. Dove l’aggiunta di “sociale” al liberismo non implica soluzioni socialiste, ma più enfasi sull’investimento di risorse per la formazione degli individui. Tale considerazione è compatibile con il principio di sussidiarietà: individui meglio formati hanno meno bisogno di assistenza con denaro fiscale, rendendolo disponibile per chi ne ha veramente necessità per infermità o incidenti. Per inciso, ricordo con affetto e rispetto lunghe discussioni con Antonio Martino che rifiutava l’idea di mettere “sociale” accanto al termine “liberismo”, sostenendo che il liberismo stesso era di fatto sociale: alla fine accettò, pur guardingo, che il termine “sociale” fosse necessario per l’idea di rendere possibile a tutti ottenere un valore di mercato via potere cognitivo, grazie a un investimento socialmente diffuso.  Ma ben più difficile è disegnare oggi un’alleanza tra democrazie senza barriere per il commercio internazionale, allo scopo di aumentare la varietà e produttività via concorrenza regolata delle unità economiche. 

 Ci vorrebbe un G7+

L’America si è ribellata al mondo da essa stessa creato per impoverimento e insostenibilità del ruolo di poliziotto e locomotiva globale. Assorbendo le esportazioni di tutto il mondo, ha subito una deindustrializzazione che è stata bilanciata sul piano finanziario (ritorno dei dollari mondiali sulle Borse statunitensi), ma non su quello dell’economia reale. La reazione protezionista statunitense non nasce con i dazi imposti da Donald Trump, ma molto prima. Nel disegno dei trattati economici proposti dall’Amministrazione Obama agli alleati del Pacifico (Tpp) ed europei (Ttip) c’era la priorità di ridurre il deficit commerciale statunitense. L’Amministrazione Biden lanciò un progetto di reindustrializzazione protezionista. Già nei primi anni ‘70 del secolo scorso, Henry Kissinger tentò di ridurre i costi di gestione della centralità planetaria proponendo agli alleati una condivisione, offrendo in cambio una transizione dalla gestione singola del globo a una collettiva. Ma ottenne un rifiuto. In sintesi, sono più di cinquant’anni che l’America non regge lo sforzo della Pax Americana. Per tale motivo ci vorrebbe una Nova Pax in forma di alleanza delle democrazie, sempre più strutturata come mercato integrato, con regole eque e di scala così ampia da fare da volano esterno per la crescita economica delle democrazie partecipanti. Una sorta di G7+ che includa le democrazie del pianeta e incentivi le nazioni compatibili a diventare tali, allargando l’area del libero commercio regolato contrapposta a quella dominata dalle nazioni autoritarie inclini alla concorrenza sleale. In sintesi, la proposta di welfare di investimento va collegata a quella di un G7+ che conquisti il dominio degli standard economici globali basati sui criteri delle democrazie. Al momento non appare soluzione facile, ma suggerisco di mantenerla come progetto (geo)politico perché la sua probabilità, calcolata con il criterio dell’utilità reciproca per tutti i partecipanti, è comunque elevata nel lungo termine (via analisi di destino) pur non piccola quella contraria e negativa.

Le stazioni trasformative del capitale

Nel frattempo? Sto lavorando a un “modello circolare di trasfigurazione del capitale” da applicare a tutte le democrazie. Si faccia un cerchio. Poi su questo si collochino le diverse trasformazioni del capitale: monetario fiscale, cognitivo (competenze diffuse), industriale e di attivismo economico socialmente diffuso, ecc. Tale collocazione implica mettere sul cerchio diverse stazioni trasformative del capitale, per esempio investimento sulle capacità cognitive che genera più produttività, più reddito diffuso e più gettito fiscale, poi utilizzabile per più investimenti di qualificazione sociale con minore ricorso al debito, ecc. Il risultato finale è un modello da cui derivare miglioramenti dei flussi trasfigurativi del capitale e quindi un’efficienza sistemica tale da favorire il capitalismo di massa, questo definito non come uguaglianza del livello di ricchezza, ma come denaro sufficiente per attivare risparmi per tutti. E fare manutenzione della speranza di maggiore ricchezza per sé e per i figli. Possibile? Certamente, ma passando da analisi settoriali a quelle sistemiche. 

In conclusione, non posso nascondere che in questo periodo storico ci sia incertezza sulla possibilità di sostituire con una Nova Pax la Pax Americana, in cui l’America mantenga la posizione di prima potenza, ma collaborativa e non unilateralista, come condizione per un mercato internazionale grande a sufficienza per sostenere la rigenerazione delle condizioni di ricchezza per le nazioni democratiche. La storia non è a favore: tutti gli imperi hanno avuto una dinamica nascente, una fase di dominio e una di decadenza che ha lasciato libero uno spazio geopolitico occupato da altre potenze emergenti. Ma per me, e tanti colleghi sia europei sia statunitensi, lo scenario pessimistico è una leva per studiare con più intensità soluzioni ottimistiche. Possibili perché la realtà è immensamente flessibile a essere creata.

Carlo Pelanda è Professore di Economia, Unimarconi, Roma, e coordinatore del think tank Stratematica.

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