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Scuola di Formazione Politica 2026 / Terza sessione

Gentiloni: quale ruolo dell’UE
di fronte al disordine mondiale?

  • 23 APR 2026

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Bene il sostegno all’Ucraina e gli accordi commerciali con Asia e America Latina. Ora agire uniti sul piano energetico, contribuire a stabilizzare le vie di navigazione, attrezzare una difesa comune

«Il ruolo della UE, tra interessi nazionali e necessità di protagonismo globale» è il tema del convegno finale che ha chiuso la Scuola di formazione politica “Conoscere per decidere” di quest’anno. Relatore è stato Paolo Gentiloni, già Presidente del Consiglio dei ministri e Commissario europeo per gli affari economici e monetari.

Ecco gli appunti (non rivisti dall’autore) del suo intervento.

 

Viviamo in un periodo in cui le crisi globali si succedono, si accavallano, e non era nato così il secolo: siamo, in questo anni Venti del secolo ventunesimo, alla terza crisi, quella mediorientale, dopo quella pandemica e quella dell’aggressione all’Ucraina.

La nostra condizione di oggi è quella che il cancelliere tedesco Merz ha descritto con una frase abbastanza inquietante: “Non siamo in guerra ma non siamo neanche in pace”; e che il primo ministro canadese ha descritto come rottura dell’ordine mondiale, non una semplice transizione. Siamo dentro il momento culminante di una crisi che in realtà va avanti da un quarto di secolo. 

LE ILLUSIONI DI FINE SECOLO

Il secolo scorso si era concluso con un decennio di grande ottimismo, gli anni Novanta, in cui si pensava che la globalizzazione avrebbe comportato l’espansione della democrazia, in Russia specialmente, ma anche si scommetteva sull’evoluzione della Cina. Allora c’era il G8 e non il G7. C’era la Cina che entrava nell’Organizzazione mondiale del commercio con la clausola della nazione preferita, perché tutti pensavamo in Europa che si trattasse di una magnifica opportunità per il mercato delle nostre esportazioni e non pensavamo tanto alle potenzialità di esportazione cinese nei nostri mercati. E c’era anche una notevole illusione sulla Russia di Putin. Putin interviene nel 2002 al Bundestag parlando in tedesco, accolto da cinque minuti di applausi alla fine del suo intervento. 

Questo era il clima in cui è cominciato il secolo. Un clima alimentato da una triplice illusione: l’illusione di un’energia a buon mercato assicurata dal rapporto con la Russia; l’illusione di esportazioni illimitate grazie ai nuovi mercati asiatici e alla Cina in modo particolare; e l’illusione del protrarsi di una situazione nella quale noi europei avevamo la sicurezza garantita dagli americani, che avrebbero continuato a farsene carico.

L’invasione dell’Ucraina nel febbraio del 2022 e l’elezione per la seconda volta di Donald Trump nel novembre del 2024 hanno archiviato questa stagione di grande ottimismo e forse anche la lunga stagione dei settanta-ottant’anni del dopoguerra.

LE DISIILLUSIONI DELL’EUROPA

L’Europa si è resa conto improvvisamente di tre cose: a) di essere direttamente minacciata da Putin e da ciò che succede ai nostri confini orientali; b) che gli americani non erano più disposti a farsene carico; c) che la magnifica illusione di un export illimitato verso i mercati asiatici e verso la Cina rischia di tradursi nel suo opposto, cioè in un’invasione di merci e prodotti di altissimo livello e qualità, non semplicemente di minor costo del lavoro, provenienti da quei Paesi.

In sostanza l’Europa si è resa conto che la dimensione del mercato interno non corrisponde automaticamente al potere geopolitico. Tu puoi avere, come ha l’Unione europea, un mercato di 450 milioni di cittadini e di notevolissime capacità di consumo, di spesa e di acquisto; ma questa dimensione, di per sé, nel mondo in cui l’economia è diventata un’arma di conflitto tra Paesi, non si traduce automaticamente in una forza equivalente.

SEGNALI POSITIVI

Lo shock per gli europei è stato notevole. Tuttavia alcune risposte utili e importanti sono venute in quest’ultimo anno da parte dell’Unione Europea. Di fronte alla guerra commerciale avviata dall’amministrazione americana, c’è stata una risposta piuttosto efficace: l’Unione europea ha concluso nel giro di sette-otto mesi una serie di accordi di libero scambio con diversi attori internazionali — India, Indonesia, Australia, America Latina — che erano in discussione da anni o addirittura da decenni. Inoltre l’Unione Europea è riuscita, nonostante il disimpegno americano, a continuare il sostegno all’Ucraina. Questo non era affatto scontato.

Ci sono dunque segnali incoraggianti, ma ce ne sono altri che dicono che la risposta è ancora molto lenta. Se guardiamo agli obiettivi contenuti, per esempio, nel rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea e li confrontiamo con le decisioni prese, ci rendiamo conto che stiamo andando troppo lentamente.

Un fatto inedito: l’Iran che utilizza l’arma dello Stretto di Hormuz nello scenario di un’economia mondiale trasformata in conflitto. L’intervento militare americano-israeliano abbia certamente inflitto perdite pesanti all’Iran ma, al tempo stesso, ha provocato serie conseguenze geopolitiche: in primo luogo, ha incrinato il modello dei Paesi del Golfo e ha anche compromesso l’idea che, attraverso i cosiddetti Accordi di Abramo, i Paesi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita ma anche gli stessi Emirati, diventassero protagonisti di una nuova stabilizzazione dei rapporti con Israele. Ha provocato una crepa tra Stati Uniti e il governo Meloni, cosa non prevedibile. Ha provocato enormi difficoltà per l’Asia, in particolare per il Giappone e per i Paesi dell’ASEAN. Noi giustamente ci concentriamo sull’impatto in Europa, ma sappiamo che il collo di bottiglia di Hormuz è ancora più grave, dal punto di vista delle forniture di petrolio e gas, per i Paesi asiatici.

Infine, ha provocato, ahimè, un rafforzamento della posizione di Putin. Un Paese come la Russia, che sopravvive vendendo gas e petrolio, se vede aumentare in modo rilevante il prezzo del gas e del petrolio — come è accaduto in queste settimane — e se addirittura gli Stati Uniti autorizzano tutti i Paesi, anzi li invitano a rifornirsi di petrolio russo, certamente ne trae beneficio.

TRUMP IN UN CUL DE SAC

La settimana scorsa sono stato a Washington, agli incontri di primavera del Fondo Monetario Internazionale, e lì questa preoccupazione era evidente. Anche se, come sapete, i mercati al momento sembrano ancora ottimisti, cioè sembrano scommettere sul fatto che il presidente Trump abbia capito che in qualche modo deve mettere fine a questa guerra e debba decidersi a dichiarare che la missione è compiuta, che la vittoria è raggiunta.

L’ultimo sondaggio che ho visto, realizzato dall’emittente NBC, dava il 64% degli americani contrari a questo intervento in Iran.

Se a questa opposizione si aggiunge il malessere per l’incremento dei prezzi, in particolare della benzina alla pompa, è molto possibile che il presidente Trump stia cercando disperatamente una via d’uscita che gli consenta di dichiarare che la partita è stata vinta e quindi archiviata. Ma non lo sappiamo.

Questa vicenda potrebbe protrarsi e, se si protraesse, potrebbe innescare una serie di conseguenze anche in Europa, dal punto di vista del calo della crescita e dell’aumento dell’inflazione.

CHE RUOLO PUÒ SVOLGERE L’UE?

Sperando che Trump dichiari al più presto la missione compiuta, penso che all’Unione Europea sia legittimo chiedere innanzitutto di orientare i governi verso misure, per quanto possibile, mirate a chi ne ha davvero bisogno e temporanee, cioè non tali da alimentare l’inflazione.

Non si tratta di misure che decide direttamente l’Unione Europea. L’Unione europea può fornire una cornice, uno schema di indicazioni. Può, per esempio, come ha fatto durante la crisi del 2022, incoraggiare la richiesta di contributi di solidarietà alle imprese che hanno realizzato extraprofitti. Non può certo stabilire una tassa europea sugli extraprofitti: non fa parte delle sue competenze e qualsiasi argomento che contenga la parola “tasse” richiede l’unanimità.

Può inoltre cercare di fare fronte comune sul piano energetico, tentando, come si provò a fare con la precedente crisi energetica successiva all’invasione dell’Ucraina.

In terzo luogo, penso che sia giusto chiedere all’Unione europea di contribuire alla stabilizzazione delle vie di navigazione. Il tema è naturalmente delicato, perché gli europei non possono farlo con la guerra in corso: significherebbe intervenire di fatto nel conflitto. Penso che abbiano fatto molto bene, anche nella recente riunione che c’è stata all’Eliseo, a chiarire che tutto questo discorso su un eventuale impiego di assetti navali europei nello Stretto di Hormuz riguarda il dopoguerra, non il presente.

CHE COSA NON CHIEDERE ALL’UE

Innanzitutto — e questa, per fortuna, è una discussione molto italiana — dovremmo evitare di mettere sul tavolo la riapertura delle forniture di gas russo in Europa. Per due ragioni. La prima: sarebbe in evidente contraddizione con tutto l’impegno di questi anni (ci sono in ballo 90 miliardi di finanziamento all’Ucraina. Contraddire tutto questo riaprendo i rubinetti del gas russo sarebbe suicida). La seconda: di che cos’altro abbiamo bisogno, dopo una crisi come questa che segue quella del 2022-2023, per capire che dalla dipendenza dal gas dobbiamo uscire? Dovremmo investire di più nella transizione energetica.

DIFESA COMUNE EUROPEA

È un altro tema enorme. Se ciascun Paese si muove da solo, senza un impegno comune di Eurobond a livello comunitario, si creerebbe un ischio addirittura esistenziale per l’Unione europea. La Germania, che ha messo nero su bianco l’intenzione — dopo aver abolito i vincoli di spesa che si era autoimposta — di passare da 50 miliardi l’anno di spesa militare, livello di vent’anni fa, a 102 miliardi quest’anno e a 200 miliardi nel 2030. Se la Germania va per conto suo sul piano del riarmo, penso che per i popoli europei la situazione diventi davvero molto delicata.

Questa è la ragione per la quale ritengo che Paesi come il nostro, governi come quello italiano, dovrebbero dare grande importanza alla possibilità che, dopo la straordinaria operazione fatta di fronte al Covid, se ne faccia un’altra altrettanto straordinaria di fronte alla necessità di farci carico noi europei della nostra difesa.

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