Quadrimestrale di cultura civile

I pilastri del Rinascimento africano

Eppur le Afriche sono in movimento. Dentro tutte le contraddizioni che le attraversano: le guerre, le diseguaglianze, la povertà, gli interessi geopolitici del Nord del mondo, le “democrature”, le dittature, il debito pubblico fuori controllo, il post colonialismo che non è ancora indipendenza effettiva. Eccetera, eccetera. Ma le Afriche sono nel proprio coraggio. Nel presente e nel futuro giovane. Nei luoghi della conoscenza impegnati ad esprimere, riscoprendola, una cultura autoctona. Nelle affermazioni di economie a misura della propria storia, delle proprie tradizioni, dei propri popoli. Nella presenza di vita nelle città che corrono e negli ambienti rurali che perseguono una propria originalità. Oggi il Continente è un gigantesco laboratorio. Tutto o quasi ancora da conoscere. Come abbiamo provato a fare con questo numero di “Nuova Atlantide”.

Questo numero di “Nuova Atlantide” corre sul filo del paradosso. La cosa non dovrebbe stupire visto che il monografico concentra la sua attenzione sulle Afriche. La storia è nota: il Continente è profondamente segnato dai suoi paradossi e i contribuiti che caratterizzano il numero della rivista in una certa qual misura – esplicita o implicita – ne tengono doverosamente conto. Per dire, è la terra delle grandi risorse naturali e insieme del drammatico deficit per quanto riguarda lo sviluppo. È il Continente dei “vuoti istituzionali” come dei laboratori virtuosi delle cosiddette “istituzioni informali”. E ancora: dei tentativi di affermare propri modelli di democrazia e delle svariate forme di dittatura che ancora permangono. Del perdurare di una stanca arretratezza come di una vivacità culturale a marcata trazione giovanile (e non potrebbe essere che così in virtù del fatto che la fotografia demografica del Continente africano dice che entro il 2030 oltre il 40 per cento della popolazione giovanile mondiale sarà africana). E di un post colonialismo non ancora completato per ragioni interne e rinnovate strategie dell’attenzione esterne. E di guerre che la feriscono colpevolmente dimenticate come scrive per noi Di Liddo (vedi adesso soprattutto in Sudan, ovvero nel paese del Corno d’Africa e nella Repubblica Democratica del Congo, realtà dove il conflitto armato sta determinando una drammaticissima crisi umanitaria nel silenzio del mondo) mentre è altrettanto rilevante il desiderio di costruire e quindi di veicolare messaggi di convivenza pacifica. Afriche paradossali, dunque. E proprio per questa evidenza l’approccio conoscitivo, arricchito da voci del Continente, scandiscono il percorso di “Afriche. Un mosaico che sfugge”. Cioè che sfugge alle chiavi di lettura convenzionali e alle interpretazioni consuete. E perciò, paradossalmente, l’impatto è con un mosaico capace di sorprendere. Tenerlo presente è stata la sfida che ha infine generato questo monografico.

Quelle domande di normalità

Ecco allora che il paradosso africano non può impedire di rilevare come le Afriche oggi siano alla ricerca di una normalità. E perciò di un proprio protagonismo e di raggiungere finalmente un’indipendenza conclamata. E non solo e non più caratterizzata da contorni formali. Per gli africani si tratta di compiere un ultimo miglio che può essere lungo, lunghissimo, oppure ragionevolmente breve. I pilastri su cui ridisegnare il proprio volto appartengono a una storia che viene da lontano, da molto lontano. Che affonda in un’umanità vivacissima, in culture profonde, affascinanti, che la decolonizzazione, per come è avvenuta, aiuta poco o nulla a farcele conoscere e comprendere (è la riflessione del contributo di Da Rold). Tuttavia, l’ultimo miglio oggi non è appena un orizzonte immaginifico. Ma un fatto concreto. Come i fenomeni di economia informale che, visti con gli occhi occidentali potrebbero sembrarci tentativi velleitari e marginali, invece esprimono una ricchezza importante e caratterizzante il Continente. Essa “poggia su un tessuto di norme, di abitudini e di tradizioni che da secoli regolano le relazioni sociali, economiche e comunitarie. Che influenzano nel profondo il comportamento delle persone e delle realtà imprenditoriali. Si tratta di istituzioni “dal basso” che si pongono a tutti gli effetti quali modelli alternativi di sviluppo. In grado di rispondere alle sfide economiche e sociali attraverso l’attivazione di processi creativi, sostenibili e culturalmente contestualizzati” (Ciambotti). Tale visione virtuosa denuncia un percorso alternativo, di riforme più flessibili e contestualizzate rispetto al progetto sul Continente prodotto dalle potenze occidentali e ben descritto nel programma Washington Consensus. Che, alla prova di realtà, ha fallito perché “ha ignorato la complessità strutturale delle Afriche” (Colombo). Lo sviluppo economico e sostenibile del Continente non potrà, al dunque, che passare da un cambio sostanziale di registro, da una letteratura propositiva scritta dai popoli e dalle élite continentali. Il cosiddetto “Rinascimento africano” non potrà che essere a trazione africana. E sarà giovane. Come dice Aime: “In loro si avverte l’entusiasmo di costruire una cultura africana nuova”. Che lui vede soprattutto innervarsi nelle città. “Non è più quella del villaggio, della capanna e della società contadina, ma è una società urbana, che però non ha dimenticato del tutto quello che c’era prima: forti reti di solidarietà, legami dal basso, l’abitudine al ritrovo e alla conversazione prolungata che sopravvivono anche nelle città”. Insomma, facce, espressioni di vitalità e coraggio che fanno parte, comunque parte, della stessa medaglia. Una medaglia ancora da modellare, pur già assai preziosa.

Il concetto di “Rinascimento africano” stuzzica molto Touadi. Permangono, certo, le criticità, ma i dati previsionali aprono a un futuro promettente. E la politica non potrà che giocare un ruolo determinante. Infatti, si chiede: le democrazie avranno la meglio sulle “democrature”, sull’uomo solo al comando? Lo scatto in avanti attiene a un non banale processo di consapevolezza e maturazione: “Sessantaquattro anni dopo le indipendenze è arrivato per gli africani e i loro dirigenti il tempo delle responsabilità. Quel tempo dove si misura il peso delle proprie scelte e si forgia una visione per il presente e il futuro”. Ma il tempo della responsabilità richiede tempo. La questione chiama in causa la formazione di una classe dirigente nuova e illuminata. E perciò interpella i mondi delle accademie continentali. I sistemi della conoscenza. Il contributo di Stephen Momanyi, Annika Surmeier, David Littlewood, Quinton Apollis sottolinea come ancora permanga evidente l’eredità dell’educazione e dell’istruzione coloniale ma, tuttavia, al sistema accademico delle Afriche non sfugge l’importanza di lavorare per costruire una propria leadership nell’elaborazione di una conoscenza originale. Un affrancamento necessario che non intenda recidere partnership con l’agenda globale di ricerca; un affrancamento quanto mai opportuno per uscire dal cono d’ombra della subalternità. Solo così le nuove classi dirigenti africane saranno per davvero “africane”. E tra di esse certamente si affermeranno personalità politiche in grado di favorire l’applicazione di modelli autenticamente democratici. In tal senso la scrittrice e attivista Tsitsi Dangarembga riconosce che l’istruzione è un passo cruciale “ma non sufficiente per la creazione di amministrazioni credibili in Africa. Essa deve essere combinata con altre qualità umane positive, come una buona morale, saggezza e altruismo, per contribuire alla stabilità e alla coesione delle società”.

I drammatici nodi che ancora non si sciolgono

Il numero di Nuova Atlantide non tace le gravi criticità che permangono, proprio quelle che potrebbero portare a riconoscere quanto possa risultare lunghissimo quell’ultimo miglio da compiere per il Continente. Pellegrini si occupa di un vero e proprio dramma, quello del clamoroso e pesantissimo debito pubblico delle Afriche. Un accumulo per far fronte a una spesa pubblica vieppiù crescente e per provare a contenere fattori di stress che provengono dall’esterno. E racconta di quali possano essere gli strumenti a disposizione di Paesi altamente indebitati per creare spazio a investimenti futuri, nel contesto di relazioni geopolitiche altamente complesse tra i principali creditori del continente. Mercuri si concentra sul rovente scacchiere del Mediterraneo e di come quell’area sia centrale in questa fase storica dove gli elementi tellurici appartengono a fenomeni di scomposizione e ricomposizione dei blocchi al tempo delle frammentazioni e del modello di globalizzazione ormai ampiamente al tramonto. Siddharth Kara, autore del libro Rosso cobalto. Come il sangue del Congo alimenta le nostre vite (People, 2023), affronta il tema delle risorse naturali del Continente e del terribile fenomeno predatorio a partire dalla piaga dello sfruttamento degradante e violento di uomini, donne e bambini congolesi per estrarre il prezioso minerale che fa funzionare i nostri dispositivi elettronici e le macchine a motore elettrico. Mentre Rulli e Galli pongono all’attenzione la sfida dei cambiamenti climatici come una delle più gravi che le Afriche stanno affrontando ai giorni nostri. “Con un clima che diventa sempre più instabile, le risorse naturali, in particolare l’acqua, stanno rivestendo un ruolo sempre più centrale nei conflitti geopolitici e socioeconomici. Il continente africano, che ospita una grandissima varietà di ecosistemi, culture e tradizioni agricole, è stato storicamente vulnerabile ai fenomeni climatici estremi, come siccità prolungate, inondazioni, e cambiamenti nella dinamica stagionale delle piogge”. E Ronza, per rimanere nel perdurare delle criticità che preoccupano, suggerisce di guardare al Sudafrica e al braccio di ferro intervenuto con l’amministrazione Trump. Ne spiega l’origine e individua quali potrebbero essere le conseguenze di questa sopraggiunta frattura. Laddove, giova ricordare, il Sudafrica è parte non irrilevante dei Brics, quel raggruppamento di economie (Cina e India a fare da guida) che ormai definire ancora emergenti non rende l’idea del peso che hanno oggi a livello globale.

Lezioni di “Piano” e altre esperienze creative

Ma, come detto, le Afriche si stanno muovendo. Anche nel solco di una convivenza ritrovata e, semmai, insperata. Il cardinale arcivescovo metropolita di Algeri Jean-Paul Vesco chiarisce perché la fraternità è più forte della differenza religiosa. Dei conflitti. E lo fa raccontando vicende anche profondamente drammatiche andate di pari passo con vagiti di speranza. Un messaggio di pace e convivenza fra popoli che, evidentemente, non vale solo per l’Algeria se pensiamo alle Afriche delle guerre fratricide e dimenticate. E messaggi innovativi si traggono dal possibile e innovativo utilizzo nel Continente dell’intelligenza artificiale trasformativa. Un messaggio anche sorprendente se pensiamo che questa tecnologia potrebbe risultare determinante nel ridurre la povertà (Bitange Ndemo e Giacomo Ciambotti). Insomma, esperienze positive certo non mancano, basta scavare e uscire dai cliché. Sicuramente lo è la storia che descrive Andrew E. Ekpenyong, nella vicenda nigeriana che riguarda gli ospedali e Istituti di Ricerca Joseph Ukpo (JUHRI). Tale opera esprime un modello di sussidiarietà dal basso guidato dall’iniziativa e dall’impegno delle comunità locali piuttosto che da organizzazioni non governative esterne. Si tratta di un approccio autoctono fondamentale per garantire che i servizi medici siano adeguati alle esigenze locali, creando così soluzioni sanitarie sostenibili e adattabili alle sfide uniche della Nigeria rurale. Ci si muove dalla parte delle soluzioni. Ecco le Afriche dei paradossi. E allora: il Piano Mattei riuscirà a presentarsi come autentico veicolo di cooperazione allo sviluppo? Di partnership tra pari? Silvestri di AVSI entra nel merito del “Piano” per ragionare in termini di occasione da non sprecare nel dialogo – fra Afriche e Italia – da innervare di linfa nuova.

Già, il dialogo. Che è cultura. Gli africani su questo sanno regalare emozioni. Nei più diversi linguaggi. Dalla danza alla musica, alla letteratura. In questo monografico ci sono voci che ne documentano l’originalità. Sono le facce del Sud del mondo che alimentano il dono della creatività. Pensieri e parole. Suoni e colori.

 

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