Quadrimestrale di cultura civile

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Un romanzo che è molto altro. Questo è “Nevrosi” della scrittrice dello Zimbabwe Tsitsi Dangarembga da poco ripubblicato in Italia con una traduzione più accurata e più cruda come lo è la vicenda che vi si racconta. Tra desiderio di emancipazione e la condizione di sottomissione in un villaggio rurale della Rhodesia prima dell’indipendenza. Un racconto che non ha nulla di accomodante. E che aiuta a comprendere come nel Continente il colonialismo continua ad essere un fenomeno assai invasivo. Di questo ed altro abbiamo parlato con l’autrice che, per le sue convinzioni, ha anche conosciuto l’esperienza del carcere.

«L'istruzione è un passo cruciale ma non sufficiente per la creazione di amministrazioni credibili in Africa. Essa deve essere combinata con altre qualità umane positive, come una buona morale, saggezza e altruismo, per contribuire alla stabilità e alla coesione delle società». Tsitsi Dangarembga è una scrittrice dello Zimbabwe. Ma è anche regista di documentari e drammaturga. Ancora oggi nel suo Paese incontra difficoltà a potersi esprimere liberamente. Nel 2020 è stata arrestata per aver partecipato a una manifestazione pacifica nella capitale Harare convocata per denunciare il gravissimo problema della corruzione. Recentemente è tornato in libreria Nevrosi (titolo originale Nervous Conditions, scritto nel 1988) per l’editrice Pidgin nella nuova traduzione curata dall’editore Stefano Pirone. Che, rispetto alla traduzione precedente, restituisce al lettore alcune asprezze del linguaggio e dei riferimenti rilevanti dal punto di vista artistico e culturale. Il progetto prevede la pubblicazione delle altre due opere che completano la trilogia: The book of Not (2006) e This Mournable Body (2020). Nevrosi, nel 2018, è stato inserito dalla BBC tra i cento titoli che hanno cambiato il mondo. Il romanzo, molto amato da generazioni di scrittrici e scrittori africani come da afrodiscendenti, fotografa la realtà di un villaggio rurale della Rhodesia, cioè l’attuale Zimbabwe (l’indipendenza risale al 1980 e Dangarembga scrive il libro poco dopo) attraverso lo sguardo e il pensiero di una bambina che anela all’emancipazione vivendo il presente del cono d’ombra della sottomissione nelle sue molteplici forme: razziali, di genere, di ineguaglianza. Con l’autrice il dialogo ha preso il via dai rimandi che comunica il titolo.  

La nevrosi è un disturbo tipicamente considerato come diffuso e pervasivo dell’Occidente. Nel suo romanzo Nervous Conditions lei illustra come questa condizione sia profondamente radicata nella realtà africana, strettamente legata all'esperienza storica ed esistenziale della fase post-coloniale. Come è arrivata a questa consapevolezza? E pensa che questa prospettiva sia oggi ampiamente condivisa nel continente?

Mi ha sorpreso molto scoprire, da giovane donna, che alcuni gruppi di esseri umani credevano che gli stati emotivi patologicamente negativi colpissero solo i membri del proprio gruppo e che altri gruppi di persone fossero invece immuni a questi stati patologici. Contemporaneamente a questa convinzione/percezione, quando ero studentessa di psicologia all'Università dello Zimbabwe, mi resi conto di come questi stati emotivi patologici fossero, nel pensiero europeo, attribuiti in modo sproporzionato alle donne europee. Fortunatamente, la diversificazione dell’accademia, che consente a gruppi diversi di studiare ciò che è importante per loro influenzando il pensiero, ci ha permesso di superare queste prospettive antiquate. Man mano che la crisi esistenziale globale si approfondisce nell'era post-epidemica, un numero crescente di persone sul pianeta sperimenta ansia e senso di impotenza. L'Africa non fa eccezione. La natura precisa delle condizioni traumatiche varia, e in Africa queste condizioni si sovrappongono a decenni di oppressione, guerre, repressione e altre disfunzioni. I giovani sopportano il peso maggiore della disperazione generata da queste condizioni di vita, poiché molti non ne hanno mai conosciute di migliori. Governi e società non hanno altra scelta che prendere atto di questa situazione e cambiare il loro approccio alla salute psicologica e mentale.

Tambu, la protagonista del suo libro, vede nell'istruzione e nell'apprendimento un'opportunità di vera emancipazione. È questo un passo cruciale verso l’autentica indipendenza dell’Africa? E per la creazione di élite credibili?

L'istruzione è un passo cruciale ma non sufficiente per la creazione di amministrazioni credibili in Africa. Deve essere combinata con altre qualità umane positive, come una buona morale, saggezza e altruismo, per contribuire alla stabilità e alla coesione delle società. Questi attributi sono sempre più scarsi in tutto il mondo sotto l’ordine attuale, che ha una natura coloniale. L'Africa, insieme ad altre regioni del sud globale, ha sopportato il peso della precedente fase coloniale attiva per mezzo millennio e spesso ha dovuto impegnarsi in lotte armate terribilmente violente per spodestare gli oppressori coloniali. Questi gruppi armati ora detengono il potere e, in alcuni casi, le atrocità sono ancora nella memoria vivente. L’eredità della violenza e del trauma irrisolto rende improbabile un’amministrazione credibile, anche a causa della continua traumatizzazione delle popolazioni stesse.

Il libro mette in evidenza sfide cruciali legate a un risveglio della coscienza nella vita quotidiana. Oggi, rispetto a queste sfide—razzismo, emancipazione femminile, convivenza, pace e sviluppo—come valuta la situazione attuale? E c’è qualcosa che le dà speranza?

Penso che molte persone in Zimbabwe siano più consapevoli delle sfide che le riguardano oggi rispetto alle decadi passate, ma si sentano anche più impotenti, sia per la propria fragilità, sia per una realtà che tende a schiacciare. E tale negatività genera una resistenza instabile e distruttiva, anche se inizialmente può sembrare il contrario. L’istinto di autoconservazione porta infine alla consapevolezza che il percorso dettato dalla negatività determina solo un ulteriore peggioramento delle condizioni; mentre solo un processo di autentica cooperazione può generare e garantire una sicurezza a lungo termine, modificando così pensiero e comportamento. Di conseguenza, le persone ovunque, incluso lo Zimbabwe, compiono piccoli atti di gentilezza e decenza verso i propri simili e verso il creato, nonostante l’attuale stato di allarme esistenziale. Ho fiducia nella capacità umana di giungere a questo grado di consapevolezza su scala sempre più ampia.

Nel libro accadono diversi eventi dolorosi, uno dei quali particolarmente tragico: la morte del fratello di Tambu. Tuttavia, questo evento drammatico non porta la protagonista alla rassegnazione. Al contrario, apre la strada a qualcos'altro—un percorso difficile, ma in continua evoluzione. Questo suggerisce che la rassegnazione dei popoli africani sia stata un fattore paradigmatico che ha permesso alle potenze occidentali di attuare strategie invasive?

La punizione per non rassegnarsi al dominio delle potenze occidentali, durante l’instaurazione della fase attiva dell’ordine coloniale, era la morte. Si verificò un processo di selezione, una sorta di ingegneria sociale della docilità imposta da forze straniere aggressive. Dopo aver portato a termine questa ingegneria sociale, si descrisse il risultato come se fosse sempre stato così. Pochissime persone sanno, ad esempio, che in Sudafrica ci furono sette guerre di frontiera a causa dell’occupazione occidentale.

Nel 2021, mentre riceveva il prestigioso Premio per la Pace dalla German Book Trade a Francoforte, ha affermato che l'Africa ha urgentemente bisogno di "un nuovo Illuminismo, un nuovo modello di pensiero". Data la complessità di rappresentare il continente nella sua interezza, come pensa che questa sua visione possa concretizzarsi?

Beh, ci sto lavorando. Ho capito che se invoco qualcosa, devo anche contribuire personalmente alla sua realizzazione. Il mio secondo saggio, che spero venga pubblicato l’anno prossimo, affronterà proprio il tema di un nuovo illuminismo.

Molti governi africani affrontano sfide significative nella governance e nel rapporto con i loro popoli. Come spiega questa situazione?

Questa domanda trova in parte risposta in quanto detto prima, dove menziono come la violenza necessaria per rovesciare l’oppressione coloniale sia diventata una componente strutturale dei governi formati dai movimenti di liberazione. Ciò è legato a un problema più ampio di socializzazione coloniale imposta dalle autorità colonizzatrici, che non è stata affrontata in modo adeguato. Inoltre, l’indipendenza politica non equivale all’indipendenza economica. I processi di globalizzazione, iniziati con il Portogallo nel XV secolo, hanno portato alle attuali strutture economiche. Nessun cambiamento significativo in questa struttura si è ancora verificato, e quindi i governi africani sono intrappolati nel sistema economico creato dall'Occidente mezzo millennio fa.

Perché la democrazia fatica a radicarsi in Africa?

La democrazia, così come è intesa nel nord globale, è sempre stata un sistema politico elitario sin dalla sua origine nella società schiavista dell'antica Grecia. La democrazia è una forma di governo molto costosa. In effetti, la democrazia del nord globale, così come la conosciamo oggi – nonostante il suo declino – è stata finanziata dall'espropriazione del 75% del mondo da parte dell'Europa globale.

Questo non significa che non ci siano abbastanza risorse nel mondo, anche senza esaurire ulteriormente il pianeta, per garantire il benessere di tutti. Ce ne sono. Tuttavia, quando la logica economica è quella della crescita infinita, ovvero del profitto infinito, diventa chiaro che non esiste un punto di equilibrio raggiungibile, poiché il concetto di crescita o profitto sarà sempre presente nelle nostre menti. Mentre la nostra immaginazione, inclusa quella riguardante il denaro, è infinita, le risorse sono invece finite.

Di conseguenza, la logica della crescita/profitto infinito – cioè l’accumulo di ciò che viene definito valore in un luogo – implica, d’altra parte, la logica dell’impoverimento infinito o della sottrazione di valore in un altro luogo. Questo è ciò che intendo per una nuova fase dell’ordine coloniale, che altri studiosi chiamano colonialità.

Ha fiducia nelle nuove generazioni dell'Africa? Se sì, quali sono le ragioni che supportano questa convinzione?

Personalmente, non capisco perché il nord globale voglia dirci che i giovani che sono cresciuti in un contesto di disfunzione e con risorse estremamente scarse in tutte le categorie possano essere chiamati a salvare il loro continente, e quindi, dato che l'Africa continua a esportare valore nel resto del mondo, a salvare il mondo che vuole continuare a godere di questo valore che le viene derubato. Perché i decisori politici del nord globale pongono questa responsabilità sui giovani africani, che sono già sotto pressione? I giovani africani, come tutti gli altri giovani, hanno bisogno di cure, accesso e sostegno.

Infine, lei testimonia la nuova Africa in molte parti del mondo. Dalla sua esperienza, ritiene che gli stereotipi sul continente stiano per essere superati o persistono ancora?

Gli stereotipi sono mantenuti dal potere attraverso la narrazione e la politica. Penso che gli stereotipi sull'Africa stiano di nuovo diventando "arma" nel nord globale e in altre parti del mondo, per adattarsi agli attuali obiettivi geopolitici. Dire che "rappresento la nuova Africa" implica che ci sia uno stereotipo di una vecchia Africa, con la quale io sono giudicata in contrasto.

Tsitsi Dangarembga è nata a Mutoko nel 1959. Allora Rhodesia, dal 1980 Zimbabwe. È autrice di romanzi e saggi. Anche regista di documentari, drammaturga, attivista e direttrice dell’Institute of Creative Arts for Progress in Africa.

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