Quadrimestrale di cultura civile

Il Sudafrica e le mosse di Usa,
Cina e Vecchio Continente

  • MAG 2025
  • Rocco Ronza

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L’attivismo del presidente degli Stati Uniti non ha risparmiato misure sanzionatorie verso uno dei paesi più importanti della regione subsahariana. Il 7 febbraio ha emesso un ordine esecutivo in cui ordinava la sospensione di tutte le forme di cooperazione e assistenza umanitaria verso Pretoria. Il motivo? La promulgazione da parte del presidente Ramaphosa di una legge sugli espropri delle terre agricole di proprietà dei bianchi, volta a modificare le disposizioni in vigore dal 1996. Tali contrasti preoccupano anche nella logica del riassetto delle alleanze su scala globale. E l’attuale vuoto lasciato dagli USA, difficilmente colmabile allo stato delle cose da Cina e Russia, potrebbe aprire per l’Europa orizzonti interessanti di collaborazione strategica.

È ancora troppo presto per capire quale sarà l’impatto sul sistema mondiale della partenza “con il botto” della seconda amministrazione di Donald Trump nei primi mesi del 2025. Occorrerà certamente del tempo e anche una buona misura di riflessione a freddo per separare gli effetti della rivoluzione nella comunicazione diplomatica messa in atto in poche settimane dal nuovo capo della Casa Bianca, dalle conseguenze politiche ed economiche più durature dei cambiamenti annunciati e in parte già attuati nelle relazioni tra gli Stati Uniti e gli altri paesi del mondo. Ai blitz provenienti da Washington, che stanno marcando questo primo scorcio del quadriennio presidenziale, dovranno succedere necessariamente tempi in cui adattamenti, risposte e contro-iniziative da parte degli altri attori del sistema internazionale si riprenderanno la scena. Il fatto che, per il momento, le analisi degli esperti di relazioni internazionali che si arrischiano di prevedere il corso futuro degli eventi siano ancora poche ci ricorda che, quando la storia (nel bene o nel male) si rimette in moto, molti schemi interpretativi utilizzati fino a quel momento diventano improvvisamente vecchi e che la costruzione di strumenti nuovi, anche nei nostri tempi sempre più accelerati, richiede del tempo.

Se è vero che l’attivismo della nuova amministrazione non ha risparmiato nessuna regione del mondo, dalla Groenlandia a Panama, dalla Striscia di Gaza al Canada, fino al Mar Rosso, è chiaro che il centro dei suoi interessi resta ben piantato nel Nord del mondo, con la partita strategica con la Cina che si staglia dietro alla battaglia sui dazi con l’Europa e al tentativo di chiudere quanto prima la guerra di Putin in Ucraina. Anche per questo è quindi presto per capire quali potrebbero essere le conseguenze per l’Africa, un continente che rimane tuttora, come è sempre stato da oltre mezzo secolo in qua, ai margini della scena mondiale. Si può tuttavia provare a dedurre qualche prima indicazione da una lettura dell’offensiva che, all’inizio dell’anno, la presidenza Trump ha indirizzato verso uno dei paesi più importanti della regione subsahariana: il Sudafrica.

Ai primi di febbraio, come uno dei primi atti della sua nuova politica estera, l’amministrazione Trump ha annunciato che, in risposta alla recente promulgazione da parte del presidente Ramaphosa di una legge sugli espropri delle terre agricole di proprietà dei bianchi, volta a modificare le disposizioni in vigore dal 1996, avrebbe cambiato le politiche degli Stati Uniti verso quel paese. Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, il presidente americano ha fatto seguire alle parole i fatti, emettendo un ordine esecutivo in cui ordinava la sospensione di tutte le forme di cooperazione e assistenza umanitaria verso il Sudafrica e annunciava la prossima apertura di una corsia speciale per l’ingresso negli Stati Uniti riservata alle famiglie di agricoltori bianchi di etnia afrikaner, particolarmente penalizzati dalla nuova legge. Nelle settimane successive, a questo primo provvedimento si è aggiunto l’annuncio che i tagli alle spese del settore pubblico, affidati alla nuova task force guidata da Elon Musk, avrebbero coinvolto il programma Usaid, utilizzato per sostenere la cooperazione internazionale in molti paesi africani, da cui dipende oltre un quinto dei programmi di lotta all’Aids in Sudafrica. Sebbene nessun riferimento fosse stato fatto a dazi e politiche commerciali, analisti e politici sudafricani hanno individuato come prossimo bersaglio dell’offensiva della Casa Bianca il rinnovo delle facilitazioni doganali per l’export verso il mercato americano previste dal programma AGOA (l’African Growth and Opportunity Act, atto emesso nel maggio 2000 dal Congresso degli Stati Uniti in cui si descrive un piano di collaborazione e assistenza economica e commerciale nei confronti dei paesi dell’Africa subsahariana, ndr), in scadenza nella seconda metà dell’anno.

La mossa di Marco Rubio

Dopo poco più di un mese, il 14 marzo, quando le iniziative di Trump sembravano essersi spostate verso l’Europa e il Medio Oriente, e mentre l’attenzione dei media internazionali appariva monopolizzata dalle trattative dirette con Putin per una tregua in Ucraina, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato che l’ambasciatore sudafricano negli Stati Uniti, Ebrahim Rasool, era da considerarsi come “persona non grata”. La motivazione faceva riferimento diretto ad alcuni giudizi molto duri nei confronti dell’amministrazione Trump espressi da Rasool il giorno prima, nel corso di un webinar organizzato da un think-tank sudafricano vicino all’African National Congress (ANC), il partito al potere nel paese dal 1994. Il politico sudafricano, storico attivista e leader dell’ANC nella provincia del Western Cape, di cui era stato anche presidente, inviato a Washington appena due mesi prima con il mandato di migliorare le relazioni con la nuova amministrazione USA, si era avventurato in una lettura della situazione internazionale in cui, pur plaudendo alla nuova convergenza con la Casa Bianca nell’atteggiamento verso la Russia, non si faceva scrupolo di descrivere Trump come un fautore del “suprematismo bianco”.

In entrambi i casi, l’iniziativa americana ha fatto clamore – oltre che per le modalità con cui è stata resa pubblica: la piattaforma X invece dei canali diplomatici ufficiali – perché ha sancito, di fatto, il rovesciamento di prassi e di equilibri che duravano da decenni. La normativa sugli espropri (che si basava sulla discriminazione razziale “al contrario” tipica delle politiche di azione affermativa, ma prevedeva indennizzi e il consenso dei proprietari) è uno dei caposaldi su cui era stato costruito il regime nato dopo la fine dell’apartheid e come tale non era mai stata oggetto di critiche dall’esterno del paese. Gli sforzi delle organizzazioni degli agricoltori afrikaner, che da anni denunciavano una scia di aggressioni e omicidi a danno dei loro membri, aveva trovato una certa risonanza, in America e in Europa, negli ambienti populisti più ostili al “mainstream” liberale (come la Lega Nord in Italia), ma avevano sempre urtato contro il muro opposto dagli analisti e dai media dei paesi occidentali, che ricordavano l’alto tasso di criminalità complessiva che affligge il paese (e soprattutto le aree nere) e suggerivano, senza affermarlo esplicitamente, che la tolleranza verso una certa misura di violenza criminale ai danni della minoranza bianca fosse il prezzo da pagare per una riconciliazione che aveva lasciato quasi intatta la ripartizione delle terre.

Anche le dichiarazioni di Rasool, per quanto decisamente incaute per un diplomatico, soprattutto in un momento delicato come quello attuale, non si distaccavano, se non nei toni, da quelle accettate generalmente da esponenti dei movimenti anticoloniali o da attivisti antirazzisti, soprattutto quando, come avvenuto in questo caso, fossero state proposte nel linguaggio dell’analisi marxista, tuttora familiare a molti quadri dell’ANC.

In entrambi i casi, tuttavia, la scelta del governo e delle forze politiche sudafricane, assecondata subito anche dai principali media del paese, è stata quella di buttare acqua sul fuoco. In vista del difficile rinnovo dell’AGOA, Ramaphosa e il governo hanno imboccato subito la via della diplomazia. Oltre ad evitare accuratamente di menzionare possibili rappresaglie, anche simboliche, gli esponenti politici e i media sudafricani hanno continuato a sottolineare la volontà di superare la crisi senza mettere in discussione le relazioni strategiche con gli USA, mentre molti segni fanno pensare che la ricerca di un successore di Rasool possa concludersi con la scelta di una figura meno divisiva e più gradita a Washington.

I giri di valzer con la Cina

Certamente un fattore che può essere chiamato in causa per spiegare questa reazione è la volontà di salvaguardare il percorso del governo di coalizione nato dopo le elezioni dello scorso anno, di cui è entrata a far parte anche la Democratic Alliance (DA), il partito liberale votato dalla grande maggioranza degli elettori bianchi, che, pur criticando la nuova legge sugli espropri, aveva deciso di non farne una materia di scontro con l’ANC.

Tuttavia, la ragione principale dell’atteggiamento conciliante condiviso da tutti i settori dell’élite sudafricana è che l’offensiva dell’amministrazione Trump non è arrivata inaspettata, né ha segnato una vera frattura rispetto all’andamento assunto dalle relazioni tra i due paesi negli ultimi anni. Gli episodi che avevano allentato il legame tra l’America e il Sudafrica post-apartheid sono parecchi e precedono l’avvento di Trump alla Casa Bianca. Dai giri di valzer con la Cina iniziati dal Sudafrica sotto la presidenza di Jacob Zuma tra il 2009 e il 2010 (che avevano guadagnato a Pretoria l’invito da parte di Pechino a far parte dei Brics), fino ai tentativi dell’ANC sotto Ramaphosa di smarcare il Sudafrica dal pieno sostegno agli sforzi americani di isolare la Russia nelle istituzioni dell’Onu a seguito dell’invasione dell’Ucraina nel 2022. In Sudafrica, rispetto alla politica adottata dal suo predecessore Biden, quella annunciata da Trump è apparsa subito come una versione più radicale e meno attendista della linea diplomatica già adottata in risposta ai tentativi – definitivi da molti in Sudafrica come velleitari e incauti – di attenuare la tradizionale gravitazione politica ed economica del paese verso USA ed Europa, attraverso l’avvicinamento a Cina e Russia. Non è un caso che la seconda ragione per il cambiamento di rotta menzionata nell’ordine presidenziale del 7 febbraio, oltre all’approvazione del nuovo Expropriation Act, sia proprio la scelta del governo sudafricano di sostenere la causa di Hamas e dei palestinesi contro Israele davanti alla Corte penale internazionale, che aveva già provocato la dura reazione dell’amministrazione Biden. Sullo sfondo dei colpi di scena più recenti, si staglia quindi una partita in corso già da alcuni anni: quella che vede in gioco la ridefinizione del posto del Sudafrica – e di tutto il continente africano – all’interno di un ordine mondiale che sembra essere stato rimesso in discussione dalla crescita economica impetuosa di aree esterne all’Occidente e a quello che una volta si definiva il “Primo mondo”, e dall’ascesa di nuove potenze geopolitiche e militari che hanno resistito alla spinta verso l’universalizzazione delle istituzioni democratiche, come la Cina e la Russia.

L’opportunità per l’Europa

Rispetto a questa partita, l’offensiva sudafricana di Trump sembra avere riportato in evidenza due fatti. Il primo è che, nonostante il declino relativo della loro forza, che rappresenta in fondo la vera ragione del nuovo attivismo di Washington e del successo del “nazionalismo” trumpiano, gli Stati Uniti restano una potenza economica e commerciale, prima ancora che militare, che pochissimi stati sono oggi pronti a sfidare frontalmente. Il Sudafrica e le Afriche da questo punto di vista non fanno certamente eccezione. Le preoccupazioni sollevate dalla minaccia dell’interruzione dei flussi di assistenza umanitaria e della chiusura del mercato statunitense al proprio export hanno mostrato come, dopo decenni di allarmi e di discussioni sulla penetrazione degli investimenti cinesi in Africa, il rapporto con l’occidente americano, allo stato attuale, non possa essere rimpiazzato da un riorientamento verso l’oriente cinese – verso il quale, come aveva sottolineato lo stesso Rasool, al momento del suo nomina ad ambasciatore, il Sudafrica esporta solo minerali e materie prime, mentre l’80% dell’export verso gli Stati Uniti è rappresentato da quei prodotti finiti da cui dipendono la diversificazione e la modernizzazione delle economie africane.

Il secondo fatto è che, quale che sia la sorte dei negoziati per l’AGOA e ovunque possa portare la ridefinizione dei rapporti tra Washington e Pretoria, è improbabile che la nuova politica mondiale americana tornerà a dare alle Afriche l’importanza, per quanto relativa, che l’America di Clinton e di Bush II – per motivi in parte diversi – avevano dato alla regione nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda. È probabile che la responsabilità di provare ad entrare nello spazio lasciato vuoto dagli USA (difficilmente riempibile, almeno ad oggi, da russi e cinesi), ricadrà, in un modo o nell’altro, sugli europei. Se questi ultimi si dimostreranno in grado di rispondere alla sfida, è qualcosa che ci dirà la storia.

Rocco Ronza è ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e professore a contratto di Geoeconomia e Politiche e Multilinguismo presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I suoi attuali interessi di ricerca riguardano il Sudafrica e l'Africa meridionale da una prospettiva comparata e globale.

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