Quadrimestrale di cultura civile

La lunga stagione
delle guerre dimenticate

  • MAG 2025
  • Marco Di Liddo

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Le Afriche conoscono un gran numero di conflitti armati nel pressoché totale disinteresse del mondo. Oggi più che mai i radar delle superpotenze sono focalizzati su Russia e Ucraina e sul quadro mediorientale. Le dichiarazioni pubbliche dei governi occidentali non mancano ma più che altro appaiono come espressioni di circostanza, non certo segnali di una recuperata priorità. I numerosi conflitti africani appartengono alla drammatica eredità dello storico colonialismo e dei successivi fallimenti delle politiche di collaborazione. Il presente è dunque complicato e denso di contraddizioni. Tuttavia sarebbe un errore – anche perché non corrispondente al vero – ridurre le Afriche a sola terra di guerra e violenza generalizzata. In questa prospettiva di realistica speranza, l’Europa ha una chance importante di presentarsi quale interlocutore credibile di relazioni votate alla crescita e allo sviluppo di quel fondamentale Continente.

L’Europa e, più in generale, l’intero Mondo Occidentale, vivono, oggi, una fase di profonda lontananza dall’Africa. Le Cancellerie del Vecchio Continente sono costrette, da un lato, a concentrarsi sulla gestione della guerra tra Russia e Ucraina e dei suoi impatti regionali, a cominciare dai rischi di escalation e di allargamento regionale del conflitto, e dall’altro a monitorare la fragilità del quadro mediorientale, destabilizzato dalla guerra tra Israele e l’Asse della Resistenza (o del Male a seconda delle prospettive) formato da Iran, Hamas e dalle milizie sciite yemenite Houthi. Bruxelles e la capitali europee affrontano l’imperativo di ristabilire una deterrenza credibile e multidimensionale nei confronti delle minacce di Mosca e gestire i deleteri effetti dell’instabilità in Siria e della contrazione del traffico commerciale attraverso il Canale di Suez. In questo contesto, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump ha scosso le fondamenta stesse dell’unità del blocco atlantico, costringendo l’Europa a fare i conti non solo con l’assertività del Presidente statunitense ma, soprattutto, con il cambiamento definitivo delle priorità strategiche di Washington verso la regione dell’Indo-Pacifico. In sintesi, oggi l’Africa, nonostante le dichiarazioni pubbliche dei governi occidentali, non sembra essere una priorità nei rapporti di politica estera. Anzi, gli Stati Uniti, con il taglio dei fondi per l’agenzia USAID, fondamentale per rifornire i programmi delle agenzie per la cooperazione allo sviluppo, con l’uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e con la riduzione delle quote contributive per le Nazioni Unite, hanno chiaramente dimostrato che, per loro, l’Africa resta prettamente un dossier securitario per quanto concerne il contrasto al terrorismo jihadista.

Parallelamente, l’Unione europea riflette sul futuro dei grandi programmi di sviluppo infrastrutturale, come il Global Gateway, e di diversificazione delle forniture di materie prime critiche, come il Critical Raw Material Act, poiché è consapevole di avere risorse limitate e di non poter contare più su un potere negoziale e su un ascendente politico forti verso il Continente Africano. Tuttavia, proprio in virtù delle sfide presenti e future che attendono l’Europa ed i Paesi membri, dalla gestione dell’immigrazione alla ricerca di nuovi mercati, dalla sicurezza nel quadrante del Mediterraneo Allargato fino alla creazione di catene di fornitura di materie prime stabili e convenienti, dal disimpegno statunitense alla crescita dell’assertività russa, l’Africa dovrebbe essere il fulcro della strategia di politica estera per la promozione di uno sviluppo e di un benessere sostenibili e di lungo periodo. Invece non è così: oggi, la presenza europea in Africa è frastagliata e minoritaria e gli strumenti di cooperazione e proiezione di influenza vetusti o spuntati. Il Vecchio Continente non è più un modello politico-economico a cui l’Africa si ispira, non è più il partner privilegiato dei Paesi africani e, soprattutto, viene percepito dalle società civili africane come un agglomerato ipocrita e razzista a causa dei cosiddetti “doppi standard” di politica estera e per via della strumentalizzazione della problematica inerente al flusso migratorio. Parallelamente, i governi africani preferiscono stringere accordi con Cina, Russia, Turchia e monarchie del Golfo (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti su tutte), consapevoli che la cooperazione con essi non è vincolata alla condizionalità degli aiuti rispetto ai diritti civili e politici.

L’eredità malevole del colonialismo

Tuttavia, sarebbe erroneo pensare che le difficoltà nel rapporto tra Africa ed Europa siano frutto di avvenimenti recenti. L’arretramento europeo in Africa è iniziato, in maniera consistente, a partire dalla stagione delle Primavere Arabe del 2011 che, partendo dal Maghreb, nei due anni successivi hanno contagiato il resto del Continente, dando vita a rivoluzione popolari spesso represse nel sangue e ad avvicendamenti di potere che hanno sostituito vecchi autocrati con nuovi, lasciando poco spazio alla democrazia. Da allora, l’Unione Europea e gli Stati Uniti non sono riusciti né a proiettare stabilità né tantomeno a favorire leadership politiche ad essi favorevoli attraverso l’uso dell’hard power o della cooperazione economica e umanitaria. A riguardo, basta pensare alla Libia, dove ancora si combattono il Governo di Tripoli, internazionalmente riconosciuto come legittimo e il Governo di Tobruk dell’ambizioso Generale Khalifa Haftar, al Sudan, spaccato in due dalla guerra civile, al triangolo saheliano Mali, Burkina Faso, Niger, dove imperversano le milizie jihadista, alla Repubblica Democratica del Congo, mai realmente pacificata dalla metà degli anni 90. Tutto questo senza dimenticare l’insorgenza islamista radicale nel nord del Mozambico, il conflitto interno in Somalia, la guerra tra francofoni e anglofoni in Camerun e la perdurante rivolta di Boko Haram nel nord-est della Nigeria.

Tanti sono i fattori che accomunano questi conflitti. Innanzitutto, l’eredità malevola del colonialismo, fatta di confini artificiali, decisi dalle potenze europee e che hanno spezzato e rimescolato popoli, Stati e culture che avevano seguito il loro corso di sviluppo e che hanno favorito il consolidamento di modelli economici squilibrati, iniqui e incentrati sullo sfruttamento predatorio delle risorse naturali. In secondo luogo, l’alienazione politica di minoranze etniche subalterne e lo sbilanciamento del rapporto di potere tra centro e periferia, sfocianti in modelli di governance superficiali e discriminatori che, a loro volta, generano violenze settarie su larga scala. Infine, l’infiltrazione ideologica e nelle strutture sociali di attori parastatali assertivi e radicali che, sfruttando un ecosistema sociale vulnerabile, hanno speculato sulle debolezze di talune popolazioni per scatenare ribellioni e diffondere il morbo del terrorismo. Nella regione del Sahel occidentale, da esempio, la conflittualità ruota attorno alle rivendicazioni di due grandi nazioni a cui è stato negato il diritto alla statualità: i Tuareg ed i Fulani. Si tratta di due popoli semi-nomadi, dedito al commercio il primo e alla pastorizia il secondo, che la dominazione coloniale francese ha privato del loro antico potere politico. Negli Stati saheliani (Niger, Mali, Burkina Faso) nati sulle ceneri dell’impero d’oltralpe, queste due comunità si sono trovate prive di rappresentanza politica e senza la tutela di antichissimi diritti consuetudinari per lo sfruttamento di terre e acqua. Schiacciati da leadership autoritarie che hanno favorito gli agricoltori stanziali e non hanno attuato strategie di redistribuzione della ricchezza generata dalla vendita delle risorse del suolo, i Tuareg e i Fulani hanno trovato nelle reti transnazionali di al-Qaeda e dello Stato Islamico gli unici difensori della loro causa. L’effetto è stato la più grande mobilitazione islamista radicale della storia africana, in grado di generare una guerra che prosegue da oltre 13 anni, che ha causato instabilità interna e oltre 6 colpi di Stato militari. Infatti, gli autarchi maliani, burkinabè e nigerini sono caduti proprio perché incapaci di rispondere alla minaccia terroristica e all’scesa di para-Stati islamisti radicali che si autofinanziano con i traffici illeciti di esseri umani, droga ed armi e con la tassazione dei territori controllati. Simile è la dinamica che coinvolge il nord-est della Nigeria, dove Boko Haram (letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”), ha intercettato i bisogni del popolo Kanuri e ha lanciato, dal lontano 2008, la sua “guerra santa” contro i cristiani e il governo di Abuja, causando la morte di oltre 100.000 persone.

La mitologica area dei “Grandi Laghi”

Se osserviamo il quadrante della Repubblica Democratica del Congo, lo scenario risulta ancora più complesso e articolato. Infatti, dal Secondo Dopoguerra ad oggi, la competizione politica in Africa centro-orientale ha ruotato attorno al disegno strategico di proiezione di influenza e addirittura spartizione del territorio di Kinshasa da parte dei Paesi limitrofi. Il grande Stato congolese, con le sue infinite risorse naturali e minerarie e la sua intrinseca fragilità derivante dalla debolezza di un’autorità centrale impossibilitata a governare una realtà politicamente artificiale, povera di infrastrutture ed etnicamente frammentata e conflittuale, ha sempre suscitato gli appetiti dei vicini, interessati ad appropriarsi delle sue ricchezze. Il risultato è stata una competizione regionale che ha prodotto le due Guerre del Congo (1996 – 1997 e 1998 – 2003) in cui è stato deposto il dittatore Mobutu Sese Seko (colui che aveva ospitato l’incontro di pugilato più famoso della storia, quello tra George Foreman e Muhammad Ali), e la morte del presidente Laurent-Désiré Kabila, a cui è succeduto il figlio Joseph. In quei terribili frangenti, ricordati come le “Grandi Guerre Africane”, il Congo divenne il campo di battaglia per gli eserciti e le milizie di una lista lunghissima di Paesi, tra cui Angola, Sudan, Uganda, Burundi, Ruanda, Zimbabwe, Chad, Etiopia ed Eritrea. Da allora, la conflittualità orbitante attorno alla tenuta di Kinshasa non si è mai placata, concentrandosi nelle regioni orientali congolesi del Nord Kivu e del Sud Kivu, nella mitologica area dei “Grandi Laghi” africani, ed esacerbando lo scontro tra il governo ruandese, burundese e ugandese. Formalmente, il nucleo della discordia ruota attorno alla faida tra milizie Hutu e Tutsi ma, sostanzialmente, lo scopo ultimo della guerra è il controllo della terra fertile, dei giacimenti di oro, diamanti e materie prime critiche nei due Kivu. Sin dal 2012 le milizie Tutsi del Movimento 23 Marzo (M23), longa manu del governo ruandese retto dal medesimo gruppo etnico, hanno imperversato nei territori in questione. Tuttavia, l’ultimo capitolo della decennale rivolta rischia di uscire dai confini sia territoriali che politici del Congo orientale e innescare la “Terza Guerra del Congo”. Infatti, a partire dal marzo 2022, l’offensiva del M23 ha ripreso vigore ed ha portato alla conquista delle città congolesi di Rutshuru, Goma e Bukavu, ricchi centri agricoli e minerari, e adesso punta al ricco Katanga e, addirittura, alla capitale Kinshasa. Qualora l’M23 dovesse riuscire a portare dalla sua parte le migliaia di milizie etnico-tribali avverse al governo centrale, quest’ultimo potrebbe abdicare, a meno di interventi di alleati esterni.  

La guerra civile in Sudan

Parimenti, il grande Stato arabo-africano del Sudan dal 2013 è teatro di una sanguinosa guerra civile che vede opposti diversi schieramenti la cui declinazione cambia da regione a regione. In linea generale, ad opporsi sono le Forze Armate, guidate dal Generale al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (FSR), al comando del Generale Dagalo “Hemeti” (letteralmente “il cammelliere”), eredi delle feroci milizie janjaweed responsabili del genocidio in Darfur. Un tempo alleati, le Forze Armate e le FSR sono diventate nemiche quando le prime hanno cercato di esautorare le seconde dal controllo dei siti auriferi del sud-ovest del Paese. Le miniere in questione erano state concesse alle FSR dal vecchio Presidente al-Bashir come macabro riconoscimento per aver riportato l’ordine a furia di rastrellamenti proprio in Darfur. La lotta tra Forze Armate e ribelli assume connotazioni locali se si considera che ciascun gruppo etnico decide di schierarsi con l’uno o con l’altro dei contendenti sedotto da promesse di autonomia che, forse, non saranno mai rispettate. Ad esempio, i Nuer del sud combattono al fianco delle FSR, mentre i Fur del Darfur sono collegati alle Forze Armate. Sullo sfondo, la partita delle grandi potenze esterne come Turchia, Arabia Saudita ed Egitto che sostengono la giunta militare di Khartoum e l’Etiopia che, al contrario, vedrebbe di buon occhio la vittoria delle FSR poiché queste potrebbero assumere una posizione più morbida sulla diatriba inerente la gestione delle acque del Nilo e l’annosa questione della Grande Diga del Rinascimento Etiope. La Russia, da parte sua, per lunghi anni ha sostenuto le FSR salvo iniziare a cambiare idea negli ultimi mesi, fiduciosa circa la possibilità di convincere le Forze Armate sudanesi a concederle la costruzione di una base militare sul Mar Rosso, a Port Sudan.

Non solo conflitti e il possibile ruolo dell’Europa

Tutte queste guerre descrivono uno scenario continentale apparentemente “maledetto” e condannato alla sofferenza geopolitica perenne e alla perdurante subalternità globale. In realtà, al netto di questi focolai di instabilità e di questi fattori che colpiscono direttamente l’Europa a causa della proliferazione del terrorismo e della tratta di esseri umani, l’Africa è anche una terra fatta di tolleranza e dialogo interreligioso, di espansione economica e dinamismo imprenditoriale che si sviluppano in condizioni non certo ottimali. Per quanto Russia, Cina e Turchia ritengano che l’Africa ormai non sia più affare europeo, i limiti dei sistemi di governance e di sviluppo promossi da Pechino, Mosca e Istanbul e la naturale vicinanza geografica, potrebbero consentire all’Europa di recuperare posizioni ed un ruolo da protagonista. Tuttavia, senza idee nuove e, soprattutto, senza una ferrea volontà politica, la proiezione verso il Continente Africano resterà un insieme di timidi tentativi di lavare la propria coscienza strategica, invocando piani dal dubbio impatto dedicati a uomini straordinari di cui, però, non viene adeguatamente onorata la memoria storica.

Marco Di Liddo è Direttore del Centro Studi Internazionali. Ha ricoperto il ruolo di Analista Desk Russia e Balcani e Desk Africa per il Ce.Si. dal 2011 al 2018. È commentatore degli avvenimenti di politica internazionale per Rai, Mediaset, Radio24, Radio Vaticana e Giornale Radio.

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