Quadrimestrale di cultura civile

Il pericoloso gioco di sponde
sulle sponde del Mediterraneo

  • MAG 2025
  • Michela Mercuri

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Fotografia di un’area in continua alta tensione. Con le potenze straniere impegnate a esercitare un controllo diretto o indiretto sui Paesi strategici della regione. Dalla Libia all’Egitto a realtà come Tunisia e Algeria. Nel mosaico africano i molteplici tasselli delle realtà “mediterranee” rappresentano uno snodo cruciale per ragioni umane (i flussi migratori), politiche (la domanda di libertà, le dittature militari e le democrazie fittizie), economiche ed energetiche.    

Il caso Libia

Sovente si tende a collocare la rivoluzione libica nel più ampio spettro delle cosiddette primavere arabe, i movimenti di protesta che, tra il 2010 e il 2011, hanno interessato molti Stati del Nord Africa e del Vicino Oriente. Tuttavia, non è possibile assimilare tout court i rivolgimenti del 2011 a un unico grande movimento. L’Egitto e la Tunisia, ad esempio, hanno sperimentato delle rivolte popolari guidate per lo più da giovani senza un colore politico né una connotazione religiosa che in un contesto moderno e secolarizzato chiedevano lavoro, dignità e riforme e si scagliavano contro quei governanti riconosciuti come fonte primaria della loro marginalizzazione sociale e delle condizioni di povertà in cui vivevano. Da questo punto di vista sarebbe un errore interpretare gli eventi libici del 2011 come mere contingenze di quanto stava accadendo negli Stati confinanti. Nell’ex Jamahiriya le proteste hanno assunto una connotazione peculiare. In Libia si è trattato innanzitutto di una guerra civile che ha visto sollevarsi tribù e milizie, acuita dall’intervento di potenze straniere racchiuse sotto l’ombrello della Nato. La missione della Nato in Libia per defenestrare Gheddafi è stata voluta in via precipua dal governo francese dell’allora presidente Nicolas Sarkozy che, pochi giorni dopo lo scoppio delle rivolte, chiese una riunione urgente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per prendere adeguate misure nei confronti della repressione delle insurrezioni da parte del regime. Una solerzia riconducibile a motivazioni dettate da meri calcoli interni piuttosto che da reale volontà di porre fine all’azione messa in atto da Gheddafi contro i cosiddetti “ribelli”. Le elezioni imminenti e la popolarità in drastico calo del presidente, la necessità di allargare la fetta petrolifera d’oltralpe e la volontà di porre fine al “fastidioso” trattato di amicizia e cooperazione italo-libico del 2008, che garantiva importanti asset all’Italia in campo energetico ed economico, sono solo alcune delle mire che hanno spinto la Francia a chiedere un intervento urgente delle Nazioni Unite. Con un Obama piuttosto riluttante, ma “strattonato” dall’asse anglo-francese, e un’Italia che resta a guardare pagando, di fatto, per condurre una guerra contro i propri interessi, inizia il fallimento della Libia, il nostro maggiore alleato nel Nord Africa.

Le mire di Russia e Turchia

Oggi la Libia è un grande campo di battaglia occupato da milizie tribali e jihadiste, manipolate da potenze regionali ed extra-regionali. La disgregazione del Paese ha favorito l’occupazione del territorio da parte di milizie che si sono costituite come micro-realtà locali con un controllo territoriale circoscritto. Quelli che erano stati definiti “ribelli anti-Gheddafi” da parte della coalizione internazionale intervenuta in Libia nel 2011 si sono rivelati un magma di gruppi di interesse, spinti a combattere da motivazioni personali, come il controllo delle risorse energetiche del territorio e la gestione del sempre più lucroso business dei migranti. A rendere ancora più complesso questo mosaico ci sono altri attori. La Libia, con i suoi porosi confini e la perdurante anarchia interna, è manna dal cielo per le organizzazioni terroristiche che fanno la spola tra Libia e Sahel per portare avanti i propri traffici (armi, droga e soprattutto migranti). A questa “parcellizzazione” si aggiungono, poi, gli interessi delle potenze esterne. La Francia, oggi piuttosto indebolita sia in Libia sia, in generale, nel teatro africano, non ha mai fatto mancare il sostegno al generale Haftar (leader non riconosciuto dell’est) rifornendolo di armi e addestratori, mentre altri attori hanno supportato i deboli leader dell’ovest per i loro interessi energetici o di altro tipo. Va chiarito che vista la scarsa rappresentatività dei governi che si sono succeduti in Tripolitania, spesso le potenze straniere hanno fatto accordi con le milizie, i veri “padroni” di Tripoli. Oggi sono soprattutto Mosca e Ankara a emergere come principali forze di influenza. Erdoan, in cambio del sostegno alle milizie dell’ovest, ha tentato di aggiudicarsi numerosi asset: un accordo per una zona economica esclusiva tra le coste turche e quelle libiche, una base navale nel porto di Misurata, e svariati progetti nella partita per la ricostruzione. La presenza russa nell’est libico è oggi ancor più pervasiva. La caduta del regime di Bashar al-Assad ha spinto i russi a rafforzare la propria presenza in Cirenaica innescando una rapida riconfigurazione della presenza militare russa in tutto il Nord Africa e nel Sahel. Da quanto detto è facile capire che, a quasi 15 anni dalla morte di Gheddafi, l’ex Jamahiriya resta una delle più grandi incognite dell’area. L’Italia negli ultimi mesi sembra molto attiva nel teatro nordafricano, Libia in primis. Tali sforzi andrebbero ulteriormente implementati per ridare slancio alla nostra politica estera e di sicurezza nel Mediterraneo, ma anche per rafforzare la nostra posizione in Europa.

Il colosso fragile: l’Egitto

Nel magma innescato dalle rivolte arabe, l’Egitto oggi può essere definito come un “gigante in bilico che ha bisogno di riforme”. L’oramai più che decennale “regno” del presidente Abdel Fattah al-Sisi, vede un Paese che fa i conti con una crisi economica di lungo periodo. L’economia egiziana ha sì retto durante la pandemia di COVID-19, ma ha patito duramente il colpo della guerra tra Russia e Ucraina, a causa del rallentamento delle forniture di grano dai due Paesi, essenziale per la produzione di pane a prezzi calmierati. A ciò si aggiungano le forti criticità legate al contesto geopolitico dell’area, con la guerra a Gaza appena arrivata ad una fragile tregua e i ripetuti attacchi del gruppo yemenita degli houthi nel Mar Rosso contro alcune navi mercantili. L’Egitto ha registrato una riduzione degli scambi commerciali attraverso il Canale di Suez di circa il 50%, con gravi perdite economiche per il Paese già sull’orlo di un default. Dall’altra parte, però, resta lo Stato più popoloso del Nord Africa e la sua collocazione geografica, giocoforza, lo rende un pivot indispensabile per mediare i difficili equilibri in Medio Oriente e Africa. Il Cairo è impegnato in mediazioni diplomatiche tra Israele e Hamas, sfruttando i suoi legami con entrambe le parti per promuovere la tregua. Tuttavia, il possibile afflusso di rifugiati palestinesi, soprattutto nel Sinai, potrebbe aggravarne la già delicata situazione economica e sociale. Non va poi dimenticata la disputa con l’Etiopia riguardo alla Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd) sul Nilo Azzurro che rimane una questione critica. L’Egitto teme che la diga possa ridurre la disponibilità di acqua del Nilo, fondamentale per il Paese. Nonostante i tentativi di mediazione, le tensioni persistono, influenzando le relazioni bilaterali e la stabilità regionale. A fare da contraltare alla crisi economica e alle difficoltà geopolitiche, però, c’è la questione del gas. Il Paese ha enormi riserve di gas. Si stima che Il Cairo abbia riserve per 2,1 trilioni di metri cubi di gas. Per questo l’Eni guarda con molto interesse “al gigante nordafricano” tanto che recentemente ha siglato un accordo con Egitto e Cipro per lo sfruttamento del giacimento di Cronos nell’off-shore di Cipro. Da qui il gas viene trasportato in Egitto e poi a Zohr, un enorme giacimento da tempo gestito dall’Eni, e quindi liquefatto nell’impianto di Damietta. Il progetto tra Cipro, Egitto e il “cane a sei zampe” ha un potenziale di 85 miliardi di metri cubi all’anno. È solo uno dei molti progetti – interventi in corso nel Paese. Per questo per uscire dalla difficile condizione economica, Il Cairo può, tra le altre cose, puntare sulle sue enormi riserve di gas.

Greenstream

Come visto per l’Egitto, in molti Paesi africani il gas è una risorsa fondamentale. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, Bruxelles ha accelerato gli sforzi per diminuire la dipendenza dalle forniture russe, incentivando l’importazione di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e rafforzando i legami con Paesi produttori come l’Algeria. Algeri ha conquistato il primo posto tra i fornitori di gas naturale per l’Unione europea nel mese di ottobre 2024, confermandosi come un attore strategico nel panorama energetico europeo e primo fornitore per l’Italia. In generale, è importante osservare che il Nord Africa ha un solido mercato di esportazione di gas con l’Europa già da prima della crisi ucraina. Tuttavia, molti Paesi africani con grandi riserve hanno anche avuto difficoltà ad attrarre investimenti per realizzare progetti di infrastrutture per rifornire i mercati europei. L’Angola, ad esempio, che ha 382 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas, ha assistito a un forte calo della produzione di petrolio e gas negli ultimi cinque anni per una combinazione di problemi tecnici e operativi oltre che per una mancanza di investimenti in infrastrutture. Per quanto riguarda nello specifico l’Italia, dopo le sanzioni al gas e petrolio russo, il governo si è mosso, anche grazie ad Eni, molto celermente per trovare Paesi di approvvigionamento alternativi come, ad esempio la già citata Algeria, il Qatar per il gas naturale liquefatto etc. Sul tavolo resta il Greenstream, un gasdotto lungo 520 km che collega la Libia con l’Italia. Con una portata di 8 miliardi di metri cubi all'anno sarebbe un’ottima soluzione per il nostro Paese ma a causa dell’instabilità libica e del controllo del giacimento da parte delle milizie la produzione spesso subisce delle interruzioni. Un motivo in più per l’Italia di farsi promotrice di un processo di stabilizzazione in Libia, magari con un maggiore coinvolgimento dell’Europa, spesso riluttante nel sostenere le iniziative italiane (come il Piano Mattei per l’Africa).

L’altro fronte aperto

Per comprendere l’attuale scenario siriano (Paese asiatico ma con diverse storiche aderenze con il contesto africano mediterraneo) e il possibile ruolo della Turchia nel Paese e, più in generale, nello scenario mediorientale, è necessario allargare lo sguardo. L’invasione russa dell’Ucraina ha aperto enormi opportunità per la Turchia. Ankara ha infatti sfruttato la forte riduzione del coefficiente di potenza russo per proiettare la propria forza nelle aree prima presidiate da Mosca, Siria in primis. In questo contesto, il 27 novembre le forze ribelli siriane guidate da Hayat Tahir al Sham hanno sferrato una potente offensiva nel nord-ovest della Siria, causando la rapidissima caduta di Aleppo, a sua volta preludio di un rapido crollo del regime siriano consumatosi nella giornata dell’8 dicembre. Dietro l’azione dei cosiddetti ribelli “anti-Assad” c’è la longa manus di Ankara e il definitivo passaggio della Siria sotto l’influenza turca, nonché la fine della presenza militare russa nel Paese, con la perdita delle storiche basi di Tartous e Khmeneim. In questo momento Mosca sta letteralmente “traslocando” nell’est libico le unità navali e aeree presenti nelle due basi siriane. Qui, grazie agli accordi con Khalifa Haftar, potrebbe sfruttare il porto di Tobruk per le sue navi e altre basi situate all’interno del Paese per la sua flotta aerea. Una prospettiva non certo rassicurante per l’Italia. In sintesi, dunque, la Turchia, dopo aver armato e finanziato il magma dei gruppi anti-Assad, guidati dall’opaca figura di al-Jolani (ex qaedista e ora assurto a nuovo interlocutore alla “nuova Siria”) presenta il conto ambendo ad ergersi non solo a principale potenza nel Medio Oriente e in Asia Centrale, ma anche come nuovo “prestatore di sicurezza” nel continente africano. Va detto che la Russia ha ancora un ruolo importante in Africa. Tramite l’Africa Corps (una nuova struttura militare che opera sotto il ministero della difesa) il Cremlino ha stretto diversi accordi con i capi di numerosi Paesi del Continente per la protezione delle giunte al potere in cambio dello sfruttamento delle risorse locali. Naturalmente anche la Cina non sta a guardare. Negli ultimi anni ha ampliato la sua influenza sul continente, diventando il principale partner commerciale bilaterale dell’Africa. In tutto questo, però, la Turchia, grazie anche alla rinnovata influenza in Siria e alla presenza in Libia mira ad ampliare la sua presenza in Africa. Basti pensare all’apertura di nuove ambasciate in molti Paesi dell’area e alla ripresa di voli diretti verso molti Stati del Continente. Il risultato? Le relazioni commerciali tra la Cina e i paesi “presidiati” in Africa, lo scorso anno hanno raggiunto il valore record di 32 miliardi di dollari, quasi il 50% in più rispetto a un decennio fa. L’Unione Europa, immobile dinanzi alle opportunità offerte dall’Africa, è avvisata.

Cosa resta delle primavere arabe

I movimenti popolari per la democrazia iniziati dalla Tunisia nel lontano dicembre 2010 e diffusisi anche in Medio Oriente, come nel caso siriano, hanno avuto diverse fasi e svariate denominazioni. Sin dal 2012 si parlò di “inverni arabi” per stigmatizzare quella che fu la vittoria dei partiti di stampo islamista nelle prime elezioni libere in Tunisia ed Egitto, e che con questo termine fu intesa come un netto passo indietro verso stagioni di ben altro tipo, rispetto al risveglio di un anno prima. A quasi 15 anni di distanza, se volessimo trovare un termine per identificare l’assetto della Tunisia e dell’Egitto potremmo parlare di “restaurazione”, accompagnata dall’idea del riproporsi di nuovi/vecchi autoritarismi che ha contraddistinto la tipologia dei regimi instaurati negli anni successivi in questi Paesi: al-Sisi in Egitto e Saïed in Tunisia. In altri casi, come in Libia, Siria e Yemen, le cosiddette “primavere arabe” sono invece degenerate in guerre civili durate più di un decennio e mai risoltesi. Conflitti che, per di più, non sono rimasti confinati all’interno dei tre paesi ma, vista la crucialità dei loro territori per questioni energetiche (Libia) e di egemonia regionale (Siria e Yemen), hanno visto il coinvolgimento diretto o indiretto di potenze locali e super potenze mondiali con ruolo predominante. In questo momento chi conta davvero in queste aree sono soprattutto Russia e Turchia in Libia, e sempre la Turchia in Siria. Sullo sfondo della guerra a Gaza, che continua a mietere vittime, di un fragile cessate il fuoco tra Israele e Libano, di un indebolimento del cosiddetto “asse della resistenza” iraniano, la nuova Siria si inserisce come un ulteriore tassello di instabilità, denso di incognite ma anche potenzialmente foriero di una nuova ricerca di rinnovamento anche in altri Paesi. Un vento che è meglio non affrettarsi a classificare nei parametri di una qualche stagione metereologica, ma che non soffierà indenne sulle popolazioni di quei “mondi arabi” da decenni in cerca di libertà, dignità e pace.

Michela Mercuri è docente di Cultura, storia e società dei paesi musulmani all’Università di Padova. Ha partecipato a pubblicazioni per Etas, Egea, Vita e Pensiero, FrancoAngeli e riviste varie.

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