Quadrimestrale di cultura civile

Diplomazia e sostenibilità:
la difficile arte della cooperazione globale

Nonostante tutte le emergenze globali la diplomazia continua ad operare. Come emerge da un’attenta analisi del Rapporto ASviS 2025 (Pace, giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità) uscito lo scorso mese di ottobre. In uno scenario di contraddizioni e lacerazioni evidenti, la visione multilaterale resta oggi, pur tra mille difficoltà, l’unico spazio possibile per una governance planetaria delle crisi ambientali e sociali. Tuttavia, le oggettive difficoltà di far avanzare la diplomazia globale trova un parallelo nell’esperienza europea, dove l’ambizione di una governance unitaria convive con l’incapacità di superare i confini del nazionalismo. La sfida è apertissima: diplomazia internazionale, governance multilivello e partecipazione civica sono tre pilastri di un’unica architettura della sostenibilità

La diplomazia non è morta. In un mondo attraversato da conflitti armati, crisi umanitarie e nuove fratture geopolitiche, questa può sembrare un’affermazione anacronistica, quasi ingenua. Eppure, dietro i toni accesi della politica internazionale e la disillusione crescente dell’opinione pubblica, la diplomazia continua a operare, spesso lontano dai riflettori, cercando spazi di convergenza. Lo ricorda il Rapporto ASviS 2025 dal titolo “Pace, giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità” (consultabile sul sito www.asvis.it/rapporto-asvis-2025), pubblicato lo scorso 22 ottobre, che fotografa una realtà più complessa di quanto appaia leggendo la stampa o ascoltando i talk show: accanto alla frammentazione del sistema globale, resistono dinamiche di cooperazione che dimostrano come il multilateralismo, pur ferito, non sia affatto privo di vitalità.

Interesse economico e responsabilità collettiva

Uno degli esempi più significativi è l’“Impegno di Siviglia per la finanza allo sviluppo”, adottato nel giugno 2025 durante il vertice internazionale ospitato in Spagna. Tutti i Paesi, tranne gli Stati Uniti – che hanno votato contro – e Israele e Argentina – che si sono astenuti – hanno sottoscritto un documento che riafferma la necessità di riformare il sistema finanziario globale, mobilitando risorse pubbliche e private a sostegno dei diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030. L’accordo non è soltanto simbolico: segna la volontà di correggere le distorsioni di un’economia mondiale che concentra ricchezza e potere, lasciando indietro milioni di persone e interi Paesi, e crea debito che “strozza” i Paesi meno sviluppati, impedendo loro di investire per conseguire uno sviluppo pienamente sostenibile. È un segnale controcorrente che mostra come, in un’epoca di rivalità strategiche e crisi di fiducia, la comunità internazionale possa ancora convergere su percorsi comuni, combinando interesse economico e responsabilità collettiva.

Il Rapporto ASviS sottolinea anche che le Nazioni Unite restano il principale presidio della governance globale. Nonostante le lentezze e le contraddizioni, rappresentano ancora l’unico luogo di legittimità universale, capace di tradurre le sfide del nostro tempo, che vanno dalla pace alla lotta alla povertà, in un linguaggio condiviso e in azioni concrete. Il “Patto sul Futuro”, approvato nel 2024 dall’Assemblea Generale, ne è un esempio: una roadmap che propone riforme istituzionali di lungo periodo, tra cui il rafforzamento dell’Ecosoc, il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, la creazione di un Forum per le generazioni future, un coordinamento sistemico delle politiche globali di sviluppo sostenibile e, soprattutto, una revisione della governance dell’Onu, compresa quella del Consiglio di Sicurezza. Quest’ultima riforma resta però soggetta al potere di veto di due grandi potenze, Stati Uniti e Russia, che lo usano sistematicamente continuando a difendere un equilibrio costruito nel secondo dopoguerra, oggi decisamente obsoleto. La contraddizione è lampante: un sistema nato per garantire la pace è paralizzato proprio dagli interessi di chi dovrebbe custodirla e ha il potere per spingere altri Paesi a fare altrettanto.

Il valore delle reti relazionali per fortificare le economie locali

Come già notato, il consenso della maggioranza dei Paesi attorno a una visione di rinnovamento scritta nel Patto e nell’Impegno rappresenta un segnale di vitalità politica. La diplomazia, anche quando sembra immobile, lavora per favorire la costruzione delle condizioni del cambiamento. Si tratta di un lavoro che va svolto con pazienza e molta perseveranza, spesso lontano dai riflettori. Occorre elaborare linguaggi comuni, mantenere aperti i canali di dialogo e favorire l’incontro tra interessi anche molto divergenti.

Come ricordano anche i negoziati sulla biodiversità e sul clima, il multilateralismo resta oggi l’unico spazio possibile per una governance planetaria delle crisi ambientali e sociali. Per questo organizzazioni come il G20 e le istituzioni finanziarie internazionali sono chiamate a un compito cruciale: rendere la finanza un motore di sviluppo sostenibile. Sul tema, l’ASviS insiste sulla necessità di un cambio di paradigma che trasformi i criteri di prestito e alleggerisca il debito dei Paesi più fragili, introducendo parametri ambientali e sociali nei meccanismi di investimento che guidano le scelte dei Paesi ricchi. L’Impegno di Siviglia potrà avere un impatto reale solo se questi organismi assumeranno il principio della giustizia climatica e sociale come bussola delle proprie decisioni, come ribadito anche nel corso del recente vertice mondiale sullo sviluppo sociale tenutosi a Doha. Perché senza un riequilibrio strutturale tra Nord e Sud del mondo, nessuna transizione potrà dirsi equa.

La fragile governance dell’Unione europea

Ma la difficoltà di far avanzare la diplomazia globale trova un parallelo nell’esperienza europea, dove l’ambizione di una governance unitaria convive con l’incapacità di superare i confini del nazionalismo. Già nel 2023, il Parlamento europeo aveva delineato una roadmap per rafforzare la struttura istituzionale dell’Unione, prevedendo l’estensione del voto a maggioranza qualificata nel Consiglio, il rafforzamento dei poteri del Parlamento, la revisione del Patto di Stabilità e Crescita, ecc. Tuttavia, nei due anni successivi, diversi governi – tra cui quello italiano – hanno bloccato qualsiasi tentativo di riforma, temendo di perdere margini di sovranità. Il risultato è un’Europa capace di dichiarare obiettivi ambiziosi ma spesso incapace di tradurli in azioni rapide e coerenti.

Ed è così che la fragilità della governance europea si riflette nella crisi del Green Deal, il quale da grande progetto di trasformazione economica rischia di ridursi a un “compromesso tecnico”. Le tensioni interne, i vincoli di bilancio e la mancanza di una politica industriale comune minano la capacità dell’Unione di realizzare la transizione ecologica con credibilità. L’assenza di una visione condivisa sulla tassonomia verde e sui meccanismi di sostegno ai settori strategici crea disparità crescenti tra Paesi, rallentando investimenti e innovazione. L’Europa rischia così di perdere il ruolo di modello globale per la sostenibilità faticosamente costruito nel decennio scorso.

In realtà, l’Unione disporrebbe di strumenti e competenze per ritrovare slancio. Una governance economica allineata agli obiettivi di sostenibilità, come inserito nel nuovo Patto di Stabilità e Crescita, capace di integrare le politiche industriali, energetiche e sociali, potrebbe restituire coerenza e forza al progetto europeo. Servono però leadership politiche disposte a sfidare l’inerzia e le resistenze di parti importanti dell’economia e della società europea, a superare l’idea di una sostenibilità subordinata ai costi di breve termine invece che orientata a massimizzare il ritorno degli investimenti comuni, e a riconoscere che la cooperazione, oggi, è una forma di potere. L’Europa può tornare protagonista solo se riscopre la propria vocazione diplomatica: essere ponte tra Nord e Sud del mondo, tra Est e Ovest, tra crescita e giustizia sociale.

Foto Mika Baumeister

La crisi di fiducia

Accanto alle riforme istituzionali e finanziarie, il Rapporto ASviS 2025 richiama però un’altra sfida, altrettanto decisiva: la crisi di fiducia da parte di cittadini e cittadine. L’interesse pubblico per la crisi climatica è in calo e movimenti come i Fridays for Future faticano a mobilitare l’opinione pubblica come in passato. Quando la pressione sociale diminuisce, anche la spinta politica si affievolisce: i governi si sentono meno vincolati ad agire e relegano la transizione a questione tecnica, confinata nei documenti programmatici, ma senza alcuna visione unificante.

La transizione alla sostenibilità, per essere reale, ha bisogno di partecipazione, di cittadini informati, di una società che controlli e pretenda coerenza. L’ASviS propone strumenti concreti per colmare questa distanza, come il Forum partecipativo del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) e il dialogo “clima ed energia” previsto dalla legge europea sul clima. Non si tratta di semplici tavoli tecnici, ma di spazi di confronto e di corresponsabilità, fondamentali per ricostruire la fiducia tra istituzioni e cittadini. Perché la transizione ecologica non può essere imposta: deve essere costruita, condivisa e comunicata in modo trasparente ed equilibrato.

La dignità dell’uomo ovvero sulla sostenibilità del bene

A ciò si aggiunge la dimensione culturale. La Risoluzione Onu del febbraio 2025 ribadisce la centralità dell’educazione civica e ambientale nel formare cittadini capaci di pensiero critico, di lettura dei dati scientifici e di contrasto alla disinformazione. In questo senso, il “Piano Olivetti” per la cultura proposto dal Governo e il piano Ocse contro la disinformazione rappresentano due strumenti fondamentali per rafforzare il pluralismo informativo e la fiducia nella scienza. Solo una cittadinanza consapevole può partecipare pienamente ai processi decisionali, esercitando una pressione costruttiva sulle istituzioni.

Unire generazioni, istituzioni e società civile

Resta però un nodo irrisolto: la coerenza delle politiche. In Italia, il Piano Strutturale di Bilancio approvato nel 2024 non è stato costruito per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, mentre la Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile continua a mancare di strumenti operativi. Questo scarto tra parole e fatti alimenta la sfiducia collettiva. In questo senso, la recente approvazione della Valutazione d’Impatto Generazionale (Vig) delle nuove leggi rappresenta un passo concreto verso una giustizia intergenerazionale effettiva: un modo per tradurre in pratica il principio costituzionale di equità tra le generazioni. Sia la modifica costituzionale intervenuta nel 2022, sia l’introduzione della Vig sono state fortemente volute e sostenute dall’ASviS, e di questo siamo molto soddisfatti. Ora, però, serve attuare la Vig e darle continuità.

Il futuro della transizione ecologica dipende dalla qualità della democrazia. Nessun piano industriale o incentivo economico può sostituire la partecipazione civica e il controllo sociale. Serve una nuova stagione politica che riconosca il ruolo insostituibile della società, capace di riportare le persone e le comunità al centro del processo decisionale, di costruire fiducia e responsabilità condivisa. I sondaggi europei che riportiamo nel Rapporto ASviS lo confermano: la maggioranza dei cittadini e delle cittadine chiede più partecipazione, più trasparenza, più coerenza. La vera sfida non è convincere della necessità della sostenibilità, ma ricostruire il patto di fiducia che renda possibile agire insieme.

Diplomazia internazionale, governance multilivello e partecipazione civica sono tre pilastri di un’unica architettura della sostenibilità. Senza cooperazione globale, l’azione locale perde forza; senza istituzioni credibili, la diplomazia si svuota; senza cittadini e cittadine attivi, le riforme restano lettera morta. Per questo il Rapporto ASviS invita a un approccio integrato, fondato su fiducia, coerenza e responsabilità.

La domanda, allora, non è se la diplomazia possa ancora contare, ma se siamo disposti a crederci. Perché la sostenibilità non nasce dall’isolamento ma dalla cooperazione. E la cooperazione, come la fiducia, non si proclama: si costruisce, giorno dopo giorno, con coraggio, coerenza e visione. Solo così la transizione ecologica “giusta” potrà diventare il motore di un futuro più equo e duraturo, capace di unire generazioni, istituzioni e società civile in un progetto comune. In una parola: sostenibile.

Enrico Giovannini è direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS).

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