Un Piano Marshall (e non solo) per il futuro dell’Africa

Quali le responsabilità storiche e il compito attuale che l’Unione Europea può esercitare per favorire uno sviluppo equilibrato dei Paesi poveri? Come evitare gli errori del passato? Cosa chiedere ai governi degli Stati che ricevono gli aiuti? Ne abbiamo parlato con Enzo Moavero Milanesi, Direttore della School of Law dell’ Università Luiss, già Ministro per gli Affari Europei nei Governi Monti e Letta.

Intervista a Enzo Moavero Milanesi a cura di Giorgio Paolucci

 

In tema di cooperazione allo sviluppo l’Unione Europea risulta essere il principale donatore a livello mondiale. Eppure molti la accusano di essere sostanzialmente inadempiente. Condivide questo giudizio severo? In cosa ha mancato e cosa potrebbe fare di più e meglio?
L’Unione Europea ha una lunga tradizione negli interventi a favore dello sviluppo di altri Paesi. Molti lo hanno dimenticato, ma già la dichiarazione di Robert Schuman, del 9 maggio 1950, chiariva che la proposta Comunità del carbone e dell’acciaio (CECA) avrebbe anche permesso all’Europa di realizzare “uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano”. Nel solco di questa lungimirante premessa politica, sono stati portati avanti, sin dal 1964, svariati programmi di cooperazione con numerosi Stati, in particolare, dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, inquadrandoli nelle convenzioni di Yaoundé, Lomé e Cotonou. Un’azione tuttora in atto, importante e conforme ai valori dell’Unione che negli anni ha prodotto risultati significativi, pur scontrandosi con tre rilevanti difficoltà.
La prima discende da un passato non lontano che, in vario modo, condiziona le relazioni fra le ex colonie e i Paesi europei, a volte producendo fenomeni definibili di “neocolonialismo” e, come tali, contestabili. La seconda, sempre presente nelle iniziative che prevedono finanziamenti, riguarda il loro corretto uso da parte dei governi locali; vale a dire, la loro effettiva ed efficace destinazione, a vantaggio delle popolazioni, per migliorarne le condizioni di vita e le prospettive economiche e occupazionali. La terza difficoltà si è manifestata in anni più recenti e dipende dall’acuirsi della concorrenza di altre nazioni economicamente sviluppate che mirano a sottrarre influenza politica ed economica all’Europa nelle aree in via di sviluppo del pianeta, riuscendo, non di rado, a essere più efficienti e/o a mobilitare più fondi. L’insieme di questi elementi va considerato per valutare il reale impatto dell’azione europea e, soprattutto, la percezione che ne hanno coloro che dovrebbero esserne i beneficiari. Una simile riflessione è indispensabile per comprendere bene cosa si potrebbe fare di più e meglio.

Si continua a dire “aiutiamoli a casa loro”, intendendo che la cooperazione può essere un fattore di drenaggio rispetto alle migrazioni. Ma c’è anche chi sostiene che non c’è un rapporto tra aiuti allo sviluppo e diminuzione dei flussi migratori, né nel breve né nel lungo periodo. Lei che ne pensa?
Io credo che resti valida l’esortazione di Robert Schuman e che l’Unione Europea debba favorire lo sviluppo dei Paesi che ancora non lo hanno pienamente raggiunto, a prescindere dall’attuale, egoistico – sebbene, per certi versi, comprensibile – interesse a frenare la partenza di migranti verso il nostro continente. In ogni modo, è evidente che vi sono ragioni nel ritenere che i cosiddetti “migranti economici” lascino le loro terre per cercare condizioni migliori per il loro futuro. Non è proprio quello che abbiamo fatto noi italiani per tanti decenni, dal 1800 fino agli anni Sessanta del Novecento? Del resto, le grandi migrazioni, anche le loro repentine ondate, fanno parte della storia dell’umanità: per secoli gli europei hanno migrato ovunque. L’esperienza ci ha insegnato che le persone tendono a non lasciare i luoghi nativi e familiari se un migliore sviluppo si diffonde nei rispettivi Paesi, specie se versano in gravissime difficoltà: ancora afflitti da fame, contesti sanitari inadeguati, possibilità di istruzione precarie, prospettive di lavoro incerte. Naturalmente, non si tratta solo di superare certe drammatiche situazioni materiali; una vera iniziativa a favore dello sviluppo non dovrebbe esimersi dal curare anche i nodali aspetti legati alle libertà politiche, democratiche e religiose. Penso che, per affrontare in un’ottica di risultato una questione di portata così epocale, sia necessaria un’iniziativa di respiro molto ampio, di vera responsabilità del mondo più “benestante” rispetto a quello meno favorito. Temo che la sola Europa non basti e, considerando anche le difficoltà che menzionavo poc’anzi, sono del parere che l’UE dovrebbe proporre agli USA di lanciare insieme una sorta di nuovo, grande Piano Marshall. Un moderno programma per finanziare, negli Stati ancora afflitti da insufficiente sviluppo, i necessari mutamenti strutturali, al fine di propiziare la crescita dell’economia e la creazione di posti di lavoro, in un clima politico che garantisca, in tali Paesi, le fondamentali libertà a ogni persona. Se europei e americani si muovessero, in stretta collaborazione, in una simile direzione, non solo mobiliterebbero risorse molto ingenti, mai viste prima, ma verosimilmente attirerebbero ulteriori adesioni, da parte di altri. Ne scaturirebbe un’inedita, grandiosa azione solidale che – elemento nient’affatto irrilevante – potrebbe fungere da volano per l’intera economia mondiale; dunque, con vantaggi per tutti.

Come giudica il Migration Compact proposto dall’Italia e il successivo piano messo a punto dall’Europa? In particolare, che ne pensa delle perplessità di molte ONG sul fatto che ci sia una sorta di “rapporto perverso” tra i fondi erogati ad alcuni Stati africani e la richiesta ai governi locali di controllare le partenze verso l’Europa, col rischio che si finisca per impedire di fatto il diritto a emigrare?
I due documenti sono usciti quasi in contemporanea; quello dell’Unione Europea ha una portata, forse un’ambizione, più vasta, unita a una maggiore dose di concretezza, quanto alle cose da fare. In buona sostanza hanno in comune la natura strumentale: frenare le migrazioni. Non sono convinto che l’approccio rappresenti una risposta sufficiente a risolvere l’insieme variegato di questioni che, eccedendo in semplificazione, si riconducono alle migrazioni; ne temo l’inadeguatezza e l’ambiguità. Qual è la vera filosofia, la ratio delle iniziative proposte? Se l’obiettivo principale è porre termine all’ignobile traffico di esseri umani e alle loro terribili sofferenze, bisogna concentrare meglio gli sforzi su questo aspetto, con azioni appropriate e decise. Se invece si mira soprattutto a frenare gli arrivi, si corre il rischio di non riuscirci, di non arrestare le tragedie, di illudere gli europei e di contraddire i valori dell’Unione. Se, infine, l’idea fosse di dosare i flussi e l’assorbimento dei migranti nell’Ue, allora occorre spiegarlo con chiarezza: ammettere che Paesi con una demografia in netto declino e popolazioni invecchiate hanno e avranno necessità di accogliere i migranti per svolgere sempre più lavori. Questo impone di concentrare l’attenzione sulla gestione del fenomeno, nel lungo periodo, pianificando bene il da farsi su tutta la complessa filiera. Menziono alcuni snodi che considero essenziali: gli investimenti massicci e urgenti nei Paesi d’origine, per esempio attraverso il nuovo Piano Marshall di cui dicevo; l’istituzione di “uffici di collocamento” e ricerca delle opportunità di lavoro, sempre nei Paesi d’origine, per vagliare le reali possibilità e prevedere adeguati contratti di lavoro e di welfare; l’organizzazione dei viaggi; l’accettazione da parte di chi arriva delle regole del nostro contesto economico e sociale, dopo aver seguito appositi corsi formativi; una valutazione strutturata della duplice eventualità: rientrare, dopo un certo periodo trascorso in Europa ovvero restare e farsi raggiungere dai familiari. Tutto ciò ha dei costi, anche elevati, finanziari e politici: ma è un banco di prova prioritario, credo, ineludibile per chi ha o chiede di assumere responsabilità di governo.

La corruzione è uno dei problemi più gravi e diffusi in molti Paesi del Sud del mondo, si rischia che gli aiuti arrivino nelle tasche dei “signori” locali più che a beneficio delle popolazioni. Che fare?
Come dicevo prima, la frequente, endemica corruzione delle élite che, spesso, sono al potere negli Stati del cosiddetto Sud del mondo è stata, storicamente, uno dei fattori che ha indotto l’Unione Europea ad avere vari ripensamenti sulla sua azione di cooperazione allo sviluppo. Per combatterla, penso serva una panoplia di strumenti: regole precise e severissime per gli europei che vanno a operare e investire in quei Paesi; norme penali esplicite, esecutive a livello internazionale; una rigorosa vigilanza prima, durante e dopo ogni singola iniziativa. Un accorgimento complementare può consistere nel coinvolgere le organizzazioni e le istituzioni internazionali e umanitarie, presenti nei Paesi in cui si interviene. Quindi, anche in questo caso, la buona soluzione non è abbandonare il campo, lasciando tanti popoli al loro destino, ma operare a più livelli con la massima efficienza, incluso un impegno ben organizzato a livello dell’educazione, etica e giuridica, nonché dell’indispensabile istruzione che va garantita alle persone, perché aiuta molto a ben comprendere e respingere la piaga della corruzione.
 

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