Glocal > Glocal
ARTICOLO | Tema di "Atlantide" n. 42 (2018)

Il debito africano nel mirino della speculazione internazionale

Parlare di democrazia, governance e diritti umani in Africa significa soprattutto prendere coscienza degli effetti negativi della finanziarizzazione dell’economia continentale, nella cornice della globalizzazione dei mercati

Nonostante le buone performance, in termini di crescita, da parte di numerosi Paesi del continente, lo scenario economico che si sta profilando, particolarmente nell’area subsahariana, è una versione riveduta e corretta del neocolonialismo della seconda metà del secolo scorso, con una forte connotazione speculativa.
Nel passato si è sempre pensato che i mali del continente fossero causati dalla debolezza dei processi produttivi, dei consumi e dei movimenti in rapporto alla domanda e all’offerta sul mercato delle commodities (fonti energetiche, minerali e prodotti agricoli). Questo è certamente vero anche oggi, perché dai prezzi delle materie prime dipende il destino dei governi. Il problema di fondo, però, è che le dinamiche generali del commercio africano sono sempre più condizionate dai giochi di borsa, come nel caso dei prodotti agricoli. Si tratta di una speculazione legata alla compravendita di fondi di investimento. Stiamo parlando, tecnicamente, di futures sulle derrate alimentari, come i cereali, che non vengono più solo acquistati da chi ha un interesse diretto in quel determinato mercato, seguendo le tradizionali leggi della domanda e dell’offerta, ma anche da soggetti finanziari come i fondi pensione, che investono grandi somme di denaro con l’obiettivo esclusivo di ottenere il miglior rendimento. Ma il dato più inquietante riguarda la crescita del cosiddetto debito aggregato africano, vale a dire quello dei governi, delle imprese e delle famiglie, stimato attorno ai 150 miliardi di dollari.
L’Africa – è bene ricordarlo – attraversò una devastante crisi debitoria, dagli anni Ottanta del secolo scorso fino a quando, nello scorso decennio, grazie al progetto Highly Indebted Poor Countries (Hipc), a opera dell’Fmi e della Banca Mondiale (Bm), una trentina di Paesi a basso reddito dell’Africa subsahariana poterono ottenere una riduzione del debito (circa cento miliardi di dollari). A questo programma se ne aggiunse un altro, la cosiddetta Multilateral Debt Relief Initiative (Mdri). Queste iniziative suscitarono grande euforia perché consentirono a molti governi africani di riprendere fiato, accedendo a prestiti insperati.
Nel 2007 il Ghana fu il primo Paese beneficiario ad affacciarsi sui mercati internazionali, emettendo obbligazioni pari a 750 milioni di dollari. Seguirono altri quattro destinatari del condono: Senegal, Nigeria, Zambia e Rwanda. L’accesso ai fondi d’investimento, messi a disposizione dall’alta finanza, soprattutto nella City londinese, ma anche in altre piazze, è stato utilizzato in parte per sostenere attività imprenditoriali straniere in Africa, ma anche per foraggiare le oligarchie autoctone, secondo le tradizionali dinamiche della corruzione più sfrenata e corrosiva. Sono nate, così, società partecipate che, nonostante la crescita della produttività, non sono state in grado di compensare la nuova crisi debitoria. I nuovi programmi d’investimento, infatti, non sono stati associati a organici piani di sviluppo nazionali, col risultato che sono state costruite opere infrastrutturali – vere e proprie cattedrali nel deserto – slegate le une dalle altre, o iniziative imprenditoriali a sé stanti e dunque esposte all’azione predatoria di potentati internazionali, soprattutto sul versante delle materie prime e delle fonti energetiche.
Nel frattempo si è innescata sulle piazze finanziarie una speculazione sfrenata sull’eccessivo indebitamento dei Paesi africani che ha determinato la svalutazione delle monete locali. Uno dei casi emblematici è proprio quello del Ghana, considerato per certi versi, sul piano formale, l’emblema del boom africano. L’aumento del PIL e del debito ghanese è indicativo di una crisi sistemica che ha pregiudicato qualsiasi iniziativa protesa all’affermazione di un welfare locale in grado di contrastare l’esclusione sociale. D’altronde, non c’è da dormire sonni tranquilli se si pensa che il debito rappresentava nel 2008, secondo il ministero dell’economia di Accra, il 32% del PIL, mentre a febbraio del 2017 il presidente Akufo-Addo è stato costretto ad ammettere che a fine 2016 il debito pubblico aveva raggiunto il 74% del PIL, in crescita esponenziale rispetto al passato. Qualche osservatore potrebbe obiettare affermando che in alcuni Paesi industrializzati come Italia e Stati Uniti il debito è percentualmente superiore al PIL. Verissimo, ma in Ghana – come d’altronde nella stragrande maggioranza dei Paesi africani – il valore del PIL, in cifre assolute, è ancora molto basso (quello ghanese nel 2016 è stato di circa 43 miliardi di dollari) e dunque non rappresenta una garanzia per i creditori internazionali (basti pensare che quello della Regione Lombardia è di circa 350 miliardi di dollari).
Da rilevare, inoltre, che nonostante la Banca del Ghana abbia ridotto, in più fasi, il tasso di interesse di riferimento (passato dal 26% del novembre 2016 al 20% del novembre 2017), il tasso di interesse medio applicato dagli istituti di credito rimane molto elevato: ad agosto 2017 era stimato al 29,75%.
Ma il dato più preoccupante sta nel fatto che per ripagare il debito, oggi, il governo di Accra è costretto a svendere i propri asset strategici (acqua, petrolio, elettricità, telefonia, cacao, diamanti…). Qui le responsabilità ricadono sulla classe dirigente locale, ma anche sulle stesse istituzioni finanziarie internazionali, le quali pretendono che le concessioni per lo sfruttamento delle materie prime, unitamente alle privatizzazioni (soprattutto il land grabbing, l’accaparramento dei terreni da parte delle aziende straniere) vengano attuate “senza se e senza ma”, per arginare il debito. Si tratta di un affare colossale per cinesi, americani ed europei, essendo la moneta locale fortemente deprezzata.
Oggi il governo di Accra ha un doppio problema: è privo di proprie risorse finanziarie ed è sempre più appesantito da un debito difficile da sostenere. Una cosa è certa: nel corso degli ultimi dieci anni si è passati un po’ in tutta l’Africa dai cosiddetti creditori ufficiali (come i governi, il Fmi, la Bm e la Banca Africana per lo Sviluppo) alle fonti private di credito (banche, fondi di investimento, fondi di private equity) e al libero mercato. Si tratta, in sostanza, come abbiamo visto, di una finanziarizzazione del debito che ha segnato il passaggio dai tradizionali prestiti e da altre forme sperimentate di assistenza finanziaria alle obbligazioni, sia pubbliche che private, da piazzare sui mercati aperti. Si tenga presente che le suddette obbligazioni sono in valuta estera, quasi sempre in dollari, e quindi sottoposte ai movimenti sui cambi monetari, sempre a discapito delle monete nazionali africane. Ciò sta generando un circolo vizioso che potrebbe compromettere seriamente lo sviluppo futuro dell’Africa.
Detto questo, per guardare al futuro con speranza, vorrei condividere un’importante iniziativa promossa da un gruppo qualificato di giuristi ed esperti di economia italiani dell’Unità di ricerca “Giorgio La Pira” del CNR e del Centro di studi giuridici latinoamericani dell’Università di Roma Tor Vergata, con la collaborazione del Centro di ricerca “Renato Baccari” del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari. Essi hanno chiesto formalmente che, con il sostegno sempre più incisivo della Santa Sede, del governo italiano e anche dei governi dei Paesi coinvolti nella grave crisi economico-finanziaria mondiale, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite giunga a formulare una richiesta di parere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja riguardo alla coerenza tra le regole che attualmente disciplinano il debito pubblico e il debito privato (nazionale ed estero) dei Paesi in via di sviluppo e i principi generali del diritto delle Nazioni evolute, nonché i diritti dell’uomo e dei popoli. Da rilevare che questa proposta ha un precedente molto importante, la Risoluzione 63/319 del Consiglio delle Nazioni Unite del 2015, contro i cosiddetti “fondi avvoltoi”, i fondi finanziari speculativi che agiscono in modo molto aggressivo sul debito dei Paesi in forti difficoltà economiche.
L’iniziativa trova la sua fonte d’ispirazione nei principi morali, etici e giuridici contenuti nella storica “Carta di Sant’Agata dei Goti” (nome della città nel centro d’Italia, dove esperti religiosi e laici internazionali si sono riuniti nel 1997), che ha condannato il “contratto di usura”, gli “oneri eccessivi sul debito” e ha invece affermato il suo sostegno all’autodeterminazione dei popoli. La questione è ancora più urgente se consideriamo che dal 2007 il debito pubblico mondiale è più che raddoppiato, passando da 28,7 a oltre 61 trilioni di dollari odierni. Ciò rappresenta una nuova minaccia di crisi sistemica. E i Paesi più poveri, quelli africani in primis, sono sempre i più esposti e colpiti da tali pesanti oneri. E dire che dal punto di vista semantico, speculare e speculazione derivano dal latino speculum (specchio) e dai verbi spector (guardare, osservare) e speculor (che nella forma intransitiva significa guardarsi intorno, volgere lo sguardo da tutte le parti). E allora la speculazione, se fosse correttamente interpretata, potrebbe diventare un atto filosofico di alto profilo richiedendo, appunto, di volgere lo sguardo da tutte le parti – sia in estensione che in profondità, sia dentro che fuori – scrutando il futuro e sottraendolo all’esclusivo vantaggio di un manipolo di nababbi. Senza dimenticare l’accezione implicita nella parola in oggetto, che allude all’astrazione, alla riflessione. Tutte dimensioni palesemente misconosciute dai fautori del dio denaro che guardano solo e unicamente alla massimizzazione dei profitti.

Contenuti correlati

RICERCA | Rapporto sulla sussidiarietà 2019/2020

Sussidiarietà e... finanza sostenibile

2021 | A cura di Alberto Brugnoli, Luca Erzegovesi, Giorgio Vittadini

Come sta cambiando il rapporto tra finanza ed economia reale? Qual è il contributo del sistema finanziario allo sviluppo sostenibile? Qual è la sua relazione con le realtà di base, è sensibile a una cultura sussidiaria?


Primo Piano Atlantide 38 . 2016 . 3

Un Piano Marshall (e non solo) per il futuro dell’Africa

NOV 2016 | Enzo Moavero Milanesi

Quali le responsabilità storiche e il compito attuale che l’Unione Europea può esercitare per favorire uno sviluppo equilibrato dei Paesi poveri? Come evitare gli errori del passato? Cosa chiedere ai governi degli Stati che ricevono gli aiuti? Ne abbiamo parlato con Enzo Moavero Milanesi, Direttore della School of Law dell’ Università Luiss, già Ministro per gli Affari Europei nei Governi Monti e Letta.