Trimestrale di cultura civile

Crescita, generazioni e democrazia

  • MAG 2021
  • Luigi Campiglio

Condividi

Perché occorre tornare a occuparsi dell’analisi economica basata sul modello a generazioni sovrapposte. Tale metodo consente di approfondire tematiche centrali e strettamente collegate come natalità, denatalità, crescita, rapporto fra generazioni. Che impattano sulle scelte e i corto circuiti della politica. E le mancate o parziali risposte denunciano le complessità che attraversa la democrazia rappresentativa.

Generazioni sovrapposte

Nell’anno zero la popolazione sulla terra era di 300 milioni e nell’anno mille, in Pieno Medioevo, è ancora di 310 milioni, nel 1500, alle soglie del Rinascimento, sale a 500 milioni in lieve aumento: ma nel mezzo millennio successivo si verifica un cambiamento strutturale e la popolazione umana inizia a crescere rapidamente con tassi esponenziali e nel 2000 supera i 6 miliardi (stime Nazioni Unite).

Lo strumento teorico più appropriato per interpretare la dinamica della popolazione è quello delle generazioni sovrapposte (OLG), che consente di analizzare la dinamica delle generazioni nel tempo e le possibili relazioni economiche. Maurice Allais ha formulato nel 1947 la prima analisi economica di un modello a generazioni sovrapposte, riproposto indipendentemente da Paul Samuelson nel 1956.

L’economia con generazioni sovrapposte ha in realtà radici ancora più lontane nei modelli classici di riproduzione economica: Francois Quesnay, medico della corte di Luigi XV re di Francia, nel 1758 pubblica il Tableau économique con cui rappresenta l’economia come un processo circolare, in analogia con la circolazione sanguigna, nel quale i flussi degli scambi avvengono fra classi sociali, anziché fra generazioni.

Quesnay è la figura centrale della fisiocrazia, dal greco “natura” e “potere”, che diventa la prima scuola economica moderna: la fisiocrazia individua nell’agricoltura la sola attività produttiva che può consentire un surplus e la sussistenza. La società si compone di tre classi: la classe degli agricoltori (produttivi), la classe gli artigiani e commercianti (sterili) e la classe dei proprietari terrieri (improduttivi) che vivono della rendita pagata dagli agricoltori.

Sraffa osserva come il modello fisiocratico sia “la prima presentazione del sistema della produzione e del consumo come processo circolare […] in netto contrasto con l’immagine […] di un corso a senso unico che porta dai ‘fattori della produzione’ ai ‘beni di consumo’”. Nel modello circolare dell’economia classica il tempo non ha un tempo definito, essendo una continua riproduzione circolare, mentre nel modello neoclassico il tempo ha un termine temporale definito.

L’assenza di un tempo definito, o infinito, nel ciclo delle generazioni implica risultati teorici nuovi per il funzionamento di un’economia, sia sul piano distributivo che della crescita.

In un modello neoclassico la moneta non ha un valore, ma solo la funzione di numerario, mentre acquista un valore positivo in un modello con generazioni sovrapposte, in cui ogni soggetto vive per due periodi, da giovane e da vecchio: per due generazioni sovrapposte in cui convivono giovani e vecchi la moneta fiduciaria acquista valore come strumento per trasmettere potere d’acquisto nel tempo, se si ritiene che il ciclo delle generazioni sarà infinito.

Con il modello a generazioni sovrapposte è possibile analizzare più in profondità il meccanismo di trasferimento delle risorse dai giovani agli anziani attraverso un sistema di sicurezza sociale: l’orizzonte infinito, e la convinzione che ci sarà sempre un futuro e quindi l’assenza di un termine temporale perché il mondo non finirà, ha come conseguenza l’impossibilità di scegliere per induzione a ritroso, perché non esiste una generazione della quale si possa anticipare la decisione nell’ultimo periodo. Se esistesse un ultimo periodo la generazione giovane corrente potrebbe “razionalmente” scegliere di non trasferire risorse per le pensioni, nel caso ritenga che la generazione giovane dell’ultimo periodo decidesse di non trasferire risorse agli anziani. La razionalità economica appare tuttavia inadeguata a rappresentare l’ulteriore intreccio di trasferimenti all’interno di una rete familiare, spesso più rilevante dell’intervento pubblico o di mercato.

La classificazione in due periodi è necessaria per una formalizzazione analitica del rapporto fra chi lavora (i giovani) e chi è in pensione (i vecchi) ma per un’analisi più approfondita è necessaria una suddivisione della popolazione in classi di età più approfondite. Se l’analisi riguarda i flussi di trasferimenti a chi non lavora è necessario aggiungere i “molto giovani”, come i bambini, e i giovani che lavorano possono essere distinti in una generazione centrale, che denominiamo “core” (20-39 anni) e una generazione matura (40-64 anni). La generazione “core” è centrale per almeno due motivi: questa è la fascia di età più importante per due variabili chiave, l’età della madre alla nascita del primo figlio e il tasso di fecondità (o fertilità). La generazione “matura” è il proseguimento della generazione “core” sul piano economico e professionale ed è cruciale per finanziare gli anni di istruzione dei figli in crescita e valorizzando il potenziale pieno delle loro capacità professionali.

Popolazione e crescita

Nel XVII secolo, la finestra della crescita economica mondiale si dischiude in Inghilterra con un aumento della natalità per la concomitanza di vari fattori: un quadro politico più stabile, il miglioramento delle condizioni vita, l’invenzione delle macchine a vapore, del telaio meccanico e la nascita dell’industria tessile, in grado di produrre abbigliamento per la protezione dal freddo, un miglioramento delle condizioni igieniche e di vita e l’aumento della speranza di vita da 30 a 40 anni 1 .

La finestra si apre definitivamente nel XVIII secolo con un’accelerazione nella crescita del PIL pro-capite, l’aumento della natalità e della popolazione, che trova sbocco in una crescente presenza dell’Inghilterra nel mondo.

Il Regno Unito è all’origine sia delle principali innovazioni tecniche e sociali che hanno originato l’impulso iniziale alla crescita economica mondiale, sia dell’aumento di popolazione che si propaga nelle terre dell’Impero britannico, con 450 milioni di abitanti all’inizio del XX secolo. L’emigrazione inglese sostiene l’attività economica delle colonie, con un sostanziale beneficio economico per il Regno Unito: il PIL pro-capite raddoppia nel XIX secolo e quadruplica nel XX. La ricostruzione storica del PIL pro-capite per il Regno Unito conferma il profilo di uno stabile miglioramento del tenore di vita dal 1300 al 1700, una crescita più decisa nel XVII secolo e il punto di svolta con l’inizio del decollo economico e industriale nel secolo successivo. Il Regno Unito, con le sue innovazioni tecniche e sociali si propaga al continente europeo, e alla fine del XIX secolo domina il mondo con l’Impero britannico.

Nel Saggio sulla popolazione del 1798 il reverendo Thomas Malthus teorizza un rapporto costante nel lungo periodo fra produzione della terra, popolazione e nascite, che interpreta in modo convincente i 1800 anni precedenti: se la popolazione cresce a un tasso geometrico e le risorse a un tasso aritmetico, si determina un inevitabile “eccesso di popolazione” che preme su risorse sempre più limitate. Il sistema ritorna in equilibrio come conseguenza di carestie, povertà e aumento della mortalità, causato da un eccesso di domanda di beni alimentari e del conseguente aumento dei prezzi. Secondo Malthus le innovazioni tecnologiche potevano produrre benefici solo temporanei: in realtà le rivoluzioni agricole e industriali hanno prodotto effetti permanenti, che hanno permesso di uscire da una trappola.

Figura 1: U.K. PIL pro-capite 1300-2018 ($2011)

È l’inizio di una rivoluzione, tuttora in corso, che modifica profondamente la dinamica della popolazione e della vita economica nel mondo. Nel 1800 la popolazione mondiale raggiunge 1 miliardo, e da allora in poi inizia una crescita a tassi decennali crescenti: fra il 1900 e il 2000 la popolazione quasi si quadruplica, da 1,6 fino a 6,1 miliardi di persone. Il tasso annuale di crescita globale della popolazione tocca un massimo del +2,1% nel 1962 e diminuisce negli anni successivi: la popolazione sembra avviarsi, per la fine di questo secolo, verso un nuovo Stato stazionario di circa 11 miliardi.

La questione cruciale è che, mentre le previsioni di Malthus sono state smentite dal processo di crescita economica, la rapidità del processo di cambiamento solleva questioni del tutto nuove per quanto riguarda la sostenibilità del rapporto fra risorse naturali e popolazione: la domanda è se il pianeta abbia una “capacità di carico” tale da consentire una vita dignitosa per tutti i suoi abitanti.

Il processo di transizione demografica che caratterizza la dinamica crescente della popolazione, consiste nel passaggio da un regime di alti tassi di natalità e mortalità a un regime di bassi tassi natalità e mortalità, con una diminuzione del tasso di mortalità che precede e anticipa la diminuzione del tasso di natalità.

La crisi della “generazione core” in Europa

Il legame fra la rapida caduta della natalità per donna in Italia fra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta è causa di una progressiva diminuzione del numero di giovani adulti vent’anni dopo: dal 1997 in poi la fascia demografica di età compresa fra i 20 e i 39 anni, alla generazione “core” è associato un dividendo demografico negativo, in termini di domanda effettiva e come contributo alla continuità del potenziale umano ed economico del Paese.

Una diminuzione di 4 milioni di persone, fra il 1995 e il 2015, che diminuirà ulteriormente a 7 milioni entro il 2050 secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, è come se in vent’anni fosse scomparsa la popolazione del Piemonte, che rappresenta quasi l’8% del PIL in Italia nel 2017. L’ulteriore diminuzione della natalità in questo decennio porterà a una analoga diminuzione del PIL potenziale, in teoria compensabile da produttività o immigrazione.

Un confronto dei due gruppi generazionali, 20-39 anni e 40-59 anni (generazione “matura”) di Italia e Cina, sul periodo 1950-2015 consente di apprezzare la rilevanza della generazione “core” rispetto alla generazione “matura” nel processo di sviluppo. Nelle due classi generazionali confluiscono i nati di 20 anni prima: la generazione “core” della Cina (20-39 anni) rappresenta bene la prima fase di accelerazione della crescita, dopo il 2000, che oggi entra nella fase matura di crescita elevata dopo il 2010. In Italia il punto di svolta della generazione “core”, dal 1997 in poi, ritraccia invece una fase di decelerazione della crescita, che diventa crescita lenta e stagnazione di crescita e produttività dal 2010 in poi.

La generazione oltre i 65 anni

Nella graduatoria mondiale Giappone, Italia e Portogallo sono i Paesi in cui è più elevata la quota di popolazione con più di 65 anni, il che rispecchia una più generale situazione demografica dell’Europa, con una quota superiore al 20%.

Poiché la quota degli over 65 a livello mondiale è del 9% ciò significa che gli altri continenti hanno quote molto più basse: ciò avviene nel caso dell’India, molti Paesi dell’area asiatica e africana e in particolare per i Paesi del Nord-Africa e Medio Oriente, con una quota del 5%.

Una quota elevata di persone in pensione implica un volume significativo di risorse da chi lavora a chi è in pensione, un elevato tasso di dipendenza, una possibile diminuzione delle persone in età da lavoro (WAP=Working Age Population) e una diminuzione del cosiddetto dividendo demografico (DD), definite come la differenza fra il tasso di crescita della popolazione attiva e il tasso di crescita della popolazione, cioè:

La prima causa dell’elevata quota di over 65enni è l’aumento della speranza di vita connesso al migliore tenore di vita, ai progressi di medicina e biologia, il che è un beneficio per la qualità della di tutta la popolazione. Una seconda causa è la caduta della natalità al di sotto della soglia di 2,1 che consente di mantenere una popolazione stazionaria. Il legame fra il tasso di natalità e la quota di popolazione anziana è molto forte: le indagini statistiche confermano da molti anni che il numero effettivo di figli è mediamente inferiore a quello desiderato, ma il desiderio si scontra contro le difficoltà economiche e organizzativa, sia del mercato del lavoro che delle famiglie.

La giovane Africa

Il caso dell’Africa è particolarmente evidente se si considera l’età mediana della popolazione: in Africa l’età mediana è stabilmente al di sotto dei 20 anni dagli anni Cinquanta: nel 2020 è di 19,7 mentre in Europa è di 42,5 anni di età, con un divario di quasi 23 anni.

In Italia l’età mediana era di 26,6 anni nel 1950 ed è aumentata a 47,3 anni nel 2020. Le implicazioni economiche e sociali sono rilevanti, sia sul piano educativo sia per le domande sociali che i giovani esprimono, sia nel loro Paese che nei Paesi di cui erano colonie, come nel caso dell’Algeria con la Francia o l’India per il Regno Unito e naturalmente nei Paesi in cui sono nati, come è avvenuto in Tunisia nel 2010 e nel 2020. Nei Paesi più coinvolti dalla “primavera araba” come l’Egitto, la Siria, la Libia, il Marocco e altri l’età mediana era intorno ai 25 anni o di poco superiore.

La Cina è un gigante demografico di 1,4 miliardi, oltre che un gigante economico, l’India è un gigante demografico di 1,4 miliardi, ormai uguale alla Cina, ma non ancora su un sentiero di analogo sviluppo: gli Stati Uniti sono un gigante economico, anche se con una popolazione minore di 331 milioni, a cui segue l’Indonesia, con 274 milioni, il Pakistan con 221 milioni, il Brasile 213 milioni e la Nigeria con 206 milioni. L’informazione sull’età mediana della popolazione di questi Paesi consente di approfondire la dimensione economica e politica, confrontando l’età mediana nel 1950 con quella del 2020.

Fonte: nostra elaborazione su United Nations Population

I 7 Paesi considerati rappresentano circa la metà della popolazione mondiale: di questi 7 la Cina è attualmente il Paese più popoloso e anche quello con la più elevata età mediana, aumentata di 15 anni rispetto agli anni Cinquanta. L’età mediana degli Stati Uniti nel 2020 è quasi uguale a quella della Cina, ma l’età mediana di 30 anni nel 1950 è cresciuta di 8 anni, la metà rispetto alla Cina: l’età mediana è un indicatore indiretto della struttura per età della popolazione, e della quota di popolazione “potenzialmente” attiva.

Generazioni e democrazia in Italia: un’indagine demoscopica

Nel discorso politico, le politiche che richiedano sacrifici vengono spesso proposte in nome dei nostri figli e del loro futuro, ma la loro attuazione finisce spesso con il richiedere sacrifici proprio alle giovani famiglie di quei figli, che rappresentano il futuro e che si dichiara di voler proteggere.

Il corto circuito politico viene traslato proprio sui minorenni e le loro famiglie:
la caduta della natalità è anche la conseguenza del fatto che il rischio di povertà cresce all’aumentare del numero dei figli e le famiglie che decidono di aver un figlio, il primo o il secondo, rischiano difficoltà economiche crescenti per la famiglia e sono costrette a diminuire lo spazio di opportunità di vita per i loro figli minori.

L’indagine Istat sulla povertà assoluta nel 2020 conferma la precarietà economica e sociale delle famiglie, che ricade in misura maggiore sulle famiglie con figli minori: il 13,6% dei minori (fino a 17 anni) vive in famiglie in condizioni di povertà assoluta.

Su questi temi, con il sostegno dell’Istituto Toniolo e in collaborazione con l’Istituto Ipsos, abbiamo realizzato un sondaggio, basato su 1000 interviste, con un campione rappresentativo dei cittadini residenti secondo genere, età, scolarità, condizione lavorativa, e area geografica di residenza, fra il 20 e il 25 febbraio del 2019: i risultati, di cui ne sintetizziamo alcuni, confermano un’ampia consapevolezza dei cittadini italiani, sia del problema della natalità, sia delle condizioni di vita dei minori e delle loro giovani famiglie.

Il 62% dei cittadini è molto o abbastanza d’accordo con la domanda: “la denatalità in Italia, cioè la diminuzione delle nascite, è tra le principali conseguenze delle difficoltà economiche del Paese” e il 26% è molto d’accordo. L’interpretazione del largo consenso a questa domanda è suscettibile di due spiegazioni: la prima riferita alle condizioni del mercato del lavoro, la seconda riferita alla carenza di una politica per la famiglia.

Figura 2: Denatalità: conseguenza difficoltà economiche del Paese

Il 94% degli intervistati è molto o abbastanza d’accordo con la domanda se le difficoltà dei giovani a uscire dalla propria famiglia per formarne una propria dipenda “dalla difficoltà che i giovani incontrano nel trovare un lavoro” e ben il 61,5% è molto d’accordo.

Figura 3 Difficoltà nel trovare un lavoro

La domanda sulle politiche per la famiglia riguarda la misura con cui il ritardo nella formazione di nuove famiglie dipenda “dalla qualità delle politiche e dei provvedimenti realizzati per sostenere la creazione di nuove famiglie”. Il nesso fra spesa sociale per la famiglia e natalità ha come passaggio intermedio il legame fra la spesa sociale per la famiglia e la diminuzione della povertà dei minori, confermato a livello internazionale (Ocse): la diminuzione della povertà dei minori, e quindi delle loro giovani famiglie, diminuisce il rischio atteso di povertà associato al primo figlio o a un figlio aggiuntivo.

La spesa sociale per la famiglia diminuisce perciò il rischio atteso di povertà per la nascita di un figlio e può quindi favorire la natalità.

L’affermazione: “Tutti i bambini sin dalla nascita devono avere il diritto di crescere accedendo alle stesse opportunità di studio, di gioco, di cure” riceve una risposta positiva e plebiscitaria: il 94% degli intervistati sono molto o abbastanza d’accordo, e di questi il 73% è molto d’accordo.

In una democrazia rappresentativa il voto “conta” e la mancanza di rappresentanza comporta le conseguenze già previste un secolo e mezzo fa, da Johan Stuart Mill nel 1861: “È necessità della classe politica considerare gli interessi e i desideri di chi ha il suffragio; ma rispetto a coloro che ne sono esclusi è loro scelta tenerne conto oppure no; e per quanto onestamente disposti, essi [i politici] sono di regola troppo occupati con questioni delle quali devono tenere conto per avere abbastanza spazio nei loro pensieri per qualunque cosa che possono trascurare impunemente”.

Una delle domande del questionario Ipsos ha implicitamente riformulato la riflessione di Mill, domandando se l’intervistato è d’accordo con la seguente affermazione:
“I politici cercano soltanto il consenso di chi ha il diritto di voto, senza occuparsi dei problemi dei minorenni che, non avendo diritto di voto, sono solo marginalmente presenti nei programmi politici dei partiti”. Il 79% degli intervistati è molto o parzialmente d’accordo con questa affermazione, in pieno accordo con l’analisi di John Stuart Mill.

Un primo miglioramento è Stato quello di diminuire l’età minima per l’esercizio del diritto di voto, come è avvenuto in Austria con la diminuzione a 16 anni. Una diminuzione dell’età al di sotto di questa soglia, in particolare quando si tratta di rappresentare gli interessi di bambini e ragazzi, e quindi anche delle giovani famiglie in cui vivono richiede un “meccanismo politico” con cui i minorenni possano esprimere la loro voce: occorre fare leva sull’incertezza delle preferenze elettorali per incentivare la classe politica a indagare sui bisogni dei potenziali elettori.

 

NOTE

1. [Morland, 2019]

Luigi Campiglio è professore ordinario di Politica economica presso l’Università Cattolica di Milano. La sua attività di ricerca ha riguardato temi teorici e applicati dell’economia; in particolare la distribuzione del reddito, lo Stato sociale, l’economia della famiglia, l’inflazione e la misurazione dei prezzi, l’incertezza nelle decisioni economiche, il rapporto fra economia e sistema politico.

Clicca qui!