Trimestrale di cultura civile

La ripresa possibile della democrazia inceppata

  • MAG 2021
  • Evandro Botto

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I modelli di democrazia nel mondo vivono una lunga stagione di difficoltà. Patiscono la crisi della globalizzazione neoliberista e l’avanzata di “democrature” a forte connotazione populista. Un deficit della politica, ma non solo. Soprattutto un’emergenza antropologica. Tuttavia, le esperienze di democrazia dicono che – come dimostra la storia – quel modello, dato troppe volte per esaurito, non è mai ai titoli di coda. Si riprende sempre. Questo e altro nel numero di Nuova Atlantide. Un percorso dentro la crisi. Un percorso che suggerisce ipotesi su come superarla. La sfida di questo tempo.

Questo numero della rivista, dedicato alla crisi della democrazia, era appena stato messo in cantiere quando l’attacco alla sede del Parlamento americano ha fornito la riprova altamente simbolica della fragilità cui sono esposti i regimi democratici, anche i più solidi. In effetti, se nell’ultimo decennio del secolo scorso – dopo la caduta del Muro – la democrazia era apparsa in irresistibile ascesa un po’ dovunque, dai primi anni Duemila a oggi si registra un decremento del numero di regimi definibili come democratici (sia pure a più o meno alto tasso di democraticità). Lo mostra bene l’articolo di Luca Farè, che fotografa lo stato di salute della democrazia nel mondo, avvalendosi di alcuni dei più diffusi e autorevoli misuratori disponibili al riguardo.

Il contributo di Farè compare nella prima delle tre sezioni della rivista: la sezione “Scenari”. Vi si affrontano alcuni interrogativi di fondo circa le cause dell’odierna crisi della democrazia e le sue potenzialità di riscatto, tenendo conto anche della presenza di un fattore inedito e fortemente perturbante, il Covid-19.

L’io democratizzato

Si ricercano innanzitutto le radici antropologiche della difficile condizione in cui versano le democrazie del nostro mondo. Dal provocatorio saggio di Mikel Azurmendi emerge come il tipo umano che domina il panorama sociale contemporaneo possa considerarsi una sorta di generalizzazione dell’io di Nietzsche (e poi di Heidegger e Sartre): un individuo narcisista e isolato, che ha la sua matrice nella rottura con la nozione classico-cristiana della persona, operata dal filone “vincente” del pensiero moderno. Se la persona si connotava essenzialmente per il suo essere in relazione, l’io democratizzato si presenta come un individuo incapace di socializzare e impermeabile alla compassione, definito dalla volontà di potenza e dal desiderio di appropriazione. Un desiderio che, per sussistere, si crea necessariamente un nemico (Azurmendi si richiama qui alla logica del desiderio mimetico teorizzata da Girard); e così l’esistenza risulta dominata dal risentimento, dall’invidia, dal tentativo di affermarsi a qualunque costo, da un nichilismo non più elitario ma divenuto ormai senso comune, mentalità corrente.

La democrazia liberale forgiata dall’Occidente deve dunque considerarsi ormai al tramonto? Nella bella intervista rilasciata al direttore di Nuova Atlantide, Enzo Manes, Emma Bonino prende nettamente le distanze da questa prospettiva. Dal secondo dopoguerra a oggi – rileva infatti la senatrice – l’Europa ha visto un susseguirsi di crisi e rigenerazioni della democrazia, che hanno mostrato come quest’ultima sia un sistema felicemente imperfetto, che ha in sé la capacità di far fronte ai problemi che di volta in volta le si presentano. È quanto l’Europa è chiamata a fare anche oggi, immaginando un piano organico di riforme strutturali, che muova dal terreno dell’economia e della finanza e abbia come orizzonte ampio la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, cioè di una realtà autorevole e finalmente protagonista del ritorno duraturo del multilateralismo sullo scenario politico globale.

Nadia Urbinati si chiede se e come i “fatti nuovi” prodotti dalla pandemia possano giovare o nuocere alla democrazia; e sollecita a non perdere di vista la riscoperta della solidarietà, della sua utilità e convenienza, occasionata proprio dal Covid-19. Urbinati si sofferma in particolare sulle nuove tecnologie comunicative, diventate più che mai indispensabili alla vita di relazione; e riconosce il giovamento che esse possono portare alla democrazia, facilitando il ricorso a forme di consultazione diretta e favorendo l’individuazione di soluzioni ragionevoli e condivise su temi specifici. Tuttavia – annota la politologa della Columbia University – l’uso intensivo della rete può diventare “un potente strumento attraverso cui credere e far credere qualsiasi cosa”, seminando dubbi e sfiducia nelle istituzioni democratiche. Per non dire delle limitazioni inflitte alla nostra capacità partecipativa dalle grandi piattaforme multinazionali, che di fatto detengono il monopolio della rete; o delle crescenti condizioni di povertà, che impediscono a molti di dotarsi della strumentazione informatica necessaria per fruire di percorsi adeguati di formazione.

Per Carlo Pelanda la democrazia vive la crisi dei due diversi modelli ai quali è stata affidata fino a ieri la speranza di un benessere socialmente diffuso: quello europeo-occidentale, di tipo redistributivo e assistenzialistico, che finanzia i deboli lasciandoli tali; e quello americano, che offre sì maggiori opportunità di ascesa economica e sociale, ma solo a chi, attraverso l’istruzione di alto livello, perviene alla conquista di quel “potere cognitivo”, che, “in un’economia sempre più trainata dalla conoscenza”, risulta determinante. Pelanda propone di puntare decisamente su un incremento della qualificazione e delle capacità di ciascuno, destinando risorse straordinariamente ingenti al perseguimento di tale obiettivo. Ma, perché il progetto possa riuscire, non solo “occorre un mercato molto grande e con standard adatti ai costi e ai vincoli delle democrazie”, ma è necessario che vi sia una più diffusa sensibilità al valore della libertà e della democrazia e perciò una più forte pressione sociale a favore di esse. Occorre che gli Stati sappiano “mettere accanto alla bandiera della propria nazione quella della democrazia”.

La globalizzazione sregolata

Nella seconda sezione della rivista – “Lo stato delle cose” – si prova a guardare più da vicino alla crisi della democrazia, con una nutrita serie di contributi dedicati a precisi contesti geo-politici (gli Stati Uniti, l’America Latina, l’Ungheria e la Polonia, i Paesi arabi, la stessa Italia) e con un paio di approfondimenti volti a mostrare come comunicazione e informazione possano indebolire la democrazia e favorirne la crisi, anziché contribuire a rinsaldarla.

Degli Stati Uniti si occupano tre dei saggi qui raccolti (altri, come vedremo, vi fanno variamente riferimento). Nel primo Federico Rampini mostra come l’ascesa di Trump – e la sua stessa resistenza di fronte alla sconfitta elettorale – abbiano trovato alimento non tanto nel tradizionale elettorato repubblicano-conservatore, quanto negli strati popolari: questi ultimi, infatti, bollati come accozzaglie di “bifolchi” dalla cultura “liberal” imperante in seno al partito democratico, hanno identificato nel populismo trumpista e nella sua critica a ogni establishment il portavoce della loro rabbiosa volontà di cambiamento. Ora la presidenza Biden, con il generoso ricorso alla spesa pubblica in favore dei ceti più colpiti da una globalizzazione sregolata (non solo i poveri, vecchi e nuovi, ma anche buona parte della classe media), sembra voler attuare un’inversione di tendenza. Ma deve fare i conti con un’opinione pubblica dominata da intellettuali e media, intenti a dare la caccia a discriminazioni di ogni sorta, ma scarsamente sensibili alla crescita abnorme delle disuguaglianze economiche e al blocco dell’ascensore sociale, già vanto della democrazia americana.

Anche Michael Sandel, figura di spicco dell’odierna filosofia morale e politica, si interroga sullo stato di salute della democrazia americana e sottolinea come alla base del successo del trumpismo si trovi la reazione di quanti, partiti da condizioni di più o meno forte svantaggio, non siano riusciti a farsi valere, a salire i gradini della scala sociale, e soffrano – più ancora che per le loro condizioni economiche precarie – per il disprezzo sociale di cui sono fatti oggetto. La cultura americana, infatti, ha da sempre scommesso sul “volere è potere”, sull’idea che la possibilità di emergere sia alla portata di chiunque, purché sia messo in condizioni di farlo. Ma “la tirannia del merito” – così suona il titolo del volume di Sandel, dal quale è tratto in anteprima per l’Italia il capitolo qui riprodotto – si dimostra un’arma spuntata di fronte ai danni prodotti dal neoliberismo globalizzato. Non basta – sostiene infatti il filosofo di Harvard – offrire a chiunque l’opportunità di affermarsi, dotandolo dei mezzi necessari; occorre anche assicurare a “chi non ce la fa” sostegni di effetto immediato, per evitarne non solo l’impoverimento economico, ma anche e soprattutto la marginalizzazione e la disistima sociale.

Dagli Stati Uniti all’America Latina: intervistato da Carlo Dignola, Scott Mainwaring, uno dei più influenti analisti politici americani, fa il punto sullo stato della democrazia nel Sud America. Le situazioni sono molto variegate, osserva il politologo di Notre Dame: a democrazie di livello elevato (Cile, Costa Rica, Uruguay) o meno elevato (Argentina) si affiancano semi-democrazie come Honduras, Paraguay e Guatemala. Pochi sono i regimi decisamente autoritari (Nicaragua, Venezuela, Cuba). Nell’insieme non ci sono dunque ragioni sufficienti per ritenere che, caduti i regimi dittatoriali della seconda metà del Novecento, si stia tornando all’America Latina dei generali. Ma è pur vero che il profilo populista autoritario di un leader come Bolsonaro, oggi a capo del più grande Paese sudamericano, il Brasile, rischia di vanificare le conquiste democratiche degli ultimi trentacinque anni. A compromettere il cammino della democrazia, fino a interromperlo o a invertirlo, sono poi le marcate irregolarità territoriali: anche all’interno di Paesi della cui democraticità non si può dubitare, vi sono vaste zone dominate dalla criminalità (o comunque da poteri ben lontani dal possedere i requisiti richiesti da una democrazia liberale).

L’economia dell’attenzione

A questo punto, prima di esplorare lo stato di salute della democrazia in altre aree del pianeta, la rivista propone due significativi contributi sulla questione del rapporto tra democrazia e informazione. Nell’intervista concessa a Martina Saltamacchia, Mike Caulfield affronta il problema – già sollevato da Nadia Urbinati – del dilagare di informazioni ingannevoli e fake news. Occorre essere consapevoli – sostiene il docente della Washington State University – della specificità di Internet e della sua distanza dagli strumenti comunicativi tradizionali. Oggi i fatti e il contesto possono essere separati e prendere strade diverse; viviamo in una “economia dell’attenzione”, che si adopera a collegare le informazioni in modo tale da catturare l’attenzione del pubblico e da influenzarlo (economicamente, socialmente, politicamente) nella direzione voluta.

È dunque cruciale l’educazione a un uso consapevole della tecnologia informativa e comunicativa. Si tratta di insegnare un metodo che ci consenta di verificare di chi e di che cosa possiamo fidarci: Caulfield ne propone uno, articolato in quattro momenti, che può rappresentare un buon punto di partenza.

Il secondo dei due contributi su democrazia e comunicazione è dovuto alla penna di un veterano del giornalismo italiano, Gianluigi Da Rold, che mostra – con una sintetica ma puntuale ricognizione storico-critica – quanto possa essere pericolosa e perfino letale per la democrazia una comunicazione asservita al potere e dominata dal virus della disinformazione e della manipolazione. Considerando dapprima alcuni casi clamorosi di falso storico (dall’Affaire Dreyfus ai Protocolli dei Savi di Sion), montati ad arte tra fine Ottocento e primo Novecento, l’articolo di Da Rold si sofferma sull’età dei totalitarismi. “Sovietici e nazisti manipolano e disinformano su tutto, sia quando stanno insieme in uno strano connubio, sia quando si contrappongono” – annota Da Rold, che prosegue documentando come nel secondo dopoguerra la battaglia tra informazione e disinformazione si mantenga in un certo equilibrio. Solo più avanti lo scenario muta radicalmente: in un primo momento è la televisione (definita da Mc Luhan – ricorda Da Rold – il “media freddo”) a soppiantare la carta stampata; in una fase successiva – a mano a mano che ci si avvicina all’oggi – sono i “social” a pilotare il mondo della comunicazione. Ma non è il trionfo della democrazia; è piuttosto l’apoteosi della “folla solitaria”, che “è cresciuta nella non-partecipazione, è ricca di pregiudizi e collabora inconsapevolmente a incrementare una sorta di comunicazione zeppa di stereotipi e di inutili manipolazioni”. Quello di una comunicazione al servizio della ragione, della libertà e della democrazia resta un traguardo possibile, ma ancora lontano.

È lo stesso Da Rold che, nella sua conversazione con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, ci consente di aprire uno squarcio sugli inediti equilibri geopolitici, che si vanno delineando tra le grandi potenze mondiali, e sulle possibili ricadute di essi sul futuro dell’Europa e della stessa democrazia. Potrà essere la Cina a sostituire gli USA nel loro ruolo di leadership mondiale? Caracciolo dubita che la sua pur forte “pulsione imperiale” possa portare allo stabilirsi di un grande impero mondiale. È vero che la Cina ha ormai le sue influenze e le sue basi un po’ dovunque nel mondo, Italia compresa; ma essa ha difficoltà a espandersi già nel contesto asiatico, nonostante le formidabili relazioni economiche e commerciali che intrattiene con quei Paesi; la stessa vicinanza alla Russia di Putin non si configura come un vero feeling, ma appare piuttosto di ordine “tattico” (far fronte comune contro la potenza americana). A dispetto dell’aggressività verbale recentemente esibita da Biden nei riguardi del regime cinese, Caracciolo non crede dunque “al destino strategico che porterebbe Cina e Stati Uniti per forza a scontrarsi”; e comunque confida “che vi siano forze responsabili sia in Cina che negli Stati Uniti che vogliano tenere la competizione, per quanto aspra, nei limiti di un confronto pacifico”. Quanto alla Turchia, secondo il Direttore di Limes i recenti movimenti tesi a dar corpo al sogno di un rinnovato impero ottomano sono l’espressione di “una tendenza che la Turchia ha intrapreso con la fine dell’Urss e quindi con la cessazione del suo ruolo di sentinella dell’America contro la Russia”. Si tratta – sostiene Caracciolo – dello sviluppo di “un’idea strategica molto coerente, con un’intesa, di fatto, tra forze armate e presidente”, non limitabile alla figura di Erdogan. Ce ne dovremmo preoccupare perché la Turchia è già arrivata in Libia, così come la Russia. “Sono al di là dello Stretto di Sicilia e questo rende fragile la nostra frontiera meridionale”.

L’autoritarismo populista

Riflettendo sul regresso della democrazia in Paesi come Polonia e Ungheria, Wojciech Sadurski osserva che si tratta di casi in cui il populismo autoritario, pervenuto al potere tramite libere elezioni, tende a smantellare l’assetto liberaldemocratico, ma lo fa in modo opaco, quasi occulto. I cambiamenti sono infatti progressivi, non frutto di cesure radicali; e non sono tanto prodotti da singole leggi o azioni, ma dal loro interagire in un contesto – quello dell’autoritarismo populista – che ne rafforza gli effetti nefasti; istituzioni e procedure vengono svuotate dall’interno, come accaduto in Polonia dal 2015 in poi, con la trasformazione del Tribunale costituzionale da organo di controllo a solerte collaboratore della volontà dei governanti; infine, vengono attaccati non tutti i capisaldi della democrazia, ma quelli – separazione e distribuzione dei poteri, rispetto della legge e in primis della Costituzione – la cui erosione può risultare meno evidente agli occhi del grande pubblico. Polonia e Ungheria sono comunque lì a dimostrare – sostiene Sadurski – che l’idea di una necessaria transizione delle giovani democrazie verso una democrazia sempre più matura è solo un’illusione. Guardando al futuro, tuttavia, il giurista polacco non vede nulla di fatale neppure nella prospettiva di una crescente degenerazione delle democrazie populiste in senso autocratico. È una partita aperta, in cui nessuno di noi è un semplice spettatore e che potrà risolversi in favore della democrazia se il populismo stesso, contaminandosi con altre forze, saprà moderarsi e ricondursi nell’alveo dell’ordinamento democratico.

Che ne è della democrazia nel mondo arabo, dopo le speranze accese dalle Primavere di un decennio fa? Wael Farouq mostra come al di là dell’opposizione tra un Islam tradizionale, avversario dichiarato della democrazia, e un Islam moderato, che ne tenta l’assimilazione, ma “islamizzandola”, il mondo arabo risulti permeato da una “terza cultura”, che mescola tradizione e modernità, deformandole entrambe. Si tratta di una “finta modernità”, di un insieme ibrido di stili di vita e di correnti di pensiero, che hanno come collante il consumismo e come retroterra il rifiuto della razionalità, “fondamento – scrive Farouq – sia della tradizione e civiltà islamica che di quella moderna occidentale”. L’Islam è stato ridotto all’_Islam politico e ha preso il potere in molti Paesi arabi, “lasciando fuori la maggioranza dei musulmani che credono nella libertà di religione e nella necessità della sua presenza nello spazio pubblico, seppur lontano dai palazzi del potere”. La democrazia, a sua volta, è stata ridotta alle sue procedure formali, a “urnocrazia”, a scapito della sua sostanza, della libertà e dei diritti; e potrà davvero riscattarsi solo se questa gerarchia verrà rovesciata, se il suo significato autentico prevarrà sulle sue forme vuote.

Il rebus Italia

Anche in Italia la democrazia presenta aspetti di fragilità, sostiene Ugo Finetti nel suo contributo specificamente dedicato al caso italiano. L’attaccamento alle istituzioni democratiche è debole, l’impegno per la libertà sembra appartenere solo a un nebuloso passato, i regimi autoritari sono ritenuti più efficienti dei democratici nell’affronto della pandemia. Si invocano democrazia diretta e leadership carismatica, quali succedanei di una democrazia liberale avvertita come un insopportabile insieme di lacci e di freni all’esprimersi immediato della “volontà popolare”. Tra le cause di questo indebolimento di sentimenti e valori democratici, Finetti attribuisce un peso decisivo alle tre successive campagne contro la democrazia parlamentare, messe in atto dai mezzi di comunicazione di massa: il Sessantotto negli anni Settanta, Mani Pulite negli anni Novanta e infine – nell’ultimo decennio – la campagna contro la “Casta”. Fenomeni da sottoporre a una rigorosa rivisitazione critica, sostiene Finetti, non da mitizzare indebitamente, come è accaduto, ponendo così sotto una luce sinistra “la ‘democrazia reale’ italiana – la collaborazione tra cattolici democratici, socialisti riformisti e liberaldemocratici – che ha costruito le istituzioni repubblicane e lo Stato sociale”.

Seguendo questo filo conduttore, l’Autore ripercorre – sinteticamente ma originalmente – passaggi cruciali della storia politica italiana degli ultimi cinquant’anni, giungendo fino al recente inasprimento della crisi della democrazia, che egli vede connesso con l’affermarsi delle nuove tecnologie della comunicazione.

La frantumazione e la conflittualità che caratterizzano l’odierna “repubblica dei social” evidenziano la necessità di “corpi intermedi”, di luoghi di incontro e di confronto tra persone, e tra persone e istituzioni: vera e propria “medicina del territorio”, capace di presidiare saldamente la salute della democrazia.

Interrogandosi su democrazia e giustizia, e sulla crisi di entrambe, Stelio Mangiameli vede confluire nella metamorfosi dei partiti i molteplici fattori di crisi della democrazia. Il “partito di massa”, venuta meno la sua tradizionale funzione di influire dal basso sulla decisione politica, ha ceduto il passo al “partito leggero”, che non necessita più di una organizzazione democratica, ma di “un leader forte e visibile, che appaia come il capo ideale del governo”. Il Parlamento è stato fortemente ridimensionato, per diverse vie: dalla denigrazione sistematica di esso alla selezione dei candidati affidata ai soli leader dei partiti, fino alla riduzione della sua consistenza numerica (il “taglio dei parlamentari”). Quanto alla crisi della giustizia, Mangiameli ritiene che gli “sconvolgimenti del sistema politico” abbiano innescato quella sovraesposizione della magistratura, che sarebbe poi culminata nella “catastrofe della politicizzazione della giustizia”, facendo sì che “il giudice non si limiti più a interpretare, sia pure creativamente, la legge, ma finisca con il disporre esso stesso la norma che deve valere in generale”. Oggi, nel radicale mutamento di scenario prodotto dalla globalizzazione, i conflitti sociali tendono sempre più a trovare la loro composizione non in sede giudiziale, ma a opera di poteri privati; “anche lo Stato, se compare, lo fa in una veste non di pubblica autorità, ma come parte vincolata dalla clausola compromissoria”. In questa situazione, non si tratta tanto di interrompere i processi di internazionalizzazione e di integrazione politica, ritornando alla sovranità assoluta dello Stato nazionale: la strada prospettata dall’Autore è quella della piena realizzazione – sia per la democrazia che per la giustizia – di un “ordinamento multilivello”, che proceda dal basso verso l’alto e sappia improntare le relazioni tra i diversi livelli a quel “principio di leale collaborazione, nel quale la dottrina dello Stato non a caso intravede uno sviluppo del principio di fraternità”.

La cultura della sussidiarietà

La terza sezione della rivista – “Focus” – ospita una serie di contributi che provano a guardare oltre la crisi della democrazia, disegnata e diagnosticata nelle sezioni precedenti, per mettere a tema i possibili fattori di quel “risveglio”, di quella vitalità rinnovata della democrazia, cui si allude nel sottotitolo di questo numero.

Che l’ambiente favorevole a una riscossa della democrazia inceppata debba ravvisarsi in una “cultura della sussidiarietà”, è l’idea-guida che soggiace allo studio di Antonio D’Atena, ma che si trova variamente declinata anche negli altri contributi della sezione. Secondo D’Atena la sussidiarietà fornisce un contributo decisivo allo sviluppo di una democrazia liberale (e non assoluta), assicurando l’equilibrio tra democrazia e Stato di diritto, tra decisione maggioritaria e tutela dei diritti fondamentali. Il modello di cui il principio di sussidiarietà si fa promotore è quello di una democrazia di prossimità: “il ‘centro gravitazionale del principio’ è infatti costituito dalla ‘decisione di preferenza’, che affida agli enti politici minori e alle articolazioni più elementari della società civile i compiti che essi sono in grado di svolgere”; e chiamandoli a una sinergia con gli enti politici maggiori e le realtà sociali più complesse, per ciò che – con le loro sole forze – non riuscirebbero a realizzare. Il principio di sussidiarietà trova perciò il suo “imprescindibile complemento” nel “principio di proporzionalità”, sottolinea D’Atena: “il contenuto e la forma dell’azione del livello superiore debbono limitarsi a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi perseguiti”. Questa esigenza di graduazione “vale non solo per gli atti, ma anche per gli attori” – rileva ancora l’Autore: sicché, ad esempio, agli enti pubblici che sono espressione di comunità specifiche (si pensi alle Camere di Commercio o alle Università degli Studi) non possono essere sottratte “competenze” (rispettivamente, la tenuta del registro delle imprese o la facoltà di eleggere il Rettore), che devono restare saldamente in capo alle comunità in questione (e non avocate a sé dalle autorità politiche, come avviene puntualmente in talune democrazie – anche vicine a noi – che vediamo piegare sempre più pericolosamente in senso illiberale e assoluto).

Un caso significativo di sussidiarietà in atto sono i “patti di collaborazione con l’amministrazione pubblica nella cura dei beni comuni”, ormai attivi in un numero rilevante di comuni e municipi italiani. Riflettendo su tale esperienza, Gregorio Arena vi coglie “una nuova modalità di esercizio della sovranità che potremmo chiamare ‘democrazia diffusa’”. I patti concorrono infatti a liberare energie latenti, dando la possibilità ai cittadini di fornire il loro contributo, senza supplire la mano pubblica (“non supplenti, ma custodi”), e mostrando che il voto, l’iscrizione a un partito, l’adesione a uno degli enti del Terzo settore ecc., non sono le sole modalità di esercizio della sovranità popolare. Oltre che un’occasione inedita di partecipazione, i patti rappresentano una preziosa possibilità di apprendimento, incontro, scambio di idee e capacità, concorrendo a realizzare il dettato dell’art. 118 della Costituzione, laddove esso prescrive che le forme autonome di aggregazione dei cittadini siano “favorite” dallo Stato e dagli Enti territoriali.

Le tensioni unitive tra sussidiarietà e solidarietà

Con il contributo di Massimo Borghesi, siamo di fronte a una riflessione di ampio respiro, che guarda alla crisi della democrazia e insieme ai segnali di una rinnovata vitalità di essa. Il filosofo perugino risale al momento in cui – dopo il crollo dell’impero sovietico – la forza della democrazia viene fatta risiedere non più nel suo respiro ideale, personalistico e comunitario, ma nell’economia, nell’espansione del neocapitalismo finanziario e globalizzato. La democrazia “forte” degli anni del secondo dopoguerra, fondata sulla relazione tra illuminismo moderno e valori del personalismo cristiano, cede così il posto a una democrazia “procedurale”, tesa ad assecondare le rivendicazioni settoriali e singolari più disparate. Questa concezione “debole” della democrazia, specchio fedele delle dinamiche del neocapitalismo, va in crisi dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. Il movimento neocon/teocon, che accompagna il decennio dell’amministrazione Bush, coglie nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein l’occasione per rilanciare un’idea “forte” di democrazia (ma ben diversa da quella dell’Europa post 1945, legata a filo doppio all’idea di concordia e pace tra i popoli). Ora democrazia e guerra si implicano a vicenda e insanguinano il primo decennio degli anni Duemila; ma questa versione “guerriera” della democrazia è destinata a sua volta a naufragare di fronte allo scacco della guerra. Così sia l’orientamento relativistico della democrazia che quello neocon arretrano di fronte all’economico, che torna a essere illusoriamente concepito come la vera forza dell’Occidente. “Una forza che, a partire dal collasso di Lehman Brothers nel 2008, si è palesata come il fattore primario della disgregazione del mondo. La globalizzazione unisce dividendo, produce una uniformità che suscita contrapposizioni e contraddizioni radicali”. L’Europa, succube fino al 2019 del modello di Maastricht, dell’esasperato individualismo degli Stati membri, perviene al punto limite che precede la dissoluzione. Populismi e sovranismi dilagano. Ma, “rispetto a questi processi, di falsa unificazione e di dissoluzione, la pandemia, la peste del nostro tempo, rappresenta una battuta d’arresto”. Si torna a comprendere che la democrazia implica il primato della politica sull’economia e la riscoperta della nozione di “bene comune”: non un punto di equilibrio statico ma una nozione dinamica, antinomica, che unisce i poli senza annullarli. Ci si rende conto che una democrazia effettiva sorge solo dalla “tensione unitiva tra sussidiarietà e solidarietà”. Sull’onda di una pandemia che pure continua a mietere le sue vittime, si compie una svolta radicale, difficilmente prevedibile prima del 2020: l’Europa si ritrova capace, sia nell’ambito economico che in quello sanitario, di una solidarietà che sembrava impossibile (e che richiede adesso di estendersi ai Paesi del mondo impossibilitati a dotarsi delle risorse necessarie per combattere il nemico invisibile).

Ragionando su democrazia e diritti, Francesco Occhetta mette sotto accusa la degenerazione populista della democrazia, che ne ha minato il fondamento autentico, felicemente identificato dai Costituenti nella “dignità della persona umana”. La “nuova linfa”, di cui abbisogna questa democrazia svigorita può venire solo da quella “cultura sussidiaria”, della quale il gesuita della Civiltà Cattolica ridisegna in termini originali il multiforme profilo. “La cultura sussidiaria – scrive – diventa la bussola di un nuovo processo culturale basato sulla ‘centralità’ e l’equilibrio di politiche che generano democrazia e diritti. Si tratta di un metodo, un processo antropologico ed etico, che si qualifica dal gradualismo delle riforme, dalla moderazione dei linguaggi e dalla cultura della mediazione, tesa a cercare punti di equilibrio validi per tutte le parti. L’interclassismo che la sussidiarietà permette riduce le disuguaglianze tra le classi sociali ed è l’equilibrio per una società aperta e inclusiva in grado di assorbire le tensioni sociali”. “Se il Paese è cresciuto – prosegue Occhetta – lo si deve a questa radice culturale nascosta, ma ancora vivente, che permette alla giustizia di essere riparativa e non vendicativa, al lavoro di essere pagato, alla dignità rispettata, all’accoglienza di essere una rinascita sociale invece di una minaccia”. E, con lo sguardo rivolto al futuro, l’Autore conclude efficacemente: “Se si vuole far nascere una stagione costituente, con visione e competenze nuove, governance e regole, occorre ritrovarsi in questo meta-luogo culturale come fecero i costituenti per riprogettarsi e riprogettare. Altrimenti senza ricostituzione il Parlamento svuoterebbe la sua legittimità e credibilità. La sussidiarietà politica che genera centralità è come la rosa dei venti: tutte le grandi riforme sono partite da questa meta-categoria culturale. È questo il punto di intersezione per rifondare ‘politiche di fiducia’, altrimenti la sfiducia, le paure e le differenze aumentano i consensi, mentre nel frattempo le tensioni sociali rendono ingovernabile il Paese”.

Chiude questo numero di Nuova Atlantide una riflessione di Luigi Campiglio su democrazia, demografia ed economia, condotta con specifico riferimento al nostro Paese. Utilizzando il modello a generazioni sovrapposte (20-39 anni / 40-65 anni), l’economista dell’Università Cattolica mostra – alla luce di recenti ricerche – come la denatalità debba essere annoverata tra le conseguenze del rischio di povertà cui si trovano esposte le famiglie: rischio che cresce con l’aumentare del numero dei figli (già oggi il 13,6% dei minori al di sotto dei 17 anni vive in famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta). “È paradossale – scrive Campiglio – che l’attuazione delle politiche che richiedono sacrifici, spesso proposte dai decisori politici in nome dei nostri figli e del loro futuro, finisca con il richiedere sacrifici proprio alle giovani famiglie di quei figli, che rappresentano il futuro e che si dichiara di voler proteggere”. I dati dimostrano che “la spesa sociale per la famiglia, migliorando le condizioni dei figli minori delle giovani famiglie, diminuisce il rischio atteso di povertà per la nascita di un figlio e può quindi favorire la natalità”. Ma i minori non votano, sono privi di rappresentanza e – come già osservava John Stuart Mill – la politica, polarizzata sulla ricerca del consenso, finisce per occuparsene solo marginalmente. Non è forse anche questo uno dei fattori di debolezza della democrazia? Una “amica fragile”, appunto, come variamente si mostra nei contributi che seguono; ma un’amica che, con il concorso costruttivo e collaborativo di ciascuno di noi – individui e comunità – sa sfoderare sempre di nuovo un insospettato vigore.

Evandro Botto è stato professore ordinario di Storia della filosofia e docente di Filosofia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. I suoi interessi si collocano nell’ambito della Storia della filosofia moderna e contemporanea, con particolare riguardo per i temi antropologici ed eticopolitici.

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