Trimestrale di cultura civile

Una forma vuota di significato

  • MAG 2021
  • Wael Farouq

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Le difficoltà che incontra la democrazia a trovare cittadinanza nel mondo arabo sono originate da visioni parziali, difensive di posizioni contrastanti e contrapposte fra correnti di pensiero. Un conflitto interpretativo che perde di vista il cuore, la sostanza della posta in gioco. Ma per cercare di comprendere le cause dell’impasse, della primavera che non c’è, è necessario conoscere prima di tutto le posizioni delle correnti islamiste. Per scoprire, infine, che tra tradizionalisti e modernisti non vi è differenza. Quel mondo saprà riempire il vuoto da esso stesso generato? E muovendo da cosa?

A metà degli anni Trenta del secolo scorso, un parlamentare egiziano iniziava il suo discorso con la formula religiosa: “In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso”. Muaf Pasha al-Nas, leader del partito liberale di maggioranza, lo interrompeva dicendo: «Siamo qui per parlare in nome della nazione, non in nome di Dio». Circa cento anni dopo, il 7 febbraio 2012, nella stessa aula, un deputato salafita interrompe i lavori del Parlamento con l’appello alla preghiera. La maggioranza dei deputati ha già dichiarato di essere fedele innanzitutto alla religione, aggiungendo alla formula del giuramento parlamentare la frase: «Se non c’è conflitto con la legge di Dio...» 1 . Tutto ciò dopo una rivoluzione guidata dai liberali, alla quale è seguita, tuttavia, una vittoria elettorale degli islamisti. I politologi affermano che non sia possibile imporre un regime politico democratico a una società che manca di democraticità nelle altre istituzioni sociali, come la famiglia, il sindacato, la scuola, le istituzioni religiose. La mancanza di cultura democratica 2 può spiegare le contraddizioni del Parlamento egiziano?

Svuotamento o incompatibilità

Per comprendere la crisi della democrazia nel mondo arabo è importante conoscere le posizioni degli islamisti, che hanno assunto il controllo della scena politica araba dopo le rivoluzioni del 2011, riguardo alla democrazia. Da un lato, le correnti islamiste definite moderate svuotano la democrazia di significato, estraendola dal proprio contesto storico-intellettuale per islamizzarla: “Molti pensano che questa separazione di poteri non sia un prodotto della civiltà islamica, ma una conquista della civiltà occidentale. Saranno sorpresi di sapere che non è così e che, in verità, il primo Stato islamico istituito dal Messaggero di Dio ha anticipato la distinzione e la separazione tra questi tre poteri e la civiltà occidentale ha tratto questo concetto fondamentale dello Stato moderno dallo Stato islamico dell’Andalusia e dalle fonti e dai primi documenti della civiltà islamica”. 3

Dall’altro lato, le correnti più estremiste individuano diverse incompatibilità fra Islam e democrazia, fra le quali: 4 “La democrazia non si cura della fonte da cui bisogna trarre le idee legate alla dottrina, alla civiltà, alle regole e alle leggi. Poiché la democrazia è opera degli esseri umani, la sovranità appartiene al popolo che detta le leggi e ha facoltà di legiferare da solo, senza Dio. Pertanto, la democrazia è un sistema di miscredenza, perché pone il governo (kimiyya) nelle mani degli esseri umani […]. La base del sistema islamico è la rivelazione divina che attribuisce al solo Creatore il diritto di legiferare […].

Per la democrazia e la civiltà occidentale, felicità significa ottenere la maggior quantità possibile di piaceri e delizie nella vita terrena. Per i musulmani e la civiltà islamica, invece, felicità significa ottenere il compiacimento di Dio […].

La vita democratica è figlia della civiltà occidentale che si basa sul puro utilitarismo […]. [Gli occidentali] misurano le loro azioni con la bilancia dell’utilità e dell’interesse. Qual è, invece, la misura delle azioni nell’Islam? Il permesso (all) e il proibito (arm). Ciò che è all si può fare, ciò che è arm va evitato, indipendentemente dall’interesse e dall’utilità.

La democrazia non è la shr (consultazione) […]. La shr è un precetto della sharia e non è opera degli esseri umani come la democrazia.

Il governo democratico si basa su due concetti: la sovranità del popolo e il popolo come fonte dei poteri. Il governo nell’Islam si basa invece sulla sovranità della sharia (non del popolo) e sull’autorità della umma, delegata a chi applica e pone in atto la sharia. […] in democrazia il governo è della maggioranza, anche quando non è valida […]. Nell’Islam, il governo spetta alla sharia, anche se sostenuto solo da una minoranza, piccola o grande che sia. Pertanto, l’applicazione di un precetto sharaitico non fa ricorso all’opinione della maggioranza, né è dettato dall’opinione di tecnici o esperti […].

In democrazia il governo ha forma repubblicana o monarchica, ed è possibile passare dall’una all’altra e viceversa. La forma di governo nell’Islam invece […] è il califfato, una presidenza generale di tutti i musulmani del mondo che attua i precetti della sharia e invita all’Islam il mondo intero […].

L’apparato governativo in democrazia è formato da tre poteri: esecutivo (i ministeri), legislativo (il parlamento), giudiziario (la magistratura), coadiuvati da altre istituzioni come l’esercito, la sicurezza pubblica e interna, e altre ancora. Nell’Islam, invece, l’apparato governativo è formato dal califfo, un ausiliare delegato, un ausiliare esecutivo, l’emirato del jihd (che sovrintende agli affari interni, esterni, militari e all’industria), i governatori, la magistratura, gli uffici statali, il consiglio della nazione.

La democrazia permette a ogni individuo di competere per il ruolo di governante, a prescindere da competenze, qualità personali e osservanza religiosa. Persino a un attore. Il governante, nel sistema democratico, è un salariato […]. L’Islam, invece, pone la condizione che chi accede a tale posizione sia un uomo e non una donna, musulmano e non miscredente, adulto e non minorenne, sano di mente e non pazzo, libero e non schiavo né sottoposto a qualcosa che somigli alla schiavitù, onesto e non empio […]. Il governante non è un salariato e il denaro che percepisce è il compenso per lo svolgimento dei suoi compiti governativi; perciò, se ha già una fonte sufficiente di sostentamento non gli è permesso prendere nulla dal tesoro di Stato […].

In democrazia è permesso ribellarsi al governante, manifestare, rifiutarsi di ubbidire e proclamare apertamente tale disubbidienza. Nell’Islam la ribellione e la disubbidienza non sono permesse, tranne nel caso in cui il califfo ordini di commettere un peccato mortale.

In democrazia la società si divide fra oppositori e sostenitori, mentre nell’Islam la società non si divide, ma il popolo o il consiglio della nazione chiedono conto al governante del suo operato. Se il governante merita di essere destituito dal suo incarico secondo i dettami della sharia, il tribunale delle ingiustizie procederà alla sua destituzione […].

Nel sistema democratico, la magistratura è civile, mentre nell’Islam è sharaitica.

In democrazia, […] si possono formare partiti di opposizione, siano essi laici, nazionalisti o atei. Nell’Islam, invece, si possono formare solo partiti islamici che aderiscano al credo islamico e al suo sistema di vita.

Nel sistema democratico, la politica estera si basa sul rispetto dei confini degli Stati e delle acque territoriali […]. Sotto il governo islamico, invece, la politica estera è legata al jihd (lo sforzo) di diffondere l’islam […].

Il sistema democratico consacra la frammentazione e la moltiplicazione di staterelli, […] mentre il sistema del califfato non riconosce i confini materiali, né l’indipendenza di uno Stato islamico da un altro […].

I sistemi democratici rispettano, celebrano e salvaguardano le minoranze etniche e gli sciovinismi tipici dell’era preislamica. Il sistema di governo islamico, invece, fonde nell’Islam tutte le minoranze etniche e i tribalismi […].

La democrazia santifica le libertà […]. L’Islam considera illecite (arm) e contrarie alla sharia le libertà nella concezione occidentale […]. La posizione dell’Islam nei confronti delle loro libertà è la seguente:
1.
Libertà di credo: non è permesso al musulmano passare a un’altra religione […].

2.
Libertà di opinione: l’opinione, nell’Islam, è vincolata dai precetti della sharia, non è libera. Un’opinione può essere arm, come il pettegolezzo, la calunnia, la diffamazione, l’offesa e l’attacco all’Islam; oppure può essere obbligatoria, come comandare le buone azioni e proibire le cattive, e il chieder conto ai governanti del loro operato; oppure ancora può essere permessa, come dire il bene o stare zitti.

3.
Libertà di possesso: la proprietà, nell’Islam, è legata alla sharia, perché una persona non può possedere tutto ciò che vuole. Le ragioni ammesse dalla sharia per possedere qualcosa sono il lavoro […], l’eredità, le donazioni.

4.
Libertà personale: l’Islam proibisce l’impunità che si chiama libertà personale. La persona non è libera di farsi del male, mettere fine alla sua vita suicidandosi, commettere adulterio, praticare l’omosessualità […].

Oh musulmani! Vi è chiaro quanto sia incompatibile l’Islam con la democrazia? Ci sarà ancora qualche musulmano, dopo questa spiegazione, che verrà a dire che la democrazia è islamica?”

Le opinioni contrastanti sulla democrazia riflettono la profonda lacerazione della coscienza araba contemporanea che ha tolto ogni fiducia in un discorso arabo originale e illuminato, perché ogni discorso è costantemente classificato. Al-Jbir scrive:
“I concetti che permeano il discorso arabo moderno e contemporaneo non riflettono né esprimono la realtà araba attuale; sono presi in prestito, il più delle volte, o dal pensiero europeo – nel quale si riferiscono a una realtà che si è attuata (o sta per attuarsi) – o dal pensiero arabo-islamico medievale – quando avevano un contenuto vero e specifico (o si crede che sia così). In entrambi i casi, questi concetti sono usati per dare espressione a una realtà sperata e indefinita; una realtà oscura, alterata, presa da questa o quella immagine ideale fra le tante che indugiano nella coscienza/memoria araba. Da ciò ha origine la rottura del rapporto tra l’atto di pensare e il suo oggetto, che trasforma il discorso che dovrebbe dargli espressione in un mero discorso di citazioni, non in un discorso di contenuti”. 5

Questo conduce a un altro meccanismo del discorso arabo contemporaneo, cioè l’identificazione. Secondo ‘Al arb, gli intellettuali arabi, in generale, sono: “prigionieri dei modelli tradizionali dell’età dell’oro. Tradizionalisti e modernisti si equivalgono, perché tutti pensano in modo tipicamente fondamentalista. I tradizionalisti, nonostante le loro differenze, pensano di riportare indietro l’età del Profeta, o l’età dei Califfi ben guidati, o l’età abbaside; o, in alternativa, vogliono riprodurre il razionalismo di Averroè, il realismo di Ibn Khaldn o la teoria di al-Shib degli obiettivi e degli intenti superiori della legge islamica. I modernisti, d’altra parte, nonostante la loro varietà, pensano di riportare indietro l’età del Rinascimento, o l’età classica, o l’età dell’Illuminismo; oppure cercano di riprodurre la metodologia di Descartes, il liberalismo di Voltaire, il razionalismo di Kant, lo storicismo di Hegel o il materialismo di Marx 6 .

L’assenza di armonia fra tempo e spazio

Perciò la mente araba, modernista o tradizionalista, segue lo stesso meccanismo: trasforma qualsiasi conquista intellettuale in un’identità a cui appartenere, invece di sottoporre i propri riferimenti autorevoli all’indagine e alla ricerca. La crisi sta nella mancanza di armonia fra il tempo e lo spazio: il tradizionalista vive “qui” ma si estrania dall’“ora”, perché vive in un passato glorioso, mentre il modernista vive “ora”, ma si estrania dal “qui”, perché vive “là”, in Occidente.

Il rapporto tra modernità e tradizione (l’Islam) non è di opposizione. È un’interazione che produce forme di adattamento reciproco, nel contesto di una cultura che non è né moderna né tradizionale: la cultura di persone che hanno ricevuto la modernità senza crearla, in un modo che non hanno scelto e attraverso una storia che non hanno contribuito a scrivere. La modernità, infatti, è l’incarnazione di una cultura specifica, nell’ambito di una civiltà specifica, in un tempo specifico. Tuttavia, non è rimasta imprigionata nella sua culla, ha infranto le barriere del tempo e dello spazio per diventare un fenomeno universale. Il movimento di modernizzazione in tutto il mondo ha portato la modernità a svilupparsi “in forma di istituzioni indipendenti dai contesti culturali, geografici e nazionali” 7 . Gli elementi della cultura moderna che sono stati posti al centro del processo di modernizzazione nel mondo arabo avevano a che fare con il consumo senza produzione, le apparenze esterne senza la predisposizione interna, la forma senza il contenuto, le emozioni e gli istinti senza la ragione. La tendenza è stata quella di prendere solo gli aspetti consumistici della modernità, senza i suoi fondamenti razionali.

Nell’ambiente in cui è nata, l’Occidente, la modernità ha implicato la rottura con le tradizioni, al punto da diventare una delle caratteristiche preminenti della nozione stessa di modernità. La modernità del mondo arabo ha invece instaurato un rapporto complesso con la tradizione, in cui entrambe hanno saputo adattarsi l’una all’altra. Al tempo stesso, tuttavia, ciascuna ha anche combattuto l’altra, in un processo complicato in cui sia la modernità sia la tradizione sono state costantemente riformulate e rimodellate, fondendosi in una miscela speciale che ha dato vita a una “finta modernità”. Ciò è evidente, ad esempio, negli stili di vita, nelle opinioni pubbliche e in comportamenti che non possono essere descritti né come tradizionali né come moderni, ma sono una miscela distorta di entrambi. Si tratta di una “terza cultura”, basata su principi in contrasto con quelli che hanno dato origine alla modernità così come è intesa in Occidente. Questa falsa modernità sfigura la tradizione tanto quanto le manifestazioni autentiche della modernità, poiché essa rifiuta la dimensione razionale sia della tradizione che della modernità, cioè ciò su cui si fonda la civiltà moderna occidentale e che sta alla base della tradizione e della civiltà islamica. Questa finta modernità tende ad affidarsi all’irrazionalità e all’esaltazione di sentimenti innati e istintivi.

È possibile capire, perciò, perché il pensiero religioso illuminato non si sia diffuso dopo essere emerso in particolari periodi della storia moderna arabo-islamica e perché il discorso religioso si sia trasformato in una rigida interpretazione dei testi sacri, sia nel sostenere sia nell’opporsi all’autorità dominante. È un discorso che manca di storicità e ha origine, come scrive Muammad Arkn, da “uno sguardo mentale che continua a ricorrere e che, qualunque siano le circostanze storiche, i conflitti e gli sviluppi socio-politici, parte sempre dal presupposto che esista un vero Islam, in perfetto accordo con la nozione di religione-verità” 8 .

I meccanismi della modernità araba hanno lavorato per preservare questa mentalità nel discorso religioso, legandola strettamente alle istituzioni politiche e agli apparati ideologici, inibendo al tempo stesso un discorso razionale e illuminato.

In sintesi, è possibile affermare che la modernità ha sviluppato gli elementi rigidi e irrazionali della tradizione, mentre quest’ultima ha sviluppato gli aspetti formali e non autentici della modernità.

Nel 1978, allo scoppio della rivoluzione iraniana, il filosofo Michel Foucault era inviato a Teheran per il “Corriere della Sera”. Descriveva il conflitto con varie metafore: “La situazione in Iran si può comprendere come una grande tenzone fra due personaggi dal blasone tradizionale, il re e il ‘santo’, il sovrano in armi e il povero esule, il tiranno che combatte un uomo inerme acclamato dal popolo” 9 .

Foucault cercava di rassicurare i lettori francesi riguardo ai diritti della donna e delle minoranze religiose. Le sue fonti, vicine agli islamisti, gli assicuravano che: “Le libertà continueranno a essere rispettate, fintanto che il loro esercizio non nuocerà ad altri. Le minoranze godranno di tutela e libertà, e potranno vivere come desiderano, a condizione che non nuocciano alla maggioranza. Vi sarà uguaglianza fra uomini e donne, ma anche diversità, in considerazione delle differenze naturali fra loro” 10 . Infine, Foucault terminava il suo articolo accennando all’estrema importanza della “spiritualità politica” in Iran e alla perdita di questa spiritualità nell’Europa contemporanea. In proposito scriveva: “Noi ci siamo dimenticati della possibilità di porla in essere, dal Rinascimento e dalla grande crisi del Cristianesimo in poi” 11 .

La stagione della “urnocrazia”

Questa posizione non è molto diversa da quella dell’amministrazione Obama che ha pienamente sostenuto la presa di potere dell’Islam politico in molti Paesi arabi. L’Islam è stato ridotto all’Islam politico, lasciando fuori la maggioranza dei musulmani che credono nella libertà di religione e nella necessità della sua presenza nello spazio pubblico, seppur lontano dai palazzi del potere. Allo stesso modo, la democrazia è stata ridotta alle sue procedure formali, cosicché lo “strumento” delle elezioni è divenuto più importante del “fine”, cioè le libertà e i diritti.

Alcuni esponenti liberali egiziani hanno enfatizzato la liberalità della Costituzione “islamista” del 2012, poiché sanciva l’assoluta libertà di credo, nascondendo tuttavia che tale libertà era ristretta alle sole religioni riconosciute dall’Islam e che tutti i diritti e le libertà erano garantiti solo in assenza di conflitti con la sharia, oppure che il loro disciplinamento era lasciato alla legge, il che significava, nel contesto egiziano, il rinvio o la neutralizzazione della loro applicazione. Hanno anche ignorato l’aggiunta di un articolo costituzionale che rendeva fonte principale della legge non più i “principi della sharia” – che la Corte Costituzionale aveva stabilito essere “giustizia, libertà e uguaglianza” – bensì le disposizioni dettagliate della giurisprudenza islamica, fra le quali, per esempio, vi è l’uccisione del musulmano che cambia religione.

Alcuni movimenti femministi, invece, hanno ignorato la restrizione dei diritti sancita dalla Costituzione attraverso la frase “se non c’è conflitto con la sharia” e l’abolizione dell’età minima per il matrimonio che facilitava l’unione di anziani con bambine. Alcuni parlamentari hanno difeso questo articolo con la giustificazione che non esisteva alcun testo religioso che limitasse l’età per il matrimonio. Uno di essi ha aggiunto che una bambina poteva sposarsi se fosse stata “in grado di sopportare il rapporto sessuale”, altrimenti sarebbe stato possibile trarre piacere da lei ponendo il pene fra le sue cosce, cosa nota in alcuni libri di giurisprudenza islamica – che la Costituzione del 2012 rendeva fonte della legislazione – come mufkhadhat al-saghra, “penetrazione infra-cosciale della bambina”.

Dal canto loro, alcuni ricercatori di area socialista hanno ignorato il deterioramento del linguaggio, rispetto alla Costituzione del 1971, riguardo ai diritti socio-economici di lavoratori, contadini e poveri: sostituendo l’espressione “lo Stato si fa garante di” con “lo Stato protegge” tali diritti, i diritti che erano garantiti a tutti i cittadini, diventavano tutelati solo per i bisognosi che l’autorità si riservava la facoltà di stabilire. Peggio ancora, questi ricercatori hanno ignorato le politiche economiche neoliberiste e l’alleanza con le forze imperialiste del governo dei Fratelli Musulmani. Ciò è potuto accadere, perché l’uso di metafore ha ridotto la democrazia a procedure formali, alle urne elettorali. Seguendo la stessa logica, allora, una votazione in favore del rogo degli omosessuali potrebbe essere considerata democratica, se avvenisse nel clima opportuno, con una percentuale di partecipazione ragionevole, e in maniera corretta e trasparente. Dovremmo allora accettare e rispettare la specificità culturale di questa “maggioranza”? Non è poi così inverosimile, in un mondo in cui la democrazia è divenuta una forma priva di significato, una pura “urnocrazia”.

Una delle cause più importanti del protrarsi della crisi della democrazia nel mondo arabo è trattarla come una forma vuota di significato. E la crisi non finirà, a meno che non si torni a dare la giusta considerazione al valore invece che alla forza, alla persona invece che all’immagine, al significato invece che alla forma, alla rivoluzione invece che all’ideologia.

NOTE

1. Mamd ‘Abbs e Muammad Shana, M hiya dustriyyat khurj a‘’ al-Barlamn ‘an na “ad’ al-qasam”?, Al-Waan, 10 gennaio 2016, https://www.elwatannews.com/news/details/908977
2. David Held, Models of Democracy, MIT Press, Cambridge 2003.
3. ‘Abd al-Mu‘  Bayym, Al-islm wa al-dawla al-madanyya, Kitb al-Hill, n. 650, febbraio 2005,
p. 36.
4. Documento di Al-lajna al-thaqfiyya, izb al-Tarr, Al-Q ‘ida/Wilyat al-‘Irq, 2005. Si veda anche: Jd al-aqq Al Jd al-aqq, Naq al-fara al-gh’iba, al-Azhar, Il Cairo 1414 h., pp. 7-31; Aslamat al-dmuqriyya aqqa am wahm? (Al-juz’ al-awwal), Islamway, 26 gennaio 2013, https://ar.islamway.net/article/14643/ ; Na al-umma bi-ijtinb fatw al-shaykh Ibn Bz bi-jawz dukhl majlis al-umma, Ilmway, s.d., http://www.ilmway.com/site/maqdis/MS_15617.html; Ibrhm b. Muammad al-aql, Munqaat al-dmuqriyya li-l-islm, Majallat al-Bayn, n. 301, agosto 2012, http://www.saaid.net/Doat/hogail/30.htm; usm al-addd, Al-salafiyya al-miriyya.. Al-mawqif min al- dmuqriyya, Islamist Movements, 3 luglio 2019.

5. Muammad ‘bid al-Jbir, Al-khib al-‘arab al-mu‘ir. Dirsa talliya naqdiyya, Markaz dirst al wada al-‘arabiyya, Bayrt 1992, 182.

6. ‘Al arb, Awhm al-nuba aw naqd al-muaqqaf, Al-markaz al-aqf al-‘arab, al-Dr al-Bay’ 1996, 92.
7. ‘Abd al-Laf S‘if, “Mulat hawla al-adtha f al-khib al-‘arab al-mu‘ir”, Al-mustaqbal al-‘arab, 146 (1991), pp. 139-144.

8. Muammad Arkn, Ayna huwa al-fikr al-islm al-mu‘sir, Dr al-sq, London/Bayrt 1992, p.52.
9. Janet Afary e Kevin B. Anderson, Foucault
and the Iranian Revolution: Gender and the
Seductions of Islamism, University of Chicago Press, 2005.
10. Ibidem.
11. Ibidem.

 

Wael Farouq è professore associato di lingua e letteratura araba presso la Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla lingua e la letteratura araba, sull’islamistica, l’immigrazione e il dialogo tra religioni.

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